Lettere

 

Unesco e menzogne

Intorno alla risoluzione dell’Unesco sulla “Palestina Occupata” dello scorso 12 ottobre si è scatenata una ridda di contrapposte menzogne. È quanto ci si può aspettare trattando di argomenti al centro di conflitti secolari: in questi casi, la Verità sembra non esistere più. Questa volta, tuttavia, mi pare che si sia esagerato con la propaganda, da entrambe le parti; provo ad evidenziare le distorsioni che mi sembrano più significative e vi invito a segnalarmi le vostre obiezioni.

Non è vero che la risoluzione Unesco neghi la connessione dell’ebraismo con il Tempio di Gerusalemme: semplicemente, chiama quei luoghi con la dicitura araba e non con quella ebraica. Del resto, la risoluzione è stata proposta da vari stati arabi. C’è sicuramente della malizia nel chiamare il Monte del Tempio e la spianata delle Moschee come Al-Aqṣa Mosque/Al-Ḥaram Al-Sharif, ma al punto 3 la risoluzione “riafferma l’importanza della Città Vecchia di Gerusalemme e delle sue Mura per le tre religioni monoteistiche”. Nulla quindi che rescinda il legame fra popolo ebraico e Muro del Pianto; nulla che giustifichi l’impressionante levata di scudi che, da Netanyahu a Di Segni a tutto Facebook, ha elevato la risoluzione dell’Unesco a epitome di ogni antisemitismo. Perché tanto rumore? Evidentemente, per gonfiare il dito e non lasciare vedere la luna; per non dover affrontare le critiche della comunità internazionale sulla gestione dei luoghi santi; per non voler considerare le violazioni di patti pregressi; per non dover ripercorrere i doveri che spettano ad Israele in quanto Potenza Occupante.

Non è vero, come si sostiene nella risoluzione, che Israele stia limitando le possibilità di culto e di accesso per i Musulmani sulla spianata delle Moschee, né che l’esercito israeliano o gli estremisti ebraici invadano il sito. Ci sono stati degli scontri, apparentemente provocati dagli stessi estremisti palestinesi, e ci sono stati degli ebrei ultraortodossi che hanno eluso la sorveglianza e si sono messi a pregare sulla spianata, prima di essere portati via: ma questi, come gli altri episodi citati nella risoluzione, sono eventi isolati e non costituiscono la politica del governo israeliano, come la risoluzione lascerebbe intendere. L’occupazione della spianata delle Moschee da parte degli ebrei viene citata nella risoluzione perché è una possibilità molto temuta ed esecrata da tutto il mondo musulmano: la sua menzione assicura quindi rilevanza e pronta accettazione della risoluzione stessa a livello internazionale. Tuttavia, proprio il negativo impatto emozionale di un tale evento dissuaderà il governo israeliano dal metterlo in pratica.

Non è vero che la situazione di Gerusalemme (e quella di Israele tutto) sia una situazione “normale”, come la propaganda governativa israeliana vorrebbe far credere. Secondo gli accordi del 1967, e come puntualizzato nella mozione dell’Unesco, la Spianata delle Moschee dovrebbe essere gestita da Awqaf, il tradizionale gestore giordano di quei luoghi santi: invece, le autorità israeliane considerano tutta la zona di loro esclusiva competenza. Le case arabe di Gerusalemme vecchia vengono comprate ad alto prezzo da ebrei. Similmente, nei territori occupati continuano ad essere create colonie che rivendicano l’appartenenza alla Grande Israele. La “normalità” che ricopre e attutisce la risonanza di queste iniziative fa parte di una strategia aggressiva. Fidando nel passare del tempo e nella dilagante opposizione fra Occidente e Islam, i governanti israeliani danno l’impressione di volersi impossessare di tutto ciò che non gli viene conteso, e di irridere anche alle eventuali contestazioni.

Non è vero che il mondo sia particolarmente colpito dalle condizioni dei poveri Palestinesi o dall’eventuale violazione dei loro diritti civili, come l’approvazione della mozione dell’Unesco e di altre consimili mozioni potrebbe lasciar credere. In effetti, dà da pensare la straordinaria attenzione dell’Onu, del consesso di tutte le nazioni, per l’installazione di un ombrello nei pressi della Porta Mughrabi o la costruzione di un ascensore nella zona del Muro del Pianto: e questo mentre le inaudite stragi e distruzioni in Siria e in Iraq non ricevono neanche una distratta menzione. La ragione della diffusa preoccupazione per i palestinesi deriva dal fatto che la rivendicazione anti-israeliana è l’unica istanza comune a tutto il variegato e conflittuale mondo islamico: se sei uno dei 57 paesi musulmani, appoggi la mozione pro-palestinesi; se non sei un paese musulmano, sai che appoggiare una mozione pro-palestinesi vuol dire prendere 57 piccioni con una fava. Tale situazione sta diventando particolarmente pericolosa negli ultimi tempi. È infatti in atto un risveglio islamico che minaccia di scatenare un miliardo e mezzo di assassini contro tutti gli altri; l’unico rimedio contro tale apocalisse è l’alleanza con un mondo islamico più moderato che si opponga alla punta avanzata della Jihad. L’Occidente accetterebbe di pagare qualsiasi prezzo per tale alleanza, fosse anche la distruzione di Israele. È possibile che il timore di una simile negoziazione abbia contribuito alla preventiva e roboante iniziativa di Netanyahu contro la mozione dell’Unesco.

Szalom Lew Korbman

 


In realtà negli ultimi tempi molti segnali sembrano indicare che, almeno in una certa misura, l’alleanza con il mondo islamico moderato coinvolge anche Israele; al di là di questo, comunque, riteniamo che Szalom Lew Korbman, nella sua analisi lucida ed equilibrata, abbia probabilmente ragione a ipotizzare che alla base dell’astensione di molti Paesi occidentali (tra cui l’Italia) sulla mozione Unesco ci fosse il desiderio di evitare una rottura con i Paesi islamici moderati.

Va osservato tuttavia che tale astensione agli occhi di molti è parso un errore, un segnale di impreparazione da parte dei Paesi europei: l’uso esclusivo dei nomi arabi (a parte uno sgradevole “Western Wall Plaza” tra virgolette, come a sottolineare che si tratta di un nome illegittimo) risponde a un intento e a un’agenda ben definiti;  lo stesso si può dire per la definizione di Israele come “potenza occupante” a Gaza, nonostante il ritiro del 2005 e nonostante la striscia sia dal 2007 sotto il controllo di Hamas. Non c’è da sorprendersi che i Paesi islamici abbiamo fatto il proprio gioco; ma i Paesi occidentali che non necessariamente condividono questa agenda si sono fatti prendere in contropiede e non hanno saputo trovare una linea comune da contrapporre a una mozione chiaramente ideologica.

In quest’ottica si spiegano le ferme prese di posizione della Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, mirate non tanto a stigmatizzare la mozione in sé quanto l’astensione dell’Italia: non è fuori luogo, infatti, che un insieme di cittadini italiani faccia sentire la propria voce qualora non si ritenga sufficientemente tutelato da una posizione assunta dall’Italia in una sede internazionale. E la frettolosa corsa ai ripari di Renzi a seguito delle proteste di Noemi Di Segni sembra in effetti confermare sia l’impreparazione con cui il nostro Paese aveva inizialmente affrontato quel voto sia l’opportunità di una presa di posizione dell’ebraismo italiano, che si è rivelata indubbiamente utile.

Anna Segre

 


 

Uccelli e foglie volanti amano su città e alberi

Disegno di David Ruff

 

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