Arte

 

Corrado Cagli: una mostra a Asti

di Giuliano Della Pergola

 

Con felice intuizione Angelo Calabrese, parlando della pittura multiforme di Cagli nel Catalogo della mostra astigiana (Corrado Cagli, Attualità per il tempo della continuità Asti, Palazzo Mazzetti, terminata il 4 dicembre), dice che il suo fu un percorso segnato da un “passare oltre”, da un “procedere attraverso”. Felice intuizione, dico, perché questo movimento fu esattamente quanto restava in Cagli del suo ebraismo, sempre mescolato a tanti altri misteriosi contributi: tribali, greci, giapponesi, junghiani, ancestrali. E peraltro è questo il cuore dell’ebraismo, la sua origine e la sua Pasqua. Anche se, bisogna subito aggiungere, Cagli non aveva più riti e la sua comunità di riferimento si sarebbe fondata, nella modernità, su altre basi, molto remote da quelle suggerite dalla tradizione. In ciò inverando non già una radicale separazione dall’ebraismo ma, al contrario, una ricerca innovatrice e un tempo nuovo e additando inediti sentieri, in avanti. Fu eretico e innovatore, capace di una tradizione che snaturava via via ciò che l’oltrepassava. Anche se la radice ebraica, forte, insormontabile, metamorfizzata di continuo, tornava impetuosa in tanti suoi disegni. Ma ci può essere innovazione (che non sia quella strumentale, tecnologica), senza eresia? Come risponderebbe Spinoza a questa domanda?

Essendo nato in Ancona nel 1910 s’imbatté nel periodo fascista per tutti gli anni della sua giovinezza: un ben tragico incontro per un omosessuale ebreo! Era proprio segnato che il suo sarebbe stato un percorso di opposizione, contraddistinto da un marcato minoritarismo. Nella storia della pittura novecentesca italiana Cagli sta a mezzo tra un retaggio culturale tradizionale, iconico, narrativo, esplicito, ed una pittura più sperimentale, di ricerca, aperta anche all’informale, fortemente ancorata alla figurazione mitica e arcaica. Più che apprendere da Lévi-Strauss, egli ne era contiguo, assai simile al grande antropologo francese per quell’attitudine a cogliere nell’Uomo quanto viene prima di ogni specificità morale, o di appartenenza etnica o religiosa.

Era anche un credente? Molte volte mi sono posto questa domanda e vorrei rispondere di sì, salvo che certe risposte mi sembra che chiudano più che aprire. Diciamo che Cagli era affascinato dal religioso come lo può essere uno spirito illuminista che solo nella propria intelligenza pone l’unica fiducia di cui è capace. Perfino nelle sue poesie, così intense e piene di rimandi e di convergenze, di ipotesi morali e di dubbi ironici, non troviamo una risposta univoca su questo punto, ma solo una circolarità infinita di brillanti suggestioni.

Perché proprio ad Asti, una sua mostra antologica tanto importante? Perché in Asti operò per molti decenni l’arazzeria Scassa, cui l’artista delegava certi suoi dipinti, perché poi fossero trasformati in arazzi. Anche questa fu una forma di ricerca del tutto particolare: ora questi arazzi sono entrati a fare parte del corpus pittorico di Cagli, e fra gli altri quella strepitosa Caccia, dove un Cavaliere tutto bianco sembra correre, suonando il suo corno, verso una disperata effimera vittoria.

In pochi campi della raffigurazione Cagli non entrò: fu presente nel teatro, nella scenografia operistica, nella ricerca antropologica, nell’esplorazione mitologica, nel classicismo metamorfico di Ovidio, nella simbologia religiosa, nell’estetica della cavalleria, oltre che nel disegno, soprattutto se di derivazione rinascimentale e secentesca, di cui fu interprete straordinario, riuscendo a declinare nel moderno l’intento barocco. E poi fu anche ceramista e scultore. Un ecclettismo sotto il quale possiamo credere, più che un rifiuto dei tecnicismi e delle specializzazioni, un appassionato desiderio per lo scoprire nuovi linguaggi, quella che fosse la direzione da intraprendere.

Come “soldato di ventura” militante nell’esercito americano, entrò nei campi di sterminio a Buchenwald nel 1945: di quei giorni ci lasciò disegni tragici e pieni di pietà, raffiguranti dei poveri corpi martoriati dalla fame e dal freddo. Una testimonianza che vale davvero molti libri. Cosa avrebbero da dire i negazionisti di fronte a tale drammatica documentazione? Che sono solo malsane fantasie?

Sarebbe morto a Roma nel 1976 e con lui sarebbe scomparso un pittore senza pari nella storia del Novecento italiano. La sua autorità morale l’aveva posto su di un piano particolare: quello di essere giudice delle qualità che la pittura italiana stava assumendo, promuovendo o bocciando iniziative pittoriche, sperimentazioni e nuovi tentativi.

Cagli ti sollecitava sempre, ti scrutava, ti poneva domande sempre appropriate e strategiche. Metteva anche soggezione, questo sì, una soggezione che richiedeva al suo interlocutore di trovare le risposte più precise alle sue richieste, sempre pertinenti. Era un uomo di gran classe, ombroso, riflessivo oltre ogni dire, un fumatore accanito. Si stava bene con lui a patto che non si bluffasse mai, che mai si dicessero banalità, che non si sgarrasse. Con lui si provava anche la sensazione di essere sotto esame, di trovarsi di fronte ad un uomo originale difficilmente confrontabile con altri, sinceramente aperto all’incontro, ma anche oltre modo esigente, e dunque faticoso.

La sua grande eredità pittorica (e in senso lato, culturale) mi pare trovi oggi sempre meno accoliti: la sua voce, però, e la sua ricerca artistica, rimangono come un acuto altissimo in un campo, quale è quello estetico, oramai tragicamente corrotto tanto è trapassato da mediocri, futili mode, dal commercio e dalla bramosia di denaro.

Giuliano Della Pergola

 

Corrado Cagli, Passaggio del Mar Rosso, 1934

 

Corrado Cagli, Madre del popolo, 1953

 

Share |