Shabbat, diritti e democrazia

 

Ha fatto bene la Corte Suprema israeliana a dichiarare legittima l’ordinanza del Sindaco di Tel Aviv che consentiva l’apertura dei negozi di Shabbat? Un problema che può essere visto da molte angolazioni: da una parte il valore dello Shabbat dall’altra la laicità dello stato, da una parte le libertà fondamentali in un Paese democratico, dall’altra i diritti dei lavoratori. Da una discussione in redazione sul tema sono nati i tre articoli pubblicati su questo numero.
 

 

La forza dello Shabbat

di Anna Segre

 

Nella satira I,9 (35 a.e.v.) Orazio è perseguitato da un seccatore; incontra un amico e finge di dover trattare un affare con lui, ma quello, che si diverte a vederlo nei guai, afferma che non può farlo assolutamente di sabato per non offendere gli ebrei (in realtà si esprime in termini un po’ meno politically correct di così, ma la sostanza è questa). Da una parte abbiamo l’intellettuale colto e raffinato, l’uomo di mondo, amico personale di Mecenate, dall’altra una comunità di immigrati sulle cui usanze curiose, considerate ridicole e quasi superstiziose, il poeta si permette di ironizzare. Com’è andata a finire? Chi ha vinto? Non tutto morirò - si augurava altrove Orazio - […] mantenuto in vita dalla lode dei posteri, finché il Pontefice salirà il Campidoglio con la vergine silenziosa. Per sua fortuna non è andata così, altrimenti le sue opere giacerebbero dimenticate da quasi due millenni: da molti secoli ormai il Pontefice e la vergine silenziosa non salgono il Campidoglio, mentre noi siamo ancora qui con il nostro Shabbat, che, anzi, in un modo o nell’altro abbiamo donato all’intera umanità.

Spesso mi capita di ripensare a Orazio. Ripenso a lui quando sento qualcuno che ironizza sul modo in cui gli ebrei religiosi osservano lo Shabbat; ripenso a lui quando qualcuno insiste a richiedere la presenza di un esponente della Comunità in qualche manifestazione che si svolge di venerdì sera o di sabato (anche in contesti che dovrebbero essere di dialogo interreligioso e in cui si fanno grandi paroloni sul rispetto delle diversità) e si mostra un po’ seccato della nostra indisponibilità; ripenso a lui quando i colleghi fanno battutine sul mio diritto al sabato libero (anche se in realtà molti di loro non lavorerebbero di domenica neanche dipinti, e questo tutto sommato è un pensiero confortante perché significa che anche loro capiscono benissimo l’importanza del giorno di riposo settimanale). Ripensare a Orazio mi fa ricordare che lo Shabbat in realtà è molto più potente e longevo di coloro che cercano di metterlo in discussione o in ridicolo.

Finito l’impero romano con i suoi sacerdoti e le sue vestali, il mondo divenuto cristiano ha mantenuto lo Shabbat (pur spostandolo di un giorno) ma gli ha tolto i paletti: riposo senza regole fisse, a parte la messa. Una libertà che sul lungo periodo si è rivelata insidiosa. Oggi il riposo settimanale ha perso progressivamente la sua sacralità, ma in compenso è diventato un diritto acquisito dei lavoratori. Acquisito si fa per dire. C’è chi è costretto a lavorare nei giorni festivi per non essere licenziato, e chi accetta di farlo per essere pagato meglio (forse i paletti servono soprattutto per proteggerci da noi stessi).

Il giorno festivo settimanale è diventato patrimonio dell’intera umanità. Eppure c’è chi lo vive come un’imposizione e una limitazione alla libertà individuale. In Israele c'è un oggettivo problema di controllo religioso su ogni aspetto della vita (per esempio sul diritto di famiglia) che porta i “laici” a sentire qualunque regola come un’imposizione. Per questo la sentenza della Corte Suprema israeliana in favore dell’apertura dei negozi di Shabbat a Tel Aviv è stata accolta da molti come un trionfo della laicità e della democrazia, ma è facile vedere come questa libertà celi in sé gravi pericoli, perché se un negozio sta aperto sette giorni alla settimana c’è il rischio che le leggi del mercato e della concorrenza costringano tutti gli altri a fare altrettanto. E questo significa che i lavoratori sarebbero costretti a fare turni di Shabbat, o che gli indisponibili a lavorare di Shabbat avrebbero più difficoltà a trovare lavoro. Immagino che in Israele ci siano leggi ferree a tutela degli ebrei osservanti, ma temo che per i “laici” le cose non sarebbero altrettanto facili.

Occorre anche dire che è davvero difficile per un Paese moderno e sviluppato fermare tutto per 25 ore alla settimana. Anche in Israele di sabato ci sono aerei che atterrano e viaggiatori che hanno bisogno di essere trasportati e nutriti.

In una società multietnica e multiculturale il pluralismo religioso permette a ciascuno di rispettare il proprio giorno festivo senza fermare i servizi essenziali (che non sono solo le emergenze in cui qualcuno è in pericolo di vita: per quelle l’halakhà stessa prevede che lo Shabbat possa e debba essere violato). E se in Italia invochiamo la flessibilità che permetta ai negozianti ebrei di chiudere di sabato e stare aperti di domenica non possiamo non accettare che in Israele vi sia la medesima libertà.

Come se ne esce?

A mio parere non con i divieti. Piuttosto con leggi ferree che tutelino i lavoratori, osservanti e non osservanti. Guai a chi licenzia o non assume chi non è disponibile a lavorare di Shabbat. E si potrebbe anche prevedere qualche sorta di tassa per i negozi che aprono di Shabbat, in modo che quelli che chiudono non siano danneggiati da una concorrenza sleale.

Ma forse anche i religiosi hanno una responsabilità: se si vuole che lo Shabbat sia davvero di tutti, un valore riconosciuto dall’intera società e non solo da una parte di essa, bisogna davvero aprirlo a tutti. Se si vuole che gli ebrei non osservanti non vadano a cercare bar e ristoranti aperti di Shabbat occorre dare anche a chi non si è organizzato la possibilità di mangiare gratis. A Torino dopo la tefillà offriamo a tutti un kiddush (forse è un po’ poco, ma meglio di niente: non è un’usanza universalmente diffusa). In Paesi musulmani, e anche a Torino, mi è capitato di vedere durante il Ramadan grandi tavolate allestite per strada per permettere a tutti, anche ai bisognosi, di avere cibo a sufficienza dopo la fine del digiuno. Non sarebbe possibile in Israele avere, almeno in certi luoghi, tavolate simili per i pasti dello Shabbat? Così anche i non osservanti potrebbero assaporarne l’atmosfera, e anche i turisti capitati per caso non correrebbero qua e là a cercare negozi aperti (e i negozi avrebbero meno convenienza a stare aperti).

Lo Shabbat non funziona se non è di tutti. Anziché imporlo con la forza delle leggi bisognerebbe educare tutta la società ad apprezzarne il valore.

Anna Segre

 

Giorgio Tedeschi, Si è addormentato

 

 

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