Shabbat, diritti e democrazia

 

Ha fatto bene la Corte Suprema israeliana a dichiarare legittima l’ordinanza del Sindaco di Tel Aviv che consentiva l’apertura dei negozi di Shabbat? Un problema che può essere visto da molte angolazioni: da una parte il valore dello Shabbat dall’altra la laicità dello stato, da una parte le libertà fondamentali in un Paese democratico, dall’altra i diritti dei lavoratori. Da una discussione in redazione sul tema sono nati i tre articoli pubblicati su questo numero.
 

 

La terra è piatta?

di Manfredo Montagnana

 

Il termine “fake news” racchiude il germe di una riflessione che vorrei esplicitare. A me pare che la recente comunicazione di uno sconosciuto americano volta a dimostrare che la terra è piatta non sia solo una “notizia falsa” ma che faccia parte della tendenza oggi diffusa a contestare idee e teorie scientifiche elaborate e confermate attraverso secoli di studi ed esperimenti.

Sono idee e teorie che occasionalmente vengono messe in discussione anche nelle scienze sperimentali (come dimostrano i noVax), ma che nel campo delle scienze sociali sembrano essere oggi sempre più ignorate. L’evidenza di quanto sia assurdo l’asserto “la terra è piatta” deriva dal fatto che si riferisce alla fisica e alla geografia, scienze ormai consolidate. Ma quante assurdità, anche maggiori, accettiamo quotidianamente a proposito di questioni economiche, politiche e sociali.

Si tratta di affermazioni generalmente prive di fondamento, suffragate - ma non sempre - da statistiche basate su pochi casi personali. Eppure è ben noto che nemmeno il risultato di una indagine statistica scrupolosa è mai una certezza. Gli studiosi seri sanno che previsioni credibili, ad esempio nel campo dell’economia, vanno riferite a poche settimane o al massimo a pochi mesi. Ciò nonostante quando si discute di problemi socioeconomici o politici vengono presentate proposte che riguardano eventi futuri del tutto ipotetici, prive del supporto di informazioni certe.

Più difficile è capire la posizione di chi intende affrontare problemi complessi come quelli appunto economici, politici e sociali. senza usare il metodo scientifico, rispondendo cioè alle domande: “di cosa stiamo parlando?”, “quali sono le variabili in gioco?”, “cosa succede se adottiamo la nostra risposta?”.

Naturalmente una simile impostazione non basta da sola ad affrontare problemi di questo genere, deve essere ancorata ad un concetto, una “idea guida”. Nella società in cui viviamo questa idea si riassume - che ci piaccia o meno - nella parola “profitto”: ogni evento economico, politico o sociale va esaminato tenendo conto del fatto che l’unico obiettivo è realizzare un profitto.

Prendo spunto da queste considerazioni per ragionare su un tema apparentemente semplice, ma in realtà complicato quando viene collocato nel quadro generale della società in cui viviamo: quali sono le condizioni di lavoro nei vari settori dell’industria, del commercio, dei servizi, quali dovrebbero essere gli orari e quali sono in realtà. La determinazione dell’orario di lavoro è stata una questione centrale da almeno due secoli nelle rivendicazioni sindacali, da quando il movimento operaio ha lanciato parole d’ordine come: “giornata lavorativa di otto ore”, “settimana lavorativa di cinque giorni”.

Hanno senso richieste di questo genere oggi? Credo di sì, purché esse rientrino in una proposta più complessiva di trasformazione della società: resta da vedere quanto questa possa essere realistica se la società è dominata dalla idea guida del “profitto”.

Proviamo a servirci delle idee espresse prima per approfondire l’esame della questione attraverso un esempio. Credo che molti anziani restino perplessi quando scoprono sulla facciata di un centro commerciale la scritta “aperto 24/24 e 7/7”. Poi forse si ricordano che le industrie e molti servizi pubblici da decenni operano con la stessa normativa, anche in paesi apparentemente religiosi come l’Italia o Israele, dove la sospensione di ogni attività nella giornata del sabato o della domenica dovrebbe essere una regola infrangibile.

Mettiamo che uno dei nostri anziani volesse chiedere al gestore di un centro commerciale a Torino o a Tel Aviv di tenerlo chiuso dalle 20 di sera alle 8 del mattino e tutti i giorni festivi, compresa la domenica o il sabato; costui gli spiegherebbe che accogliere questa richiesta comporterebbe la chiusura definitiva del suo esercizio dopo poche settimane. Potrebbe anche aggiungere che nella gestione del centro egli persegue un obiettivo ampiamente sostenuto da governi, imprenditori, sindacati: far crescere i consumi per assicurarsi che cresca il PIL.

Di fronte ad affermazioni tanto semplici e convincenti come “l’inesorabile predominio del profitto” e “la insostituibilità del PIL come metro di giudizio”, ci si deve domandare quale spazio ci sia per una reale trasformazione della società e concretamente per eliminare la legge del “24/24 e 7/7”.

Manfredo Montagnana

 

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