Memoria

 

Non volevano lasciarli soli
Il Comitato di soccorso per i deportati italiani politici e razziali di Losanna

di Silvana Calvo

 

Leggendo il giornale socialista «Libera Stampa» del 12 agosto 1944, si può trovare la parte centrale, la più significativa, di un appello rivolto al Comitato Internazionale della Croce Rossa di Ginevra, firmato da Luigi Zappelli presidente della Colonia Libera di Losanna. Il testo ripercorre la storia delle persecuzioni antisemite in Italia fin dall'inizio dell'occupazione tedesca. Vengono ricordati e descritti i fatti dell'ottobre 1943: l'estorsione da parte dei nazisti di 50 chilogrammi d'oro alla Comunità di Roma e la susseguente deportazione, in vagoni bestiame piombati, di circa duemila ebrei della capitale nonché la strage avvenuta a Meina e in altri comuni sul Lago Maggiore. Segue la denuncia della diffusione anche in altre città della caccia all'ebreo. Dopo aver citato il primo centro di raccolta degli ebrei destinati alla deportazione, ossia il famigerato carcere di S. Vittore a Milano, il rapporto ricorda che è stato con il decreto del 1 dicembre 1943 che gli arresti, le persecuzioni e le deportazioni si sono fatte sistematiche e generali e che razzie sono avvenute in molte città, particolarmente notevole quella di Firenze sia per il numero sia perché le vittime erano in prevalenza donne. Veniva poi sottolineato che, per agevolare la deportazione, erano stati creati dei campi di concentramento, come ad esempio quello di Fossoli, nei quali gli ebrei venivano ammassati prima del trasferimento verso l'ignoto: quando il numero degli arrestati era sufficiente per un convoglio, «il solito treno, piombato e scortato, parte e il buio più assoluto si fa sulla sorte dei viaggiatori».

Pur ignorando la meta di quei trasferimenti, gli estensori di questo documento non si facevano illusioni sul destino delle vittime. Si legge infatti: «Si è detto che i deportati sono adibiti a lavori di pubblica utilità: ma se ciò può essere verosimile per gli uomini validi, nessuna attendibilità ha questa ipotesi per i vecchi, alcuni dei quali ultra novantenni, per le donne, per i bambini, così che è lecito dedurre che la verità sia ben più atroce e che lo sterminio sia il solo scopo che si è voluto raggiungere».

 

Di fronte a un testo come questo, scritto in tempo reale in piena guerra, sorgono alcune domande: che cosa erano le Colonie Libere Italiane in Svizzera? Chi era Luigi Zappelli? Perché la Colonia Libera di Losanna si è interessata così a fondo del destino degli ebrei deportati dall'Italia? In che modo era venuta in possesso di quelle informazioni? Ha avuto un esito l'appello alla Croce Rossa?

 

Le Colonie Libere erano un'associazione di ispirazione antifascista dell'emigrazione italiana in Svizzera. Mentre le sezioni delle più importanti città, come Ginevra, Lugano e Zurigo, erano sorte già da parecchi anni, quella di Losanna venne costituita solo nell'agosto-settembre del 1943 per contrapporsi alle altre organizzazioni italiane che erano tutte più o meno compromesse col fascismo. Luigi Zappelli, al quale fu affidata la presidenza, era un imprenditore socialista, in esilio in Svizzera dal 1922 dopo essere stato ripetutamente bastonato dalle squadre fasciste. In precedenza era stato sindaco di Verbania, dal 1920 al 1922, e nel dopoguerra avrebbe ricoperto di nuovo quella carica dal 1945 fino al 1948. È stato membro dell'Assemblea Costituente ed in seguito è stato eletto deputato nell'aprile 1948 poco prima della sua morte avvenuta il 9 agosto di quello stesso anno.

Gli aderenti alla Colonia Libera di Losanna non erano soltanto antifascisti residenti nella città da vecchia data, ma vi era una buona partecipazione di nuovi arrivati, soprattutto rifugiati politici e razziali. Importante fu l'apporto di un folto gruppo di giovani, internati in un campo profughi militare destinato agli studenti universitari. Furono proprio questi ultimi a chiedere alla Colonia di occuparsi del problema delle persecuzioni e delle deportazioni per mano dei tedeschi con la decisiva e fattiva collaborazione delle autorità fasciste della repubblica di Salò.

 

Alla loro richiesta venne data una risposta positiva con la creazione del "Comitato di soccorso per i deportati italiani politici e razziali" con una sede al numero 4 della rue du Midi. I costi di tutta l'operazione se li assunse Luigi Zappelli. Particolarmente qualificata si presentò la dirigenza: del comitato ristretto facevano parte, oltre allo stesso Zappelli, il Pastore della chiesa evangelica di lingua italiana Franco Panza De Maria, e l'Avvocato Angelo Donati, personaggio che già prima dell'8 settembre si era prodigato per cercare di approntare una via di fuga agli ebrei prima che la Francia meridionale passasse dalle mani degli italiani a quelle dei tedeschi. Essi erano coadiuvati dall'Avv. Renzo Ravenna, dal Dott. Alberto Levi, dall'Ing. Augusto Levi nonché da Bruno Levi e Jolanda Moise. Con essi collaboravano strettamente la Dott. Livia Battisti, il Rag. Vito Carpi, l'Avv. Piero Sacerdoti e il Dott. Renzo Bonifiglioli.

 

 

Da quanto emerge anche dal documento da cui siamo partiti, il Comitato fu particolarmente efficiente nel raccogliere le informazioni. Ciò era dovuto ai fitti contatti e collegamenti con l'Italia delle persone che lo animavano. Allo scopo, il Comitato coinvolse anche i rifugiati residenti nei centri di accoglienza della zona: ad essi fornì gli indirizzi dei campi di Theresienstadt, Bauschowitz, Birkenau, Jawischewitz, Monowitz, Petrikau, Auschwitz-Oświęcim e Liezmanstadt invitandoli ad inviare cartoline raccomandate indirizzate ai loro parenti prigionieri, nella speranza che per quella via si potesse trovare qualche notizia o indizio che permettesse di intraprendere azioni in loro favore. Il risultato fu però deludente perché quelle poche cartoline che tornarono indietro non portavano altro che la seguente scritta stampigliata: «Konz. Lager verweigert die Annahme, An Abs. Zurück» («Il campo di concentramento rifiuta il ritiro. Ritorno al mittente»).

 

Vi fu anche un'intensa attività diplomatica, soprattutto da parte di Angelo Donati, nel tentativo di motivare personalità, enti ed istituzioni umanitarie, come la Croce Rossa, e religiose, tra cui il Vaticano, a intervenire allo scopo di far cessare le persecuzioni.

 

Quanto all'appello alla Croce Rossa, si sa oggi che la fiducia del Comitato era in buona parte mal riposta perché si basava su presupposti errati. In quei giorni correva infatti voce che le deportazioni dall'Ungheria fossero state sospese grazie all'intervento della Croce Rossa. In realtà un timido invito a cessarle era stato recapitato al governo di Budapest (non però ai tedeschi) quando ormai le autorità magiare le avevano già sospese da oltre una settimana. Dalla ricerca storica di Jan-Claude Favez, commissionata dalla Croce Rossa stessa, si apprende che l'Istituzione umanitaria di Ginevra si è consapevolmente astenuta dall'intervenire in favore degli ebrei perseguitati e degli oppositori perché essi non erano inclusi nelle convenzioni stipulate con i governi. Queste due categorie erano considerate un affare interno degli stati che infierivano su di loro. Dallo stesso studio si apprende che, messo alle strette da Zappelli, il presidente del CICR Burkhardt rispose che per chiedere la sospensione delle deportazioni degli ebrei italiani era necessario avere l'assenso preliminare delle autorità della Repubblica Sociale Italiana, ossia del governo neofascista con sede a Salò, e promise di parlarne al Conte Vinci che a Ginevra curava gli interessi di Mussolini. Non è dato di sapere se Burkhardt abbia o meno conferito in merito con il Conte ma, se anche ciò fosse stato, la cosa non ebbe conseguenze pratiche, come del resto non portò a nulla neppure la promessa di far intervenire il Console svizzero a Milano Valerio Benuzzi.

 

Nel rapporto finale sulle attività del Comitato di soccorso per i deportati politici e razziali di Losanna, che si può trovare in appendice al libro Luigi Zappelli. Il sindaco delle due libertà di Mino Ramoni. viene detto che, nonostante il grande impegno profuso, non molto è stato possibile fare per arginare le deportazioni. Il risultato tuttavia non è affatto stato così deludente come appare da quel documento. Con la sua attività informativa, il Comitato ha avuto il merito di attirare l'attenzione sul destino degli ebrei italiani in un momento nel quale l'opinione pubblica se ne disinteressava perché concentrata su altri avvenimenti. È possibile che la pubblicità data alle persecuzioni abbia potuto incutere spavento, in vista di future punizioni, ad almeno una parte dei funzionari e dei politici italiani corresponsabili dei crimini nazisti, inducendoli a moderare gli interventi in prima persona almeno nell'ultimo periodo della guerra quando ormai era chiaro quale sarebbe stato l'esito del conflitto. Le attività diplomatiche del Comitato, pur scontrandosi con istituzioni dalle reazioni macchinose e frenanti hanno con ogni probabilità favorito l'esito positivo delle trattative intavolate da organizzazioni ebraiche con alcuni gerarchi nazisti per il rilascio di prigionieri contro il pagamento di un riscatto. Ciò comportò l'arrivo in Svizzera negli ultimi mesi della guerra di tre convogli con in totale 2880 reduci da Bergen Belsen e Theresienstadt.

 

L'aspetto più rilevante è tuttavia il fatto che a Losanna sono stati i profughi i primi a mobilitarsi a favore dei loro connazionali, vittime, in Italia, della persecuzione politica e razziale e delle deportazioni. Pur nelle difficoltà dell'esilio e nonostante i limiti imposti loro dalle autorità svizzere preoccupate soprattutto di salvaguardare la neutralità della Confederazione, non hanno voluto lasciarli soli e dimenticati ma hanno fatto tutto ciò che è umanamente possibile per sottrarli alla loro sorte.

 

Silvana Calvo

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