Resistenza

 

Conversando con gli eroi

di Beppe Segre

Simha Rotem

Abita a Gerusalemme uno dei protagonisti dell’insurrezione del ghetto di Varsavia, di quegli eroi uno dei pochi ancora in vita. Si chiamava Simha Rathajzer, ma quando nel 1947 decise di iniziare una nuova vita nello Stato di Israele, scelse per cognome la denominazione di un arbusto che cresce nel deserto del Negev, simile alla ginestra e dal profumo penetrante e gradevolissimo, il “rotem” sotto cui - leggiamo nel Libro dei Re - trovò riparo il profeta Elia in un momento così difficile da desiderare di morire.

Il nome con cui preferisce presentarsi però è Kazik, nome di battaglia e di copertura orgogliosamente adottato durante la guerra e riservato in seguito agli amici.

 

I diari e le interviste

Anna Rolli, docente e giornalista, studiosa appassionata della storia di Israele, ha intervistato più volte Kazik nel corso degli ultimi dieci anni, colma di ammirazione per questo combattente, di simpatia per la sua umanità e di commossa solidarietà con il popolo ebraico perseguitato.

“Parleremo di tutto ciò che vorrai, ma non ti dirò mai niente, neppure una parola, su Varsavia e sulla Seconda Guerra Mondiale”: il primo incontro comincia così, nel giardino di Kazik, sotto una vite e presso una pianta di rotem, con l’eroe che si schermisce, poiché il ricordo di oltre tre milioni di ebrei polacchi sterminati è insopportabilmente doloroso. Negli anni successivi però Anna Rolli ha saputo conquistare la fiducia del vecchio combattente. Ha prima tradotto e curato l’edizione delle sue memorie di partigiano ebreo, ha pubblicato poi un secondo testo, Conversazione con un eroe, in cui riporta un decennio di conversazioni, con le importanti Postfazione e Prefazione del prof. David Meghnagi, ideatore e coordinatore del Master Internazionale di II livello in Didattica della Shoà dell’Università Roma Tre. Il professor Meghnagi, che ebbe occasione di conoscere e intervistare Marek Edelman, anche lui dirigente della resistenza ebraica a Varsavia e grande amico di Simha Rotem, riflette sulle azioni e sul pensiero di quell’eroe, che dopo la guerra preferì rimanere a vivere in Polonia, nonostante il diffuso antisemitismo e l’opprimente regime comunista.

Il secondo testo si conclude con l’intervista ad un altro partigiano ebreo, Joseph Hermatz, combattente nella difesa del ghetto di Vilnius, nome di battaglia Julek, per mettere a confronto le storie dei due combattenti. Di Julek Anna Rolli sta ora traducendo il diario di guerra, che costituirà un nuovo volume della serie di studi sulla resistenza ebraica.

 

Un colloquio ininterrotto

Si va dunque componendo un quadro, in cui si affiancano i diari scritti dai partigiani durante la guerra, le interviste successive, le riflessioni sugli ideali comuni e la discussione sulle scelte politiche, a volte divergenti. A distanza di più di settant’anni continua il dialogo: Anna Rolli riferisce a Julek a Tel Aviv un ricordo raccontato da Kazik a Gerusalemme, riporta a Kazik una pagina dei diari di Edelman, che Kazik non conosceva, in cui Edelman racconta di una missione importante e controversa affidata proprio a Kazik.

Con il suo lavoro di storica e giornalista Anna Rolli si propone di raccontare la vita dei combattenti e partigiani ebrei e farne oggetto di studio, perché i giovani conoscano la storia, per contrastare lo stereotipo antisemita di ebrei dipinti come passivamente avviati al macello, per presentare il modello etico che ispirava le loro azioni. I giovani rivoltosi combattevano in pochi e male armati contro un nemico crudele, rifornito di carri armati e artiglieria pesante, consci che la loro battaglia era senza speranza, ma doveva essere combattuta innanzitutto per salvare l’onore dell’umanità.

Il Prof. Meghnagi, nella postfazione alle memorie di Simha Rotem, Il passato che è in me: Memorie di un combattente del Ghetto di Varsavia, molto opportunamente ricorda il contributo specificamente ebraico alla resistenza contro il nazismo: “come partigiani della libertà nella guerra di Spagna (un quinto dei 35.000 miliziani, tra cui alcuni arrivati dalla Terra dei padri); come vittime sacrificali nella Francia occupata, almeno sino alla rottura del Patto Molotov - Ribbentrop (chi può dimenticare il ruolo dei partigiani ebrei, abbandonati a loro stessi?); come partigiani nelle foreste polacche, in Boemia, Ungheria, e altrove, sotto falso nome perché i loro nemici si contavano nelle stesse forze che combattevano il nazismo; come soldati negli eserciti alleati, nell’Armata Rossa e nello spionaggio antinazista, infine come Ebrei nella Brigata Ebraica. Si calcola che il numero degli ebrei in armi contro i nazisti sia stato all’incirca di un milione e mezzo”.

 

Kazik

Simha Rotem, alias Kazik, nel 1942, a soli 17 anni, entra in contatto con l’appena costituita ŽOB (Zydowska Organizacja Bojowa, Organizzazione Ebraica di Combattimento), di matrice socialista per combattere al fianco di Marek Edelman. I lineamenti “ariani”, la capacità di parlare il polacco senza inflessioni yiddish, insieme ad uno straordinario coraggio, gli consentono di uscire ed entrare nel ghetto, attraverso la rete delle fognature. È incaricato di tenere i contatti con la Resistenza all’esterno e di accompagnare fuori dal ghetto gli ebrei intrappolati tra le macerie. Fa parte del gruppo di ragazzi ebrei, armati di poche pistole e fucili e di bottiglie molotov, che attaccano a sorpresa le SS il 19 aprile 1943, prima sera di Pesach, resistendo all’esercito nazista per alcune settimane. Kazik ricorda i sentimenti: “Nei giorni che precedettero l'attacco decisivo, sedemmo nell’appartamento - rifugio per cantare insieme le canzoni della Terra di Israele”. Dopo la distruzione del Ghetto si unisce alla resistenza polacca, nella rivolta di Varsavia nell’estate 1944 e poi nelle foreste dei dintorni.

 

Julek

Joseph Hermatz, nome di battaglia Julek, combattente ebreo nella difesa del Ghetto di Vilnius, a fianco del comandante Abba Kovner, che nel dopoguerra diventerà uno dei più grandi poeti israeliani. Fugge con l’ultimo gruppo di resistenti attraverso la rete delle fognature il giorno della liquidazione del ghetto, nel settembre 1944. Continua poi a combattere nelle vaste foreste tra la Lituania e la Bielorussia. La situazione è difficile: i lituani odiano i russi e spesso appoggiano i tedeschi. Alla fine della guerra si sposta verso sud, in Ungheria, Romania, e poi finalmente in Austria, ove si unisce alla Brigata Ebraica.

 

I dilemmi strazianti

In questa guerra tremenda, i capi partigiani, ragazzi che non avevano ancora vent’anni, erano chiamati a decisioni laceranti.

Kazik racconta che presso il tombino, all’ingresso delle fognature, gli fu chiesto di aspettare ancora un gruppo di ebrei in fuga che era rimasto all’interno. Kazik sapeva che se avessero atteso ancora pochi minuti sarebbero arrivati i tedeschi e tutti sarebbero stati presi e uccisi. Doveva decidere subito e Edelman, l’altro comandante, non gli dava indicazioni.

Ricorda ancora con strazio un bambino: “Le strade non erano altro che rovine fumanti…. Una volta vidi un mucchio di cadaveri e udii il pianto di un bambino. Avvicinandomi scoprii una donna morta e tra le sue braccia un bambino ancora vivo. Rimasi immobile per un attimo, poi ripresi a camminare…”. Il pianto di un lattante avrebbe denunciato ai tedeschi la presenza del gruppo di fuggitivi: qual era la decisione giusta?

Sono passati più di settant’anni, Kazik salvò eroicamente moltissimi ebrei e non ebrei, ma ritorna sempre il ricordo per i compagni che non riuscì a salvare.

 

Il terribile segreto

Altre vicende ancora accomunano Kazik e Julek. Entrambi, nel periodo drammatico e confuso che segue la fine della guerra, aderirono all’organizzazione “Dam Yehudi Nakam” (“Il sangue ebraico sarà vendicato”, ovvero “I Vendicatori”), che si proponeva di ricercare i criminali nazisti per giustiziarli. Abba Kovner, che era stato Comandante a Vilnius, fu mandato in Eretz Israele per convincere i leader ebraici. La prima idea era di avvelenare l’acquedotto di Norimberga. Si pensava di chiudere le condutture che portavano l’acqua ai quartieri abitati dagli americani e dagli altri stranieri, e poi di gettare il veleno nelle condutture di alimentazione dei quartieri tedeschi, ma questo piano fu presto abbandonato; non si poteva rischiare di colpire la popolazione civile. Fu una scelta etica fondamentale, il prof. Meghnagi a questo proposito ricorda la fremente protesta di Abramo nella discussione con il Signore: “Vorrai sterminare con il malvagio anche il giusto?”.

Si pensò allora di mirare specificamente agli uomini delle SS detenuti nei campi di prigionia anglo-americani. Il piano era più complesso, Kazik dedicò mesi a preparare il progetto che prevedeva di spargere manualmente una soluzione velenosa a base di arsenico sulle pagnotte destinate alle SS e solo a loro.

Julek dichiara: “Ricevetti un messaggio: qualcuno della Brigata Ebraica stava arrivando con cinque borse dell’acqua calda piene di arsenico. Si trattava di un uomo molto robusto ma le borse erano pesantissime perché l’arsenico è molto pesante, lui le portava tutte intorno alla vita e quasi faceva fatica a mantenerne l’equilibrio. Penso che ci fossero almeno 5.000 SS prigionieri nel campo Stalag XIII alla periferia di Norimberga. Io ero un ottimo organizzatore: eravamo tutti molto efficienti: avevamo fatto assumere un nostro uomo nel forno che preparava il pane per le SS. Tre dei nostri riuscirono a spalmare il liquido velenoso su più di 3.000 pagnotte, se avessimo avuto più tempo le avremmo cosparse tutte”.

Non si ha notizia di vittime ma 1.900 SS colti da fortissimi dolori vengono ricoverati in ospedale: ce ne dà notizia il New York Times del 20 aprile 1946.

Tra Kazik, che a Gerusalemme racconta del piano, che fu bloccato dai vertici ebraici, forse da Ben Gurion in persona, e Julek, che a Tel Aviv ricorda quanto fecero, si rinnova la discussione.

Kazik dice che non si volevano colpire persone innocenti.

E Julek urla: “Kazik dice così. Ma allora? Allora? Dopo quello che era successo? Dopo quello che ci avevano fatto? A quei tempi non c’erano persone innocenti tra i tedeschi”.

Poi il progetto fu bloccato, e prevalse la saggezza di Ben Gurion che decretò la fine delle esecuzioni sommarie.

 

E dopo …

Kazik e Julek entrano clandestinamente in Eretz Israel, sono arrestati dagli inglesi e, dopo un periodo di prigionia nel campo di Atlit, combatteranno nella Guerra di Indipendenza e in tutte le guerre successive. Ma quante guerre può combattere un uomo nella sua vita?

Kazik fa parte di un corpo speciale dedicato alla difesa di Ben Gurion e poi è destinato all’Ambasciata di Mosca, retta da Golda Meir. Dopo la Guerra di Indipendenza è impegnato nell’organizzazione dell’immigrazione ebraica dai paesi dell’Europa Orientale e dal mondo arabo.

Diventa poi direttore di una catena di supermercati israeliani e si occupa dell’introduzione del codice a barre, di cui - racconta con orgoglio - diventa uno dei maggiori esperti. Finalmente riesce a fare una vita normale, come ha sempre desiderato.

L’intervista si conclude con un pensiero al futuro: quando potrà Israele godere della pace? I nipoti potranno vivere in pace? Arriverà un giorno in cui gli arabi riconosceranno allo Stato di Israele il diritto ad esistere?

 

Julek negli anni ’50 diventa il responsabile dell’immigrazione clandestina dall’Africa settentrionale in Israele; per conto dell’Agenzia Ebraica e del Mossad compera le navi per trasportare i fuggiaschi e un aereo per controllare le coste. Dal 1956 al 1964 entrano in Israele, grazie al suo lavoro, 60.000 ebrei dal Marocco. Diventa poi dirigente dell’ORT, l’organizzazione ebraica per l’educazione professionale fondata in Russia nel 1880 per migliorare le condizioni di vita degli ebrei sotto il dominio degli zar, e che in seguito si è ramificata in tutto il mondo.

Muore a Tel Aviv nel 2016.

L’intervista a Julek, l’indomito combattente delle foreste e delle paludi della Lituania, si conclude con un pensiero al futuro: “Ho fatto tutte le guerre, troppe guerre … ci vorranno molti anni ma alla fine ci sarà la pace, avremo ancora molti problemi, molti combattimenti, ma alla fine avremo la pace, io credo”.

Beppe Segre

 

Conversazione con un eroe: Simha Rotem racconta, a cura di Anna Rolli; prefazione di David Meghnagi, Livorno, Belforte, 2016, pp.159, ill., € 15

 

Combattenti dello Zob nella foresta di Lomianki, a pochi chilometri da Varsavia

 

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