Israele

 

Nel posto giusto

 

“Shuli, mi racconti della vostra visita a Hebron?”

“Papà, in sintesi perché non ho tempo: siamo andati in quattro del nostro garin [la comune di diciottenni con cui mia figlia sta facendo un anno di servizio civile pre-militare, NdPapà], aggregandoci ad una visita organizzata per i giovani dell’Avodà [il partito Laburista]; loro dicono che è importante che i futuri dirigenti sappiano com’è la situazione nei Territori. La cosa che ti fa più impressione, nel cuore della città, è il contrasto fra la paura in cui vivono duecentomila palestinesi e la sicurezza di cui godono i 650 coloni israeliani che ci si sono piantati nel mezzo. E anche i partecipanti della nostra comitiva, chiaccheravano e scherzavano con i soldati, i quali sono quasi più numerosi dei coloni che sono lì a proteggere; rilassati gli israeliani, soggiogato dal timore il palestinese che mi stava raccontando la sua vita, e che poi si è bloccato rigido: “io oltre non posso andare.” “Ma perché? chi te lo vieta? vedi un cartello?” “non servono i cartelli: chi è andato oltre questa casa, la vedi? non ha fatto una bella fine.”

“..ho negli occhi questa scena” interviene Roi, amico di Shuli, “di quando siamo saliti sul tetto della casa dei coloni, un edificio alto, da cui si domina la città, si vedevano tutto intorno case di palestinesi. La loro visione è perfettamente lucida. Si sono costruiti questa ideologia, basata sul dovere di noi ebrei di essere lì, quello è il posto giusto dove vivere. Su questo principio si sviluppa una serie di argomenti razionali, che non fa una piega. E semplicemente non prende in considerazione l’autodeterminazione dei palestinesi. La presenza di un altro popolo che si è trovato nello stesso posto senza averne diritto è per loro una sfortunata contingenza storica, che in qualche modo si risolverà, ma che non li riguarda poi più di tanto.”

“..e questi giovani dell’Avodà”, continua Shulamit, “veramente non ci sentivamo di aver niente a che spartire con loro. Quando erano lì ad ascoltare i drammatici racconti dei palestinesi - qui dieci uccisi nell’ultimo anno, là una giovane che aveva soltanto chiesto di essere perquisita da una donna - li ascoltavano con la freddezza degli inquisitori, pronti a cogliere ogni minima incongruenza o imprecisione nelle date, per concludere che quelli molte cose se le inventano, e altre le ripetono perché gliele hanno dette, non è farina del loro sacco. E coi coloni invece, non solo li ascoltavano, ci parlavano animatamente, entravano in un’appassionata competizione con loro, una gara a chi è davvero più sionista. L’Avodà non discute il principio della colonizzazione, suggerisce solo modi più soft di risolvere le contingenze politiche.”

“Non vedo come possiamo continuare a dominare sui palestinesi”, conclude Roi, “se poi quelli vogliono continuare a vivere lì, che è il posto giusto per loro, sotto sovranità palestinese, perché impedirglielo?”

(trascritto da Alessandro Treves)

 

 

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