Trump

Al momento di andare in stampa è scoppiato il caos scatenato dalla dichiarazione di Trump su Gerusalemme capitale di Israele. Nei giorni immediatamente successivi abbiamo ricevuto due contributi sul tema, che pubblichiamo in queste pagine, ma probabilmente solo dal prossimo numero sarà possibile misurare il reale impatto che la mossa del Presidente Usa avrà avuto, al di là delle dichiarazioni di facciata. La presa di posizione di Trump è stata un pericoloso salto ne buio o è parte di una strategia? È stata una mossa gratuita e unilaterale a favore di Israele o gli Stati Uniti richiederanno una contropartita?

Ricordiamo comunque che si tratta di una questione puramente simbolica perché la capitale di Israele, dove si trovano parlamento, governo, Presidente della repubblica, Corte Suprema, ecc., è sempre stata Gerusalemme fin dal 1948. A Tel Aviv ci sono, e ci sono sempre state, solo le ambasciate. Tutte le istituzioni si trovano dunque a Gerusalemme ovest, che era già israeliana prima del 1967 e di conseguenza non può essere definita territorio occupato. Occorre anche notare che Trump non ha mai parlato di Gerusalemme "una e indivisibile" e quindi in teoria non ha detto niente di diverso da chi, come noi, sostiene la linea dei due popoli / due stati.

Certo, nel Medio Oriente anche i simboli hanno la loro importanza. È comunque opportuno ricordare che sul piano pratico la dichiarazione di Trump non ha cambiato nulla nello status di Gerusalemme o nella vita dei suoi abitanti.
 

 

Gerusalemme, l’unilateralismo, il futuro dei due stati

di Giorgio Gomel

 

Gerusalemme capitale d’Israele - proclama Trump unilateralmente - pur affermando nel prosieguo del suo discorso che gli Stati Uniti “non intendono assumere una posizione sulle questioni relative allo status definitivo [del conflitto israelo-palestinese], inclusi i confini specifici della sovranità israeliana su Gerusalemme o la definizione delle frontiere contese fra le parti”.

Così con il suo tipico tono fra il tranchant, il facilone e l’arrogante il presidente americano ignora la complessità simbolica, identitaria, religiosa nonché squisitamente politica di una città che Israele celebra dall’annessione della parte orientale nel 1980 come “capitale unita, eterna e indivisibile” , il cui status però nessun governo al mondo ha riconosciuto e che secondo i dettami dell’accordo di Oslo del 1993 doveva essere oggetto di negoziato fra israeliani e palestinesi. La decisione americana non riconosce quindi la natura duale della città e lo status dei suoi residenti arabi. Negli ultimi trent’anni Israele ha incorporato nella città estesi quartieri e villaggi palestinesi che non appartenevano alla Gerusalemme del passato; ha edificato interi quartieri ebraici come Gilo e Pisgat Ze’ev e permesso ad ebrei fondamentalisti di occupare case in quartieri centrali della città quali il quartiere musulmano della città vecchia o Silwan, un tempo abitati soltanto da arabi.

 La città invece resta profondamente divisa, etnicamente e socialmente. Basta visitare quartieri arabi come Jabel Mukabber o Ras Al Amid a sud oppure Beit Hanina o Shuafat più a nord, magari in compagnia di un attivista di Ir Amim (città dei popoli, in ebraico, www.ir-amim.org.il ), una ONG israeliana che propugna una Gerusalemme fisicamente unita ma capitale condivisa dei due stati con un sistema di autonomie municipali e amministrative da negoziarsi fra le parti.

Nella parte orientale della città vivono circa 230.000 israeliani e quasi 350.000 palestinesi con uno status di residenti permanenti, liberi quindi di muoversi nel paese, ma privi del diritto di acquistare terreni di proprietà statale e di partecipare alle elezioni parlamentari in Israele, con il perenne timore che tale status venga revocato se lasciano la città per motivi di studio, lavoro o altro. Dal 1967 circa 15.000 arabi gerosolimitani hanno subito tale disgrazia. Inoltre, pur potendo votare nelle elezioni locali, larga parte dei residenti rifiuta di partecipare alla vita civile e politica della città e anche per questo motivo i servizi municipali nelle zone da loro abitate - istruzione, giustizia, rifiuti, infrastrutture - sono nettamente inferiori a quelli erogati nei quartieri ebraici. In più da quando Israele ha costruito il “muro di separazione” al fine di contrastare l’offensiva terroristica scatenata dalla seconda intifada alcuni quartieri arabi sono rimasti ad est del muro ed esponenti della destra israeliana propongono ora di rimuoverli dalla giurisdizione di Gerusalemme abbandonandoli ad uno status ambiguo di uno stato palestinese che non c’è.

La dichiarazione di Trump è in larga parte un atto simbolico come conferma la reazione dell’opinione pubblica in Israele, piuttosto tiepida, al di là del trionfalismo di Netanyahu. Un atto simbolico e politico rivolto principalmente alle vicende interne di un’Amministrazione fortemente contestata. Ma con conseguenze nefaste sul campo, rigurgiti di rabbia violenta, vittime, massicce proteste promosse dagli integralisti nei paesi musulmani, così come successe in seguito ad altri tentativi di alterare lo status quo della città: nel 1996 per gli scavi archeologici in un tunnel sotto le mura, nel 2000 per la visita di Ariel Sharon sul Monte del Tempio-Spianata delle Moschee, appena qualche mese fa per l’imposizione di metal detector all’ingresso della Spianata stessa.

La decisione rappresenta un successo indubbio per il governo di Israele in quanto rimuove uno degli incentivi per un negoziato serio con i palestinesi. Vi è una profonda asimmetria, infatti, fra le due parti in lotta quanto ai termini del negoziato: i palestinesi non possono offrire a Israele in un accordo di pace altro che il riconoscimento di Israele, della sua esistenza legittima nella regione, del controllo dei luoghi santi all’ebraismo a Gerusalemme, dei confini dello stato, forse dell’annessione a Israele di alcuni “blocchi di insediamenti” prossimi alla Linea verde del 1967 con uno scambio paritario di territori.

Netanyahu può ottenere ora l’intera Gerusalemme senza nulla in cambio, grazie ad una decisione unilaterale degli Stati Uniti e alla debolezza dei palestinesi isolati e ignorati dal mondo arabo. Più in generale il suo governo avrà ancora meno motivi per negoziare seriamente con i palestinesi e acquisterà più forza la pretesa della destra e dei coloni per cui i fatti compiuti sul terreno - la conquista di terre, l’espansione degli insediamenti - sono ben più importanti della diplomazia e della ricerca del compromesso.

Giorgio Gomel

 

 

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