Ebraismi

 

 

I Reform Italiani uniti in Federazione

Intervista a Sandro Ventura sull’ebraismo “progressivo”

 

L’ebraismo liberale, o riformato, o progressivo che dir si voglia, in Italia è rappresentato da quattro congregazioni: Lev Chadash e Beth Shalom di Milano, Beth Hillel di Roma e Shir Hadash di Firenze.

Il 15 ottobre scorso si sono riunite in assemblea a Firenze le quattro congregazioni che hanno costituito la FIEP, Federazione Italiana per l’Ebraismo Progressivo. David Terracini ha intervistato Sandro Ventura, uno dei fondatori di Shir Hadash.

 

Come si è costituita la FIEP?

È il risultato di un processo storico, di un’evoluzione dell’ebraismo italiano: l’ebraismo progressivo intende sottolineare e sviluppare gli aspetti universalisti della tradizione ebraica, operando per il miglioramento delle condizioni di tutta l’umanità, non solo del popolo d’Israele. Il 15 ottobre le quattro congregazioni hanno approvato uno statuto associativo della FIEP, hanno eletto un consiglio direttivo e due copresidenti, Joyce Bigio di Lev Chadash (Milano) e Franca Eckert Coen di Beth Hillel (Roma). Io, di Firenze, sono stato eletto segretario.

Le quattro congregazioni sono riconosciute dalla WUPJ (World Union for Progressive Judaism), che rappresenta quasi due milioni di ebrei in tutto il mondo. La FIEP fa inoltre riferimento all’European Union for Progressive Judaism (EUPJ) che ha sede a Londra e rappresenta sedici nazioni europee. All’assemblea l’EUPJ ha inviato come rappresentante il responsabile finanziario, David Pollack. Come puoi notare, abbiamo un forte collegamento internazionale, che ci sostiene e ci stimola.

 

Perché due congregazioni progressive a Milano?

La prima congregazione nata in Italia è Lev Chadash a Milano, che ha aperto la strada all’ebraismo progressivo in Italia, già prima dell’anno 2000. Beth Shalom si è costituita dopo il 2000, raccogliendo soprattutto anglosassoni che vivevano a Milano ed avevano difficoltà a identificarsi con le scelte del gruppo italiano, maggioritario. Quasi contemporaneamente a Beth Shalom è nata Shir Hadash a Firenze (2003), costituita soprattutto da americani che vivono in Toscana da molti anni, e non sono riusciti ad uniformarsi all’ebraismo ortodosso fiorentino, ad uno stile comunitario a cui non erano abituati e col quale non riuscivano a identificarsi. La congregazione più giovane è Beth Hillel di Roma. Sono presenti anche altri gruppi in Italia, come Ner Tamid del Sud, condotto dalla Rabbina Barbara Aiello a Serrastretta (CZ) in Calabria, congregazione questa che non è associata alla WUPJ, ma al movimento ebraico pluralista. Si trovano inoltre in Italia altre havuroth e molte singole persone che si identificano con l’ebraismo progressivo.

 

Cosa propongono le congregazioni progressive?

Rappresentano soprattutto l’esigenza di introdurre un rinnovamento religioso nell’ebraismo italiano, ancora troppo condizionato da una legislazione di impronta fascista (Regio Decreto 1731, del 1930), le cui modifiche successive non hanno intaccato l’impianto sostanziale. In particolare non è prevista la presenza di comunità ebraiche non ortodosse, e pertanto, come progressivi, ci troviamo esclusi dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI). Nella stessa nostra situazione si trovano le comunità chassidiche del movimento Lubavitcher, che tuttavia rappresentano una forma di ebraismo molto lontana dalla nostra. Le quattro congregazioni progressive italiane sono molto diversificate, in quanto risentono di realtà locali assai diverse con diverse motivazioni degli iscritti. Hanno però il comune obbiettivo di creare e rafforzare dei contesti ebraici che pongano alla base della loro vita i valori di libertà, uguaglianza, solidarietà e responsabilità personale. Lo statuto della FIEP individua i seguenti principi ispiratori. Cito: “inclusione, comunità, diritti umani, uguaglianza, parità di genere, valorizzazione delle differenze e dell’autonomia dell’individuo, arricchimento della tradizione ebraica, libertà di coscienza, di pensiero e di parola, giustizia sociale anche attraverso azioni di ‘Tikkun Olam’, scelta consapevole, espressione ed educazione ebraica”. Come è evidente, sono principi che trovano pieno fondamento nella tradizione ebraica. L’ebraismo non ha mai avuto un assetto monolitico, uniforme, ma sempre variegato e composito, e noi rappresentiamo una componente che non può essere negata né sottovalutata.

 

Quali sono le differenze rispetto all’ebraismo ortodosso?

L’ebraismo progressivo mette al centro dei suoi interessi i problemi attuali dell’umanità. In particolare si distingue dall’ortodossia per quanto riguarda il ruolo delle donne, anche sul piano strettamente religioso. Le tefillot (servizi religiosi) possono essere condotte da una donna. Lev Chadash di Milano, ad esempio, attualmente ha come referente la Rabbina Sylvia Rothshild. Anche a Firenze abbiamo avuto più volte delle rabbine che ci hanno sostenuto e guidato. Voglio ricordare Shirley Idelson di New York e Shoshanna Perry di Boston. Nelle nostre tefillot, inoltre, uomini e donne pregano insieme, e questo dà modo alle famiglie di partecipare all’esperienza religiosa senza doversi separare. Trovo che il matroneo, in uso nelle sinagoghe ortodosse, tenda a relegare le donne in una subalternità che mi sembra superata dai tempi. Nelle nostre congregazioni si pone inoltre molta attenzione agli aspetti affettivi e sessuali. I soggetti LGBT vengono accolti e coinvolti pienamente, senza dover nascondere le loro attitudini. Credo che ancora in Italia non siano stati celebrati matrimoni omosessuali religiosi, ma negli USA ciò avviene da diversi decenni. Nelle tefillot progressive si usa molto la lingua corrente, oltre all’ebraico, e nei siddurim ci sono sempre traduzioni e traslitterazioni, in modo che anche le persone meno preparate possano seguire il culto più facilmente, senza sentirsi escluse. Le melodie usate nelle tefillot sono sia tradizionali sia contemporanee.

 

E come vi ponete nei confronti della Torah?

Essa non è considerata “parola di Dio”, ma espressione umana, ispirata da Dio. Ciò permette un approccio storico-critico con apporti della filologia, della psicanalisi e dell’antropologia, discipline a cui oggigiorno non si può rinunciare senza perdere il senso delle nostre azioni. Fino dal Settecento si è cercato di approfondire in modo scientifico lo studio delle fonti originarie del testo biblico, e questo non ne sminuisce l’importanza e la spiritualità.

 

Esistono antecedenti del movimento progressivo?

Nella tradizione talmudica si sono sempre confrontate scuole con approcci diversi. Basta pensare alle dispute fra Beth Hillel, più aperta ed universalista, e Beth Shammai, più nazionalista e rigorosa. L’ebraismo progressivo si pone sulla scia di Hillel (I sec. a.e.v. - I sec. d.e.v.), a cui si intitolano molte congregazioni, fra cui Beth Hillel di Roma. Il precedente storico più significativo è quello dell’Illuminismo ebraico (Haskalah), che si afferma soprattutto in Germania con Moses Mendelssohn (1729-1786). Anche in Italia troviamo importanti precursori, come i filosofi Leone Ebreo (1460-1530) e Leon Da Modena (1571-1648), lo storico Azaria De’ Rossi (1513-1574) ed il musicista Salomone De’Rossi (1570-1630). Più recentemente, a Firenze, si era costituito intorno al 1950 un gruppo di ebrei che si ispirava all’ebraismo progressivo. Fra gli animatori del gruppo ricordo Veronica Prensky, allieva di Leo Baeck, Roberto Assagioli, medico psichiatra fondatore della scuola di psicosintesi, Guglielmo e Virginio Vita. Per una decina di anni il gruppo fiorentino aveva pubblicato la rivista “Hakkol - La voce dell’Unione Italiana per l?ebraismo Progressivo”, ma poi si era sciolto senza trovare seguito. Evidentemente i tempi non erano maturi per la diffusione di questo movimento.

 

Ed oggi quali obiettivi vi ponete?

Soprattutto quello di incentivare una vita collettiva ebraica significativa ed ispirata che possa opporsi al decadimento, anche anagrafico, delle comunità ebraiche, ed assicurare così un futuro all’ebraismo italiano. Vogliamo proporre un pluralismo culturale e religioso di cui riteniamo ci sia un grande bisogno. L’ebraismo è religione e cultura di minoranza e diversità. Noi costituiamo la minoranza della minoranza, e vogliamo portare ulteriori elementi di diversità.

 

Intervista a cura di
David Terracini

 

Giorgio Tedeschi, Compagno

 

 

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