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Due soldati con poco onore

Da destra e da sinistra, i populismi che assediano Israele

di Giorgio Berruto

 

Negli ultimi mesi in Israele si è parlato molto di due soldati, Dean Issacharoff e Elor Azaria. Il primo è portavoce della discussa Ong Breaking the Silence, molto attiva e invisa a gran parte dell’opinione pubblica israeliana. Breaking the Silence è nata nel 2004 per “rompere il silenzio” su quelli che definisce “crimini dell’occupazione” israeliana nei territori contesi e cerca di coinvolgere in particolar modo ex militari, persone che, si presume, hanno avuto esperienza diretta dei supposti crimini. Le accuse di “crimini di guerra” di Breaking the Silence sono però per lo più anonime a motivo - così si legge sul sito dell’organizzazione - della protezione delle fonti. Le accuse sono inoltre in larga misura imprecise e generiche e, quando circostanziate, risultano di scarso peso, come ha riportato e documentato Ben Dror Yemini in una serie di servizi su Ynet. In aggiunta, Breaking the Silence imputa costantemente alla giustizia israeliana di non condurre indagini approfondite sui casi segnalati, chiudendo un occhio sui casi ordinari di violenza contro arabi palestinesi più o meno inermi. La Ong, infine, destina gran parte dei propri sforzi nella comunicazione all’estero delle proprie attività, cioè le accuse stesse. E non a caso proprio dall’estero giunge la quota maggiore dei suoi finanziamenti.

Alcuni mesi fa Dean Issacharoff ha dichiarato di aver picchiato fino allo svenimento - nell’aprile scorso, durante il proprio servizio militare - un arabo palestinese che già era stato messo in condizioni di non nuocere. Issacharoff ha aggiunto di aver eseguito gli ordini impartiti dal comandante della propria squadra, e il video con le sue parole è presto diventato virale. La gravità dell’accusa ha portato la giustizia israeliana - la stessa che Breaking the Silence non si stanca di attaccare - ad aprire immediatamente un’indagine, e a portarla avanti in modo rapido e approfondito. E qui c’è il primo paradosso, perché è intervenuta Yuli Novak, direttrice della Ong, per lamentarsi con un’invidiabile faccia tosta proprio dell’apertura di questa indagine a fronte di “molti casi più gravi”. In linea con le posizioni dell’organizzazione che rappresenta, avrebbe forse fatto miglior figura se avesse accolto con favore l’operato della giustizia: è pur sempre un inizio, non è vero?

L’indagine è andata avanti e sono state ascoltate le testimonianze di tutti i coinvolti. L’arabo palestinese “picchiato fino allo svenimento” ha affermato di essere stato ammanettato dopo una breve colluttazione per aver lanciato pietre contro i soldati israeliani, e ha aggiunto di non aver subito alcuna violenza dopo essere stato immobilizzato. Lo stesso Issacharoff ha confermato questa versione, che coincide con quella di tutti gli altri presenti. L’indagine è stata dunque chiusa perché “il fatto non è avvenuto”. Issacharoff può mettersi il cuore in pace: è innocente. Innocente, dunque colpevole di aver calpestato la verità dei fatti.

Nel corso degli ultimi dodici mesi in Israele si è molto discusso del progetto di legge, approvato il 9 febbraio 2017, sulla trasparenza delle Ong. In base a questo provvedimento, approvato in prima lettura dal Parlamento già prima del caso Issacharoff, le Ong attive in Israele che operano con fondi provenienti per oltre il 50% dall’estero sarebbero tenute a fornire dettagliate informazioni sull’origine dei finanziamenti. Al di là dell’opportunità o meno della legge, si tratta di un provvedimento fortemente voluto dall’attuale governo che mira a colpire le Ong critiche nei confronti dello Stato di Israele, come Breaking the Silence. Più recentemente, il parlamentare del Likud Miki Zohar sta promuovendo un ddl, definito non senza volontà polemica “Disegno di legge Soros”, per “prosciugare le risorse di organizzazioni di sinistra che minano il governo, diffamano Israele e cercano di negarne il diritto di difendersi”. Questi progetti di legge, se da una parte cercano di affrontare problemi oggettivi, cioè il diffuso doppio standard di giudizio quando si tratta di Israele e la messa in discussione della legittimità stessa di esistere dello Stato, dall’altra rientrano nel più generale tentativo dell’attuale governo Netanyahu di modificare dall’interno alcuni equilibri del Paese, con campagne per mettere in discussione istituzioni garanti della democrazia, come la Corte Suprema. Quello che però mi preme particolarmente sottolineare è che tutto questo ha creato un grande dibattito in Israele, e le posizioni estreme non sono mancate. Molti, nella società civile ma anche in Parlamento, sfruttano le aporie e le contraddizioni di Breaking the Silence e di altre Ong, che spesso hanno un’agenda non tanto antigovernativa, quanto esplicitamente antisionista, per chiedere misure liberticide e mettere a tacere le opinioni contrarie. In riferimento al caso Issacharoff, suscita sorpresa che le persone che sostengono che Israele e il suo esercito abbiano gli standard etici più elevati al mondo siano sovente le stesse che affermano tranquillamente che ogni terrorista meriti di morire, per di più di solito senza considerare che esiste una differenza tra una violenza come il lancio di pietre, anche se fatta con l’intenzione di ferire e uccidere, e un attentato con esplosivo o armi. Per fugare ogni dubbio: è ovvio, almeno per me, che di fronte a un pericolo la difesa è legittima, e può capitare che costi la vita dell’aggressore; l’obiettivo però non è uccidere l’aggressore, ma risolvere la situazione di pericolo. E, in ogni caso, nessuno “merita” di morire.

Nei mesi passati, in Israele, si è a lungo discusso anche di un altro soldato. Si tratta di Elor Azaria, condannato per aver sparato a un terrorista arabo palestinese già a terra e in condizioni di non nuocere, uccidendolo. Ad Azaria sono state riconosciute notevoli attenuanti, ma la condanna è rimasta: ed è fondamentale che sia così, per chi ha a cuore che Israele rimanga uno Stato di diritto e non diventi un far west in cui ha ragione chi spara per primo e chi ha torto esce dal saloon con i piedi in avanti in direzione del cimitero. Lo stesso Presidente dello Stato Reuven Rivlin, con una vita nel Likud alle spalle, nonostante le pressioni ricevute ha rifiutato di concedere la grazia, rimarcando così la distanza tra la giustizia di Israele e quella di Billy the Kid. Il processo ha dato però il la ad attacchi continui contro la giustizia israeliana in generale e la Corte suprema in particolare. Le polemiche sono presto tracimate in accuse di tradimento e violenze verbali che ricordano impietosamente quelle che hanno preceduto l’assassinio di Yitzhak Rabin nel 1995. In foto ritoccate diffuse sul web Rivlin è stato ritratto con la kefiah, simbolo del terrorismo palestinese, proprio come è stato fatto con Rabin. E oggi, come nel 1995, Netanyahu non si espone direttamente ma è disposto a venire a patti con gli estremisti, a tollerarli.

Oggi, dunque, siamo di fronte a tentativi di mettere in discussione la giustizia israeliana da due lati. Il populismo di destra non è un fenomeno di minoranza in Israele, ed è tanto più allarmante perché tollerato, e in alcune circostanze incoraggiato, dai partiti della coalizione attualmente al governo. Quello di sinistra à la Issacharoff nel Paese è molto meno presente, ma esercita una forte influenza all’estero, dove può annoverare numerosi sostenitori, spesso significativamente nelle fila dei detrattori tout court di Israele. A essere sotto attacco sono le istituzioni: Presidenza dello Stato, Corte Suprema e giustizia in genere. Ma anche esercito e media, accusati spesso, a torto, di essere territori in cui la sinistra è egemone. L’attacco alle istituzioni garanti della stabilità, d’altra parte, non è fenomeno solo israeliano, come ben sappiamo noi cittadini europei. Come è non solo israeliano ma internazionale quel sintomo che definirei “trumpismo”, un mix amorfo di proclami altisonanti, poche idee per nulla chiare e coerenti, nessun problema ad allearsi con chicchessia a seconda dell’occasione. Un contesto esplosivo, insomma. E la caccia ai “traditori” dei sostenitori di Azaria, come le menzogne di Issacharoff, non aiutano.

Giorgio Berruto

 

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