Israele

 

Blocknotes

di Reuven Ravenna

 

Fuochi

La cronaca israeliana è sempre più caratterizzata e condizionata dalla geopolitica. Il mese di novembre è stato dominato da una siccità da record con turbe di venti senza precedenti. E al suo termine incendi hanno colpito il Nord del Paese toccando zone urbane da Zikron Yaakov a Haifa, e foreste nel corridoio che porta a Gerusalemme. Con gravi danni a edifici e alla flora. Una escalation rispetto a quanto colpì sei anni fa il Carmelo. A caldo, non solo eufemistico, del disastro, si sono intrecciate considerazioni e valutazioni di vario genere. Abbiamo assistito ad una gara di solidarietà soprattutto nei social network ebraici e arabi, con l'intervento di aerei antincendio di Paesi esteri, tra cui l'Italia, e otto équipe di vigili del fuoco dell'Autorità palestinese, e d'altro canto dichiarazioni "lo Stato sionista in fiamme" di giubilo anti-israeliano nel mondo arabo. Gli arabi israeliani, danneggiati direttamente in molte località, hanno stigmatizzato apertamente queste prese di posizione, con toni inusuali per gli osservatori. Tra centinaia di focolai quanti sono stati causati dalle condizioni climatiche e quanti sono stati provocati da mani dolose? Netanyahu si è affrettato a menzionare il terrore palestinese che ha scoperto un nuovo strumento per colpire l'odiato oppressore, l'Intifada del fuoco, non meno micidiale di quella dei coltelli, delle collusioni e delle armi da fuoco. E, sperando che l'ondata degli incendi sia passata, si è iniziata la fase della riparzione dei danni, che già si mostra un percorso non privo di polemiche e con le incognite delle conseguenze future nello scenario del conflitto, ben lungi da soluzioni anche parziali.

 

Zeitgeist

Dopo la lettura di decine di analisi dei risultati delle elezioni che hanno portato Trump alla Casa Bianca, azzardo una prospettiva globale che non porta certo ad una visione ottimistica. Sono stati versati fiumi di parole sulla validità delle previsioni degli "esperti" nuovamente smentite dai fatti. Assistiamo ad una catena di eventi che non sono casuali, dalla Brexit alla vittoria del magnate americano all'ascesa di forze populiste europee, alla vigilia del referendum italiano. Nella tradizione atavica, le prime reazioni ebraiche e israeliane, soprattutto a destra, sono state positive, soprattutto per l'avversione nei confronti del Presidente uscente. Nonostante le personalità anti-semite di certi sostenitori dell'eletto e il trend chiaramente pro democratico della comunità ebraica USA. È il caso di dire "chi vivrà, vedrà".

 

"Italkì"

Due terzi della mia vita li ho trascorsi nello Stato d'Israele. Per nascita, per cultura, e per doppia nazionalità, sono italiano all'estero, contemporaneamente al mio quotidiano famigliare, politico, in poche parole esistenziale, israeliano. Recentemente si è discusso sulle prospettive delle aliot dall'Italia, in particolar modo, quelle giunte negli ultimi anni, nel quadro dell'inserimento nella società israeliana. Conservare la nostra individualità specifica o "assimilarsi" alla maggioranza? Agire come “edà” degli "italkim” come gli originari dei Paesi islamici sono "mizrahim" e chi è salito dall'Europa per lo più "Ashkenzim"? Per celia, a suo tempo, commentando la polemica circa l'essenza della cultura israeliana, dominata dagli euroanglosassoni a spese dei "mizrahim", '"gli orientali", avevo ventilato un nostro specifico compito di mediatori super partes, ricordando che l'Italia ebraica, nella sua millenaria vicenda, è stata un esempio di "fusione delle diaspore"… Le pulci che hanno la tosse, mi è stato ribadito, e torno al mio dilemma: sono italkì', italoisraeliano, o italiano all'estero che partecipa giorno per giorno, ai drammi e alle prospettive dell"I-tal-ya?

Reuven Ravenna

1 dicembre 2016

Rosh Hodesh Kislev 5776

 

Share |