Ricordi

 

Dialogo senza sconti

 

di Davide Romano

 

 

Ricordare il rabbino Giuseppe Laras significa parlare degli ultimi 80 anni del nostro Paese visti non da uno spettatore della storia, ma da un suo protagonista. Nacque nel 1935 a Torino. Tre anni dopo arrivarono le cosiddette “leggi razziali”. All’età di 9 anni vide la deportazione da vicino. Suo padre, partigiano in montagna, si salvò. Lui invece seguì la madre dalla nonna, rimasta a Torino perché era convinta che - visto che non aveva mai fatto del male a nessuno - non le sarebbe successo nulla. Purtroppo erano tempi bui, in cui si veniva perseguitati non solo per quello che si faceva, ma anche per quello che si era. Furono denunciati dalla portinaia. La madre riuscì a corrompere i due fascisti che li dovevano portare alla sede della Gestapo, e durante il percorso il giovanissimo Giuseppe fu lasciato scappare. Fu l’ultima volta che vide sua mamma. Perse la parola per mesi. Dopo la guerra, la ricostruzione. Gli studi e il conseguimento delle lauree in materie “profane”: filosofia e giurisprudenza. Come nelle migliori tradizioni rabbiniche. Poi la nomina a rabbino Capo di Ancona prima, e di Livorno poi. Per concludere con Milano dove divenne rabbino Capo nel 1980, nelle stesse settimane in cui un’altra grande figura venne ad abitare e a lasciare il segno nella città: il Cardinale Martini. I due erano per certi versi simili: apparentemente poco empatici ma grandi conoscitori dei testi sacri, nella realtà il loro rapporto era di grande e giocosa amicizia. Il dialogo inter-religioso al tempo era difficile, una novità mal digerita da tanti. I pregiudizi antisemiti di parte del mondo cattolico erano profondi, e di conseguenza anche la diffidenza da parte ebraica. Ma i due andarono avanti con coraggio. E fecero da apripista alla prima storica visita di un Papa (Giovanni Paolo II) in sinagoga a Roma, nel 1986.

È sempre stato scomodo, sia a destra che a sinistra (così come tra i religiosi e i laici). Gli capitò di essere applaudito dagli uni e fischiato dagli altri, e viceversa. Non gli interessava piacere, ma dire la propria verità. In fondo era così che aveva impostato il dialogo inter-religioso: presentandosi con tutto il portato dell’ebraismo e delle proprie radici, senza fare sconti. I risultati di quel dialogo profondo e serio li raccolgo anche io perfino oggi, a un quarto di secolo di distanza: quando a Milano incontro tanti militanti cattolici della sinistra - ex seguaci di Martini - che hanno un rapporto sereno e dialogico sia con l’ebraismo che con Israele. Lo Stato ebraico era un altro dei grandi amori del rabbino: si commosse la prima volta che andò in Israele e vide le scritte in ebraico ovunque. E ancora recentemente ha continuato a dire che vista la sempre maggiore debolezza numerica dell’ebraismo italiano, Israele deve essere certo vista come terra di alià da un lato, ma anche come serbatoio di cultura ebraica italiana da cui attingere per ravvivare le nostre comunità.

A conferma della sua grande indipendenza di pensiero, giova ricordare una presa di posizione del 2002 sulla marijuana a uso terapeutico: “In fondo kosher significa ‘adatto’. E per lenire la sofferenza il principio attivo della cannabis, a quanto dice la scienza medica, è senz’altro adatto…”. Una riflessione che - inutile dirlo - non piacque molto.

Laras aprì anche i rapporti con i musulmani, inaugurando per primo una stagione di dialogo con la COREIS (Comunità REligiosa Islamica). Realtà, quest’ultima, che proprio qualche giorno prima della sua morte ha visto mancare lo Shaykh Abd al-Wahid Pallavicini, protagonista con lui di quel dialogo.

Proprio in quanto alfiere del dialogo con l’islam, Laras denunciò da subito il crescente fanatismo antisionista/antisemita di parte dell’islam francese che poi sfociò nel terrorismo che oggi tutti vediamo. Così come non mancava di ricordare la tragedia della cacciata di 800mila ebrei dal mondo arabo-islamico, e nel contempo ribadiva la sua infinita ammirazione per lo studio di Maimonide, uno dei grandi saggi dell’ebraismo che usava scrivere in arabo.

Non erano rare le occasioni in cui muoveva critiche anche ai suoi colleghi rabbini, così come al mondo cattolico. Non faceva sconti a nessuno: arrivando perfino a boicottare - lui, uomo del dialogo - la visita di Papa Benedetto XVI in sinagoga a Roma nel 2010, a causa delle posizioni della Chiesa su Pio XII. Del resto era così: non amava il dialogo senza contenuti, fatto di sorrisi a favore di telecamera. Pur essendo stato l’iniziatore del dialogo, non credeva al dogma del dialogo inter-religioso.

Del resto, per lui la fede non doveva mai essere bigotta. Tutt’altro. Non a caso amava citare il grande rabbino arabo Sa‘adyah Gaòn (il primo a tradurre la Bibbia in arabo, nel X secolo) che diceva: “Per ben credere occorre sapere ben ragionare”.

 

 

Davide Romano

 

Rav Giuseppe Laras

 

 

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