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La scuola di tutti

Intervista a Marco Camerini, Coordinatore Didattico delle Scuole ebraiche di Torino

 

Milanese, 44 anni, laureato in filosofia, Camerini non proviene dal mondo della scuola, anche se aveva già tenuto corsi di ebraismo per bambini. Prima di assumere l’incarico di Coordinatore Didattico aveva lavorato come consulente nel campo della gestione delle risorse umane con incarichi anche in ambito internazionale ed è critico musicale, docente di processi di apprendimento nelle organizzazioni presso l’Università Statale di Milano e di Digital Learning presso i Master del Sole24Ore.

Come pensi di riversare le competenze acquisite nella tua precedente esperienza lavorativa nella gestione della scuola?

Nel mio lavoro è sempre stato importante imparare rapidamente per riuscire a inserirsi in contesti nuovi e relazionarsi in modo costruttivo con diversi interlocutori. Conto quindi di essere in grado di creare relazioni di fiducia con genitori, allievi e insegnanti e acquisire presto le conoscenze che mi mancano per consolidare il mio profilo, come ad esempio la conoscenza di alcuni aspetti normativi e burocratici.

Una mia caratteristica è la testardaggine: mi reputo piuttosto tenace, difficilmente mollo. Cerco sempre di arrivare al risultato. La difficoltà è recuperare i gap e cercare di introdurre delle innovazioni mentre la macchina è in corsa. La scuola ha esigenze operative e scadenze (imprevisti, Invalsi, esami, vaccini, …) che non si fermano mai. Questo fa sì che alcune proposte di cambiamento debbano aspettare per mancanza di tempo. Giustamente dobbiamo dare la precedenza agli obblighi di legge e alle scadenze dettate dal Ministero. Tra i progetti su cui vorrei lavorare ci sono il nuovo sito internet, un sistema di performance management rivolto al personale, la revisione di alcuni processi interni, ecc. Alcune innovazioni rimangono per ora nella lista dei desideri per evitare di sovraccaricarci: non le ho abbandonate ma solo rimandate.

Il mio obiettivo per quest’anno è soprattutto prendere confidenza con la macchina e lavorare sulla messa a punto ed il consolidamento di quello che c’è. Nei primi mesi di lavoro avevo la sensazione che fossimo sempre un po’ alla rincorsa, un passo dietro alle scadenze ma, grazie anche alla collaborazione dei colleghi, siamo riusciti a superare le varie difficoltà. Personalmente non credo nel modello del leader solo al comando; non credo nell’infallibilità del Preside e non mi vergogno a chiedere aiuto quando occorre. Il modello partecipativo è un segno di rispetto, a mio parere, ed un riconoscimento della professionalità e dell’esperienza degli insegnanti e degli altri componenti della Scuola. Dai colleghi mi aspetto dunque proattività, sostegno e coinvolgimento. Mi sembra naturale costruire insieme le risposte, anche per far sì che la scuola che andremo a configurare sia la scuola di tutti. Questo è l’approccio che ho sempre utilizzato nel mio lavoro: non ho mai amato i consulenti che si sentono depositari della verità e dall’alto dicono come si deve lavorare. Preferisco sostenere le persone e abilitarle a trovare da sole le risposte alle varie esigenze, un po’ come un coach.

Questo è modello che ho appreso studiando il sistema di produzione Toyota, detto anche “Lean”, oggi applicato nei contesti più disparati tra cui anche quello scolastico, con risultati sorprendenti. Il modello Toyota sposta la competenza e la responsabilità al livello più basso possibile. Non è certo l’ingegnere capo che può sapere con precisione che problema ci sia nella catena di montaggio, ma è l’operaio, quello che avvita materialmente il bullone, l’unico che può dirlo. Questo approccio per qualcuno può essere destabilizzante, in particolare per chi è abituato ad un approccio più gerarchico, e spesso richiede maggiore interazione con le persone e non sempre si ricevono le risposte che ci aspetteremmo, però in compenso si crea maggiore coinvolgimento e responsabilizzazione.

Quali innovazioni intendi apportare nella scuola?

La scuola ha ottimi Invalsi, un’ottima reputazione, non mi interessa l’innovazione per l’innovazione. Tutto quello che funziona va mantenuto, valorizzato, preservato. Vorrei migliorare la comunicazione, verso l’esterno e verso l’interno, e semplificare alcuni processi.

Sul piano della didattica, ho cercato di favorire l’aggiornamento dei docenti e la costruzione di sinergie forti con le altre scuole ebraiche, in particolare quella di Milano, che conosco meglio e geograficamente è anche più vicina. Ad esempio, abbiamo organizzato un corso per insegnanti di ebraico e abbiamo invitato una insegnante di Milano e poi il Dirigente Scolastico della scuola di Milano - Dott. Agostino Miele - è venuto a tenere un corso sulla valutazione per i nostri docenti. È anche importante valorizzare il potenziale che esiste all’interno della Comunità. Abbiamo tante risorse: con l’occasione ringrazio calorosamente le volontarie che partecipano al progetto di studio assistito, offrendoci delle ore del loro tempo. Non è tanto una questione economica ma valoriale; è il concetto di essere una Comunità: ognuno contribuisce con le risorse che ha e che può offrire, materiali o immateriali. Questo innesca una spirale positiva di partecipazione che non ha prezzo.

Qual è stato il tuo impatto con la Comunità di Torino?

Piano piano sto imparando a conoscerla. Ogni Comunità ebraica ha le sue particolarità. Io ho vissuto la mia vita in parte a Roma, in parte a Rimini e in parte a Milano, Comunità e città molto diverse tra di loro. Torino ha una sua specificità, ci stiamo conoscendo reciprocamente. Il livello culturale mediamente è molto alto e questo mi piace molto. Dall’altra parte ho capito che devo dare maggiore attenzione agli aspetti formali e ai messaggi indiretti. Generalmente tendo ad essere molto diretto e trasparente e a dare maggior peso alla sostanza rispetto alla forma, ma capisco che non tutti condividono o apprezzano tale impostazione.

Oltre ad essere il dirigente scolastico sei anche il docente di ebraismo della IV elementare: come valuti questa esperienza di insegnamento in una classe mista, costituita da bambini ebrei e non?

Devo confessare che inizialmente - e ancora un po’ adesso - mi ponevo delle domande su come impostare l’insegnamento dell’ebraismo. In passato mi era capitato di partecipare a incontri interreligiosi, in cui ci si rivolge esclusivamente a persone di altre confessioni, oppure a platee di soli ebrei. Avere in classe ebrei e non ebrei, che devono raggiungere gli stessi obiettivi didattici e fare le stesse verifiche, è per me una condizione nuova che mi interroga su quale sia l’approccio giusto. A volte mi chiedo perché certe cose dovrebbero interessare a quel bambino che in fondo non è coinvolto in prima persona. In realtà i bambini ci tengono a fare tutti la stessa cosa, vogliono tutti partecipare. Una soluzione quindi non ce l’ho; quello che posso dire è che ritengo importante non proporre un ebraismo “edulcorato”, ma mantenere una chiara caratterizzazione ebraica, e lo si fa ad esempio lavorando molto a partire dal testo, dalla Torà in particolare. Mi sembra che le cose funzionino bene quando accade che i bambini di altre confessioni spontaneamente pongano in classe delle domande su quale sia l’approccio della loro religione ad un certo tema che io tratto dal punto di vista ebraico. Credo sia un segnale positivo quando un bambino viene stimolato a porsi delle domande sulla propria identità.

L’altro elemento importante penso sia attualizzare lo studio, calando i messaggi della Torà nella nostra vita quotidiana, ma questo lo farei anche con una classe di soli ebrei. Cosa mi insegna oggi la tale parashà? Qual è il messaggio che mi trasmette la vicenda di Giacobbe? Il 7 dicembre, per esempio, abbiamo celebrato la giornata della disabilità che le insegnanti di sostegno hanno dedicato al tema della lentezza. Nell’introduzione dei lavori ho raccontato l’episodio biblico in cui Giacobbe incontra Esaù. Quest’ultimo propone al fratello di viaggiare insieme e invece Giacobbe dice “Vai pure avanti, io procedo lentamente, al passo dei bambini e degli animali che sono con me.” Si parla proprio di lentezza, una lentezza che diventa immediatamente una questione etica e di responsabilità verso il prossimo. Da un lato vado al mio passo e non mi devo adeguare per forza al passo degli altri, ma poi ho una responsabilità verso coloro che sono più lenti di me. Questo è solo un piccolo esempio. Poi su come tarare l’insegnamento dell’ebraismo a scuola penso si debba procedere come un equilibrista, trovando momento per momento un bilanciamento, dato che dipende da tantissimi fattori, dal tipo di classe ma anche dagli insegnanti.

Pensi di apportare modifiche al curriculum di ebraico o ebraismo?

No; si è completata la messa a punto del curriculum di ebraismo l’anno scorso, con l’aiuto di un professore israeliano; è un grande progetto, molto serio, che ha coinvolto tutte le scuole ebraiche italiane. È stato completato e adesso va sperimentato. Per l’ebraico continuiamo con il metodo Tal Am che la scuola usa da tempo; si tratta di un metodo consolidato. In questo primo anno ho voluto cambiare il meno possibile, per valorizzare al massimo tutte le cose - tante - buone che sono state fatte, soprattutto in campo didattico. Si può potenziare quello che già c’è. Alcuni progetti speciali possono essere cambiati di anno in anno; negli scorsi anni c’è stato ad esempio un progetto sull’insegnamento della geometria utilizzando i tablet, quest’anno invece ne abbiamo attivato uno sfruttando un’innovativa piattaforma di matematica.

Qual è il valore della presenza della scuola per una Comunità medio-piccola come Torino?

Secondo me la scuola è il tassello fondamentale di una Comunità ebraica vivente. Finché c’è la scuola si lavora sul futuro, sulle nuove generazioni; è il presupposto per il persistere dell’identità ebraica. Per mantenere la tradizione, portarla avanti e guardare al futuro è necessario investire nella scuola più che nei musei o nei cimiteri. Dobbiamo puntare sui vivi, sui giovani, sulle famiglie e soprattutto sulla trasmissione dell’identità ebraica: chi esce da una scuola ebraica (auspicabilmente) sa chi è, qual è la sua storia, cosa significa fare il Kiddush, cos’è il seder di Pesach; ha imparato a confrontarsi con gli altri, mantenendo la propria specificità. Poi a livello di osservanza ognuno farà le sue scelte, ma è importante conoscere e comprendere a fondo la tradizione per essere in grado di fare una scelta consapevole.

La scuola può anche essere un punto di riferimento per le famiglie, in particolare per chi viene da fuori e desidera entrare in contatto con altre famiglie. La scuola può essere un punto di riferimento per gli ex allievi che frequentano le superiori o l’università: si possono attivare delle collaborazioni, proporre delle testimonianze, organizzare attività culturali o sportive. A proposito di sport, recentemente abbiamo giocato la prima partita di calcio interscolastica Milano-Torino e abbiamo in animo di organizzare un piccolo torneo tra le scuole ebraiche italiane. Lo sport può costituire un catalizzatore importante per i giovani e penso che questo filone vada potenziato anche con altre iniziative.

Intervista di Alda Guastalla e Anna Segre

 

 Marco Camerini. Sullo sfondo la foto di Emanuele Artom a cui è intitolata la scuola media

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