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E così sono arrivata in kibbutz

di Beatrice Hirsch

 

Oggi è il 3 Dicembre e sono qui da due mesi, ma mi sembra di essere qui da un anno.

Il 3 ottobre ho preso un Easyjet Malpensa-Tel Aviv e con un misto di eccitazione e paura mi sono trovata catapultata nella realtà dello Shnat Hachsharà (anno di formazione) del movimento giovanile Hashomer Hatzair (che frequento da più di dieci anni). Il programma era già iniziato da una ventina di giorni e, arrivata nel Kibbutz Ein Dor, scortata dal Segretario Generale del movimento, sono stata accolta a braccia aperte da venti ragazzi della mia età, per lo più sudamericani (brasiliani, argentini, uruguaiani), ma anche statunitensi e messicani, e dai due madrichim, olim chadashim, dall’Australia e dal Venezuela. Tutti mi aspettavano nella veranda della casa in cui viviamo, con un cartellone Benvenuta Bea! “Ti senti a casa?” mi ha chiesto Oren uscendo dall’auto, non ancora.

Qualche giorno di festeggiamenti per Sukkot e abbiamo iniziato il programma, che da subito si è rivelato travolgente. La mattina sono stata collocata (su mia richiesta) a lavorare in uno dei tantissimi ganim (asili); dopo quattro ore con i bimbi, mi trovo con gli altri miei chaverim in chadar ochel per mangiare; nel pomeriggio abbiamo solitamente tre volte a settimana ulpan con una morah del kibbutz, e varie peulot, tenute dai nostri madrichim o dai membri dell’Hanagah, durante le quali ogni settimana ci confrontiamo su un tema diverso (come Sionismo, Attivismo, Conflitto, Società israeliana, Economia), continuando solitamente anche dopo cena.

La vita in kibbutz non è come quella che mi aspettavo dai racconti di famigliari e amici e ho scoperto che quella realtà è praticamente scomparsa. Ein Dor si trova in Bassa Galilea, è stato fondato dall’Hashomer Hatzair nel 1948 e oggi conta più di 1000 abitanti e sono in progetto altri quartieri che ne aumenteranno ancora la popolazione. Nel 2003 i chaverim kibbutz hanno votato ed è avvenuta la fatidica privatizzazione; il socialismo è scomparso giorno dopo giorno. Lo noto soprattutto nel chadar ochel mezzo vuoto: luogo che per me è sempre stato il simbolo della nostra vita comunitaria durante i campeggi, qui è diventato un semplice self-service dove i dipendenti della fabbrica e gli altri lavoratori possono mangiare nella pausa pranzo o dove le famiglie si recano per una cena fuori il venerdì sera, come fosse il ristorante del paese. Lo vedo in coda alla cassa del Kol’bo, aspettando che tutti paghino con la loro carta di credito prodotti che si possono trovare in un qualsiasi supermercato in città, con cui sfameranno la loro famiglia; ma anche nelle staccionate di legno o nelle siepi che circondano i giardini delle case private, tra le quali spiccano alcune fascinosissime villette monofamigliari prevalenti per esempio nel nuovo quartiere.

 

Israele ieri e oggi

Ogni settimana prevede un giorno di gita, in cui visitiamo luoghi, ascoltiamo testimonianze e racconti riguardanti il tema della settimana. Abbiamo fatto hiking sul monte Gilboa, visitato vari nuovi e vecchi kibbutzim, sentito le storie e i segreti di anziani chalutzim, abbiamo studiato la gentrificazione dei quartieri di Haifa e il suo futuro porto cinese, abbiamo incontrato i ragazzi arabo-israeliani del movimento giovanile Ajyal, gemello dell’Hashomer qui in Israele. 

Tutti i tiulim mi lasciano il segno, perché mi danno la possibilità di vedere con i miei occhi e vivere la realtà di quello di cui parliamo a peulà: oltre agli ideali e alle grandi discussioni, fuori dalle mura della nostra stanza c’è lo Stato di Israele, e io sono venuta qui per conoscerlo! Ci sono state due gite però che mi hanno colpita più delle altre. La prima era inerente al conflitto israelo-palestinese e la seconda sull’immigrazione illegale dai paesi africani (di cui magari racconterò la prossima volta). Abbiamo rivisto la storia della fondazione dello Stato ebraico e ci siamo scervellati su come si possa vivere la Tzavah in modo alternativo, in linea con gli ideali del movimento e come creare un processo educativo sul tema; dopo di ciò abbiamo avuto un incontro molto interessante con un membro dell’organizzazione ONG Breaking the Silence (fondata nel 2004 da veterani dell’IDF che volevano condividere le loro esperienze nei Territori Occupati per sensibilizzare ed educare il popolo israeliano e il mondo riguardo alle condizioni di vita in quella zona, argomento spesso considerato un tabù). Questa ragazza ci ha raccontato del suo lavoro da soldato all’interno dell’Amministrazione Civile Israeliana che coordina gli interventi israeliani o palestinesi all’interno della zona C della Cisgiordania, per questioni umanitarie, di infrastrutture o economiche. Successivamente abbiamo visto un documentario sul movimento dei Combatants for Peace (creato nel 2006 da ex-combattenti israeliani e ex-terroristi palestinesi per promuovere la collaborazione come unico mezzo per raggiungere la coesistenza e la pace).

 

Direzione West Bank!

Finalmente l’ultimo giorno della settimana (che qui è il giovedì) siamo saliti sul pullman, direzione West Bank! Quando l’ho scoperto mi è venuta la pelle d’oca e tutti abbiamo iniziato a chiederci quando comunicare ai nostri genitori di questa gita, meglio la sera prima o quella dopo? Finalmente dopo anni di discorsi, articoli, conferenze e peulot è arrivato il momento di vedere cosa succede oltre questa famosa Linea Verde. Come spesso mi sta succedendo qui, però, quello che vedo non è proprio quello che mi aspetto: dopo tre ore di viaggio, noto il muro sulla mia destra e il check-point davanti a noi, ma non veniamo fermati, aspettiamo qualche minuto semplicemente perché c’è coda, e siamo dentro, le strade non cambiano, le macchine che ci superano hanno tutte la targa israeliana, i cartelli stradali sono in ebraico (probabilmente perché siamo nell’area C che è sotto la giurisdizione israeliana). Passando per le stradone principale, però, si possono notare i cartelloni rossi scritti in arabo, ebraico e inglese in cui si invitano i cittadini israeliani a non entrare nell’area A, dell’Autorità Nazionale Palestinese, per la propria sicurezza e perché ciò è vietato dalla legge.

 

Il villaggio e l’insediamento, due facce della stessa medaglia

Ci dirigiamo verso il villaggio palestinese di Umm al-Khayr, adiacente all’insediamento israeliano Carmel, e dei ragazzi beduini del posto ci accolgono e ci raccontano la situazione del loro villaggio in un perfetto inglese, aiutati da due ragazzi dell’associazione statunitense Jstreet e del programma Achvat Amim-Solidarity of Nation (aperto qualche anno fa da due shomrim canadesi), che ci hanno guidato durante tutta la gita. Gli abitanti di questo villaggio sembrano pacifici, mentre molti bambini ci corrono intorno e ci guardano incuriositi, i ragazzi ci raccontano delle innumerevoli demolizioni delle loro case, considerate illegali dall’Amministrazione Israeliana che però rilascia raramente i permessi richiesti; della mancanza di elettricità e di acqua in certi periodi dell’anno; dei problemi che hanno con i vicini di Carmel e con le pietre che spesso vengono lanciate sulle loro tende e sulle loro teste, da parte dei bambini ebrei, e sugli arresti immotivati. Nell’area C, infatti, all’interno degli insediamenti vige la legge civile e costituzionale israeliana, mentre nel resto dei villaggi è in vigore quella marziale, che non tutela una buona parte di diritti civili. Dopo un pranzo veloce in un grosso conteiner-scuola-centro comunitario, risaliamo in pullman e tornando verso nord arriviamo nell’insediamento di Efrat, stabilito nel 1983 sui monti della Giudea e ora popolato da 10 000 residenti, di cui il 90% religiosi. Veniamo introdotti nel lussuoso municipio e nella sala conferenze, dove, poco dopo, ci raggiunge il sindaco Oded Revivi, che pochi giorni prima avevamo sentito parlare alla manifestazione in memoria di Itzchak Rabin a Tel Aviv. Eravamo tutti caldi, pronti per porgli le domande più scottanti che ci eravamo preparati riguardo agli insediamenti, la politica, la pace… Ma subito ci siamo ritrovati spiazzati alla prima domanda, infatti quando gli chiediamo perché avesse deciso di venire a vivere in un insediamento ci risponde molto tranquillamente che le case lì costavano meno e lui non poteva permettersi una casa che fosse vicino a Gerusalemme in nessun altro luogo. Successivamente specifica poi che ovviamente ci sono anche coloro che vivono lì per scelta, perché quelli dovrebbero essere territori israeliani, perché appartengono alla storia del nostro popolo, oppure perché prima della dichiarazione di indipendenza del ’48 avevano dei terreni oltre i nuovi confini e non hanno voluto abbandonarli (e pensare che anche molti palestinesi, che si trovano tuttora in campi profughi, rivendicano le loro terre dall’altra parte della Linea; questo vuol dire che possono tornare a riprendersele?). Ci ha raccontato dei suoi progetti di coesistenza con i vicini villaggi arabi, con cui spesso condivide caffè e incontri costruttivi; tutti dai villaggi lo ammirano talmente tanto che un giorno lui ha chiesto loro perché non si unissero a lui e non ne facessero anche il loro sindaco. Tutto questo mi ha fatto arrivare alla conclusione che, da una parte in questo insediamento sembra esserci apertura per la pace e la volontà di trovare alternative ai muri e alle staccionate per risolvere il conflitto, perché ritengono che non siano soluzioni durature (il muro che separa Israele da Gaza non ha impedito razzi e tunnel sotterranei, afferma il sindaco), ma dall’altra credono che la pace si raggiungerà quando i palestinesi riconosceranno lo Stato di Israele anche nei territori della Giudea e della Samaria. Revivi ha poi insistito spiegandoci che gli insediamenti non sono il problema, anzi occupano semplicemente l’1,6% del territorio “occupato” e sono uno dei pochi mezzi per promuovere la coesistenza e garantire lavoro a centinaia di palestinesi locali. Ha poi consegnato a ciascuno di noi una cartellina contenente un documento ufficiale con i dati amministrativi dell’insediamento, una sua biografia e vari suoi articoli relativi alla situazione della zona, pubblicati sul Jerusalem Post e su giornali statunitensi, in cui scrive del rapporto con gli USA e di quanto limitare la crescita degli insediamenti sia controproducente, perché essi portano vantaggi per entrambi i popoli, e ne argomenta la legalità, sottolineando anche quanto moltissimi palestinesi si appoggino ad Israele per la loro salvezza, esausti dell’Autorità Palestinese che impedisce il dialogo e la collaborazione per migliorare le infrastrutture come le fognature comuni e che addirittura (come ci racconta) l’anno scorso ha fatto arrestare e detenuto dei palestinesi che si erano recati ad Efrat per bere un caffè nella sukkah del sindaco.

Da entrambi quindi sembra esserci apertura per il dialogo, ma la pace è sicuramente ancora lontana. Ci sono svariate ragioni e ognuno può portare un punto di vista diverso sulla questione e io mi trovo spiazzata quando una ragazza mia “collega” all’asilo mi dice che non vuole e non riesce neanche ad avvicinarsi a qualsiasi arabo perché “io non so cosa hanno fatto a lei e al suo fidanzato durante il servizio militare e nella sua città”, non so neanche cosa ribattere perché è vero, io non lo so proprio cosa lei abbia sofferto e tutto quello che posso risponderle è che non tutti gli arabi sono uguali, come non tutti gli ebrei hanno il naso aquilino (e ci credo fermamente). Ma in questa situazione ci sono talmente tanti estremismi che per noi dall’esterno è molto difficile individuare delle possibili soluzioni e dei possibili colpevoli, è facile parlarne, informarsi, accusare, ma quanto conosciamo davvero di questo conflitto? È tutto un contraddirsi. Alcune ragioni chiare ci sono, come la continua protezione che Israele fornisce ai coloni violenti, oppure ad esempio la divisione della Cisgiordania in area A, B e C, formulata come risoluzione temporanea nel 1993 con gli Accordi di Oslo e ancora oggi in vigore, che sancisce il possesso israeliano del 60% della West Bank, che ha sicuramente garantito agli israeliani la libertà di costruire gli insediamenti, che ostacolano territorialmente, e non solo, una possibile fondazione dello Stato Palestinese. Un secondo problema principale è ovviamente l’Autorità Palestinese in cui pochi della popolazione si identificano e che agisce con testardaggine rifiutando spesso di collaborare con il vicino. Qualche settimana fa però è stato finalmente annunciato che entro la fine del 2018 il popolo palestinese potrà di nuovo recarsi alle urne e tra due anni anche quello israeliano; chissà se la situazione si sbloccherà.

Festeggiando i 120 anni di sionismo, ci chiediamo qual è il ruolo oggi del sionismo-socialista (colonna del nostro movimento)? Per ora posso solo rispondermi che è nostro compito combattere l’estremismo e l’odio che dilaniano questo paese, perché sono ciò che più ci allontana da una futura soluzione pacifica.

Beatrice Hirsch

bea.hirsch@yahoo.it

 

Glossario

  • chadar ochel: sala da pranzo

  • chalutzim: pionieri

  • chaver, chaverim: amico, compagno;

  • chaver kibbutz: membro del kibbutz

  • hanagah: leadership; gruppo con funzioni direttive

  • kol’bo: emporio del kibbutz

  • madrich, madrichim: guida

  • morah: maestra

  • olè chadash, olim chadashim: nuovo immigrato (in Israele)

  • peulà, peulot: attività, discussione

  • shomrim: membri del movimento Hashomer Hatzair

  • sukkah: capanna (Sukkot: festa delle capanne)

  • tiul, tiulim: gita

  • tzavah: esercito, leva militare

  • ulpan: corso di ebraico

 

Eleonora Levi, Pini marittimi