Israele

 

Un arameo errante fu mio padre...

di Alessandro Treves

 

... e certo di errori deve averne fatti parecchi Padre Gabriel Naddaf, l’arameo chiamato ad accendere una torcia per celebrare il 68simo Yom Azmauth, se vogliamo credere alle accuse di molestie sessuali e di estorsione rivoltegli da adolescenti arabo-israeliani. Accuse infamanti per chiunque, e tanto più per chi, prete greco-ortodosso di Nazareth e padre lui stesso di due figli, si pone come guida spirituale e come promotore di uno storico riavvicinamento fra arabi cristiani e stato d’Israele. Padre Naddaf si è dedicato anima e corpo ad incoraggiare i giovani cristiani a servire nell’esercito israeliano, per loro un’opzione raramente praticata, facendone moltiplicare il numero, da una trentina l’anno a circa 150. Uno sforzo che gli ha procurato forti ostilità nella sua comunità, fra accuse di tradimento ed aggressioni ai suoi familiari. E il tradimento in un certo senso è stato ufficialmente consumato nel 2014, col riconoscimento della minuscola minoranza “aramea”, in sostanza i seguaci di Padre Naddaf, che quindi hanno formalmente rescisso l’affiliazione alla nazione araba. Ora potrebbero avere scritto “arameo” sulle carte d’identità, invece di “arabo”, “ebreo”, “druso”, “circasso”, senonché dal 2005 non viene più indicata l’etnìa, al suo posto ci sono solo degli asterischi. Quando si dice nascere con 9 anni di ritardo. Ma l’etnìa viene comunque registrata all’anagrafe. Sorge, allora, il dubbio che le storie di molestie riguardanti Padre Naddaf siano calunnie, ritorsioni per il suo tradimento della causa nazionale arabo-palestinese, tanto più che sono venute fuori pochi giorni prima della sua controversa partecipazione alla cerimonia del giorno dell’Indipendenza, quando chi è stato chiamato all’accensione di una delle 12 torce proclama la propria fedeltà allo stato d’Israele. Nulla di più facile che trovare dei ragazzi disposti ad affermare di aver ricevuto avances da Padre Naddaf, oppure un altro “testimone” cui egli avrebbe proposto, al telefono, di prendere anche lui una tangente di 500 shekel per far avere il visto di entrata in Israele ad un palestinese dei Territori Occupati.

Qualcosa di strano all’interno della neonata comunità aramea però si intuisce, leggendo che al ricevimento a Nazareth nell’ottobre 2014 in onore di Gideon Sa’ar, il ministro dell’Interno che, già dimissionario, ha sancito il riconoscimento, non era presente Shadi Halul, l’ex ufficiale dei paracadutisti che con Padre Naddaf aveva guidato la rivendicazione dell’identità aramea, come portavoce del Forum per l’Arruolamento dei Cristiani Israeliani. Halul ha diretto un campo estivo per ragazzi aramei e potenziali reclute, svoltosi vicino ai kibbutzim di Bar’am e Sasa, fra le rovine del villaggio maronita da cui originavano alcune delle loro famiglie. Un suo figlio si chiama Aram, l’altro, Yaqoub, è stato registrato solo nello stesso ottobre 2014, all’età di due anni, per poter essere il primo israeliano ufficialmente arameo sul certificato di nascita. Shadi Halul a Nazareth per festeggiare Gideon Sa’ar non c’era. “Padre Naddaf in realtà non parla una parola d’aramaico, a parte le preghiere; io parlo in aramaico coi miei figli” ha puntualizzato Halul, raggiunto per telefono, senza voler però polemizzare. E in effetti nessuno al ricevimento parlava aramaico. Si celebrava Sa’ar come il “Lord Balfour” degli aramei, colui che ha proclamato la nascita della nazione aramea, ma c’era poco di aramaico e poco di nazionale, non si sventolavano bandiere aramee né si parlava di organi di autogoverno, ma solo di integrazione nell’esercito israeliano, fra immagini di armi e di Padre Naddaf con gli attivisti di Im Tirzu, le squadracce di estrema destra che danno la caccia ai sospettati di simpatie filo-palestinesi.

E in effetti, due anni dopo, nel dicembre 2016, con l’entusiasmo dei giovani cristiani per arruolarsi nell’esercito e per registrarsi come aramei apparentemente prosciugato, il nome di Padre Naddaf è ricomparso in un frangente alquanto diverso. Alla teologa del Malawi Isabel Apawo Phiri, vice-segretaria generale del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC), è stato negato l’accesso in Israele: fermata all’aereoporto di Ben Gurion è stata interrogata ed espulsa su due piedi. Anche se i servizi segreti dopo l’interrogatorio avevano concluso che non poneva alcun pericolo per la sicurezza del paese, né fosse possibile associarla al movimento BDS, il ministro dell’Interno, l’attuale, Aryeh Deri, ha deciso dopo essersi consultato col ministro per gli Affari Strategici Gilad Erdan di non farla entrare, unica della delegazione del CEC. Unica africana nella delegazione, che veniva per incontri con diversi leader religiosi, nel quadro del “Programma ecumenico di accompagnamento in Palestina e Israele” del CEC. Il CEC, che rappresenta 348 chiese cristiane per circa 500 milioni di fedeli nel mondo, non partecipa al BDS, ma ha sostenuto il boicottaggio dei prodotti degli insediamenti israeliani nei Territori Occupati e, probabilmente più grave, è attivo nel monitorarvi il rispetto dei diritti umani. Pare che Padre Naddaf ed i suoi “falangisti” di Im Tirzu si siano lamentati di questo attivismo, che forse induce gli arabi cristiani a pensarci due volte prima di arruolarsi nell’esercito di occupazione.

Ci sono stati sviluppi più recenti, su quali non mi soffermo, come la causa intentata da Shadi Halul alla municipalità del villaggio arabo di Jish, in cui vive con la famiglia, perché si è rifiutata di fornire il trasporto gratuito al figlio Aram per frequentare la terza elementare nella scuola ebraica del kibbutz Sasa. Forse la chiave della vicenda ce la dà lo stesso Shadi, quando ci ricorda che “non solo Lea e Rachele, figlie dell’arameo Labano, ma anche Rebecca, sua sorella, erano aramee, e se l’ebraismo si trasmette per parte di madre, anche Giacobbe e tutti voi siete aramei; sì, Labano era un po’ un imbroglione, ma ebrei ed aramei sono un solo popolo, che si è ora riunificato”. E in effetti le nostre origini aramee non risalgono solo a Labano, o a suo padre Betuel, o a suo prozio Lot, ma anche a Nahor, Abramo, Sara. L’ambiguità nella lettura di quelle tre parole, fra Devarim 26, 5 e Haggadà di Pesach: Un arameo errante [Abramo? Giacobbe?] fu mio padre, che poi scese in Egitto... oppure: un arameo [Labano] cercò di distruggere mio padre, che poi scese in Egitto... può essere risolta leggendo non ‘arami ma rama’i, imbroglione; e ricordando come Giacobbe e suo zio Labano, nonché triscugino, nonché due volte suocero legittimo, nonché altre due illegittimo (come presunto padre naturale di Bilha e Zilpa secondo il Midrash Raba) fossero non solo entrambi aramei, ma anche entrambi imbroglioni. Novello Giacobbe, se la ride adesso Gideon Sa’ar, il Lord Balfour degli aramei, che quando tornerà alla politica attiva potrà vantare di aver ribadito a chi spetti la primogenitura, arruolando i cristiani nell’esercito ebraico, in cambio di quei 500 shekel, oltretutto spillati ad un palestinese dei Territori Occupati, con cui Padre Naddaf, guardato a vista da Im Tirzu, potrà cercare di pagarsi gli avvocati che lo esonerino dall’accusa di molestie sessuali.

 

Alessandro Treves,
Trieste e Tel Aviv

 

Da articoli su Haaretz di Judy Maltz, Roy Arad, Jonathan Lis, Steven Klein, su Riforma.it di Gaëlle Courtens, e di Raymond Apple su <http://jbqnew.jewishbible.org/assets/Uploads/433/jbq_433_applearamean.pdf>

 

Eleonora Levi, Prato con pioppi e casa lontana

 

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