Ricordi

 

La rivoluzione in una lettera

 di Bruna Laudi

 

Nel 1994, alla morte di mia suocera Adele Böhm, trovammo interi scatoloni di corrispondenza, fotografie, documenti conservati per anni: lei era una raccoglitrice instancabile e teneva memoria di lettere ricevute e di minute delle sue risposte, oltre alle note della spesa e ai ritagli di giornali e a ogni frammento di vita.

Queste scatole furono chiuse e depositate in cantina, tranne forse una o due che sembravano più interessanti. Una decina di anni fa, era una notte estiva, di quelle in cui si fatica a dormire, decisi di aprire una scatola ed esaminare il contenuto: avevo qualche perplessità, da un lato ero curiosa ma, nello stesso tempo, mi sembrava di violare una intimità di cui non facevo parte. Appurato che le lettere non parlavano di cose troppo personali sprofondai nella lettura della corrispondenza tra Adele e Corrado.

Corrado era il fratello minore di Adele, tra loro c’erano 16 anni di differenza: era stato mandato a studiare in Svizzera dai genitori per metterlo in salvo dalle persecuzioni antiebraiche e lì si laureò e rimase fino al 1951, lavorando sulle prime macchine di calcolo che arrivavano dagli Stati Uniti.

Nel periodo in cui lui rimase in Svizzera in Italia il destino degli ebrei era segnato: chi non riuscì a nascondersi con falsa identità veniva catturato, mandato nei campi di raccolta come Fossoli e poi destinato alla deportazione. Rita e Michelangelo Böhm, genitori di Adele, Corrado e del loro fratello Arrigo ebbero quella triste sorte: furono catturati in provincia di Lecco e di loro non si seppe più nulla fin dopo la guerra quando si conobbe la loro tragedia. Furono uccisi al loro arrivo ad Auschwitz perché troppo anziani per lavorare.

A Corrado rimaneva l’affetto dei fratelli maggiori e, in particolare, Adele divenne per lui una seconda mamma. La corrispondenza fra loro era fittissima e lui trovava in lei la confidente e l’ascoltatrice attenta, anche quando gli argomenti erano lontanissimi dalla sua formazione culturale: laureata in lettere non aveva mai dimostrato un particolare trasporto per la matematica!

Conoscevo lo zio Corrado come uomo ormai adulto, sposato e padre, affermato professore: il ricordo di lui è indelebile, perché era alto, con una corona di capelli bianchi ribelli, gli occhi azzurri e vivacissimi, un sorriso molto dolce, quasi infantile. Parlava con tono pacato, sempre sospeso tra la realtà contingente e i suoi pensieri alti, legati ai linguaggi informatici, incomprensibili ai più. Cercava in me una sponda pensando che, con una laurea in matematica, fossi in grado di seguire i suoi pensieri e io non volevo assolutamente deluderlo ma dentro di me constatavo con amarezza di non essere all’altezza dei suoi ragionamenti e cercavo di assumere l’espressione meno stupida possibile, per non mettere allo scoperto la mia inadeguatezza.

Ma torniamo alla notte di estate in cui cominciai a sfogliare la corrispondenza tra Corrado e Adele: forse cercavo in quelle lettere le emozioni suscitate dalla perdita subita ma il lutto per i genitori scomparsi nel nulla era un tabù condiviso, entrambi erano proiettati verso la vita con tenacia, Adele perché aveva tre bimbi da crescere in modo sereno e Corrado perché doveva affermare il suo diritto alla vita, perché aveva un’enorme energia intellettuale da spendere, perché era curioso di un nuovo mondo tecnologico tutto da inventare.

Ricordo l’emozione con cui lessi la lettera del 20 luglio 1949 da Zurigo: in quella lettera c’erano le basi degli sviluppi nell’informatica degli anni futuri. Descriveva le grandi macchine costruite in America, velocissime nell’eseguire le operazioni “… la macchina possiede una memoria o archivio interno da cui può pigliare ed a cui può inviare cifre con la stessa velocità con cui moltiplica. Esiste però un grande svantaggio relativo a queste macchine. L’uomo che deve preparare il programma dei calcoli si trova ad impiegare troppo tempo nella preparazione rispetto a quello dell’attuazione. Così succede che ci vogliono tre settimane per preparare un programma di calcolo che la macchina esegue in una giornata …” prosegue la lettera con un’ipotesi che consentirà di accelerare enormemente l’immissione delle istruzioni e renderà sufficiente premere i tasti delle operazioni perché la macchina sappia cosa fare. È la rivoluzione …

Non potevo credere ai miei occhi, era come assistere in diretta alla nascita della modernità: per noi è naturale utilizzare smartphone, computer, usare fogli di calcolo e tutto quello che ormai fa parte della nostra vita, ma io avevo avuto la fortuna di leggere gli albori di qualcosa che è pura logica ma anche arte del pensiero.

Pensavo a mia suocera che leggeva con pazienza cose di cui capiva poco o nulla, ma che sapeva quanto fosse importante ascoltare quel ragazzo lontano e solo, con tante idee nuove che aveva bisogno di chiarire soprattutto a se stesso; all’inizio della lettera lamenta alcune difficoltà contingenti a trovare la strada giusta per i suoi studi e dice “In fondo per seguire una strada qualsiasi ci vuole passione e fede”.

Per tutta la vita si è impegnato con passione e fede nella ricerca di linguaggi che gli permettessero di interagire sempre meglio con le sue “macchine” e i suoi successi in campo accademico lo dimostrano.

Bruna Laudi

 

Corrado  Böhm

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