Film

Cinema israeliano 2017

 di Bianca Bassi

 

Non è facile, quando si ha un menu molto ricco e nutrito a disposizione, operare una cernita e farlo con consapevolezza e discernimento. Così accade quando si ha la fortuna di avere la possibilità di accedere ad una moltitudine di film nuovi e sconosciuti e di dover quasi per caso decidere di vedere questo piuttosto che quello. Vorrei così soffermarmi sui molti film israeliani che la Mostra del Cinema di Venezia presentava quest’anno. Molti di questi davvero interessanti e pregevoli ma certamente difficili da poter vedere, se non in Israele o in una rassegna specifica di cinema israeliano. Li presento proprio nell’ordine in cui sono stati proiettati, come se un filo li legasse: dalla complessità delle relazioni genitoriali, al conflitto di sé, dal pregiudizio verso l’altro, alla ricerca del vero e del vero sé.

 

Il primo film è stata una sorpresa pomeridiana poco annunciata:

“Ga’ Agua- Longing” bellissimo film introspettivo di Savi Gabizon. Vincitore del Premio del Pubblico BNL, dal titolo oscuro, credo dai più ignorato e incompreso, tradotto in inglese come “desiderio” che per giorni e giorni mi ha turbato nella sua difficoltà e forse primitività di espressione. Sciolgo senz’altro il dubbio che mi ha attanagliato avendo ritrovato che il “ga’a” è parola di origine talmudica stante ad indicare, fra l’altro, il suono basso e primordiale prodotto dalle mucche che tiravano l’Arca, gemendo. Qui il gemito è quello di un padre mai diventato tale. Il regista israeliano, assente dagli schermi da quattordici anni, consegna con questo nuovo lavoro una riflessione acuta, dolceamara e coinvolgente sul ruolo di genitore, sulla paura di diventarlo, sull’egoismo e sulla possibilità di aprirsi al mondo, riscoprirsi, guardare oltre se stessi. “Che padre sarei stato?” è la domanda cui Ariel non potrà mai rispondere. Shai Avivi, l’attore che impersona il protagonista, è uno dei più noti attori comici d’Israele, ma qui, per Gabizon, si trasforma in un uomo dolente, solo, spaesato, la cui vita viene stravolta da una notizia che rimette tutto in discussione. Ariel è già avanti negli anni quando viene a sapere che dal suo seme vent’anni prima era nato un figlio solo dopo che questi muore in un gravissimo incidente. Del figlio mai conosciuto ora Ariel inizia una graduale conoscenza e scoperta, e mentre ne scopre le numerose malefatte e i moltissimi lati deboli, analizza e conosce un po’ anche se stesso. La seconda parte e volutamente ironica, un po’ grottesca e anticonformista: insieme ad altri genitori in lutto per la drammatica perdita della propria figlia, Ariel organizza le nozze tra il figlio e la figlia perduti. Secondo una tradizione orientale ciò servirebbe a garantire loro un aldilà migliore. Alla festa di matrimonio, cui partecipano i genitori e tutti i parenti, le gigantografie dei due giovani defunti dominano la cerimonia, quasi come presenze attive di aiuto nell’affrontare il lutto.

 

Fox-Trot, del regista Samuel Maoz, forse è l’unico film della Mostra che potrebbe accadere di veder proiettato nelle sale delle nostre città nei prossimi mesi: ha vinto infatti il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria. Tutti sanno che il fox-trot è un ballo, una danza, che in questo caso aiuta a riflettere sul dolore e sull’ineluttabilità del destino, attingendo all’esperienza di soldato fatta dallo stesso regista che conosciamo per il film Lebanon. Anche qui vi sono un padre e un figlio, che si conoscono ma che sono lontani fra loro. La danza è come una parabola filosofica su come i due protagonisti affrontano amore e dolore. Il regista si propone di analizzare lo stato psicologico nel divario esistente tra ciò che controlliamo e ciò che non riusciamo a controllare. Nonostante la separazione totale, l’uno interviene nel destino dell’altro. A Michael e Dafna viene comunicata la morte del figlio Jonathan mentre si trovava impegnato in un remoto avamposto. Per Michael, marito e padre, la gestione del lutto si rivela un calvario destabilizzante che lo fa entrare in una turbinosa spirale di rabbia e tensione ma dà anche alla sua vita un’imperscrutabile svolta, paragonabile alle surreali esperienze vissute dal figlio come soldato. Il figlio infatti con altri giovanissimi come lui si trovava impegnato al fronte tra pericolo costante e noia infinita, cammelli solitari ed errabondi come unici o quasi comici visitatori del punto di controllo posto in una strada in mezzo al nulla, ove un fucile può a volte rappresentare il partner più adatto per improvvisare qualche brillante passo di foxtrot, o trasformarsi nello strumento di morte indiscriminata per cui è stato creato. Un narratore beffardo e crudele impone anche allo spettatore le sue soluzioni e decide gli esiti delle rispettive partite con la vita e la morte delle pedine che si muovono sullo schermo.

 

Ha ben dod -Il cugino, diretto e scritto e interpretato da Tzahi Grad, è un delizioso film commedia che scherza sull’eterno conflitto israeliano-palestinese, con un’ apparente leggerezza che ne innerva il tessuto drammatico. Il protagonista, Naftali, è portavoce di un progetto di ricerca di comunicazione tra israeliani e palestinesi collocato proprio sulla linea verde. Credendo profondamente nella bontà di questo progetto Naftali, ingaggia un manovale palestinese per aiutarlo in alcuni lavori domestici. Ben presto però accade un fatto che incrina l’equilibrio iniziale: una ragazza della zona viene violentata e i sospetti ricadono inevitabilmente su Fahed, lo sconosciuto, l’estraneo, l’arabo. Naftali, che vorrebbe credere alla proclamata innocenza del giovane arabo, si ritrova contro la stupidità ridicola dell’intero gruppo di familiari e di vicini di casa. La paranoia totale verso lo straniero li soggioga fino a trasformarli in accusatori accaniti alla prima sensazione di presunta criminalità da parte di un palestinese. Naftali proverà fino alla fine a proteggere il suo ospite e a far cadere le accuse, facendo leva sull’indole pacifista che alberga da sempre nel suo animo. Il cugino è contemporaneamente una commedia nera che esplora le relazioni tra arabi e israeliani ed un’allegoria su un fenomeno universale: la paura dell’altro, del nostro vicino, che può trasformarsi facilmente in razzismo, forse innato in tutti noi. Alimentarlo, crescerlo piuttosto che ignorarlo è nostra scelta. Nel film un poco farsesco e ricco di humour fine, il regista integra elementi di grande attualità legati alla riflessione sui media, la dimensione dei reality, internet, i social network, l’uso improprio di foto e testimonianze rilevate mediante i telefoni cellulari.

 

Ha Edut - La testimonianza, diretto da Amichai Greenberg, il più intenso, serio, pregante ed emotivamente coinvolgente. Coprodotto da Israele e Austria è un film di forte ricerca e scavo della propria identità compiuto dal protagonista, un ebreo ortodosso di Mea’ Shearim . Yoel è un ricercatore che studia l’Olocausto e si trova nel mezzo di una battaglia legale, ampiamente ripresa dai media, contro interessi potenti in Austria. La questione riguarda un brutale massacro di circa 200 ebrei che ebbe luogo verso la fine della seconda guerra mondiale nel villaggio di Lendsdorf. Un’influente famiglia di industriali, sulle cui terre avvenne la strage, sta progettando di costruire un complesso immobiliare proprio in quel luogo. Yoel sospetta che il loro scopo sia quello di insabbiare il caso per sempre, ma ha difficoltà a trovare le prove definitive per fermare il progetto. Mentre svolge le sue ricerche sull’incidente, Yoel esamina testimonianze secretate di sopravvissuti all’Olocausto e, scioccato e sorpreso, ritrova una testimonianza resa dalla propria madre, di cui lui né altri nessun familiari sospettavano l’esistenza. In essa, la donna confessa un fondamentale segreto del proprio passato. Nonostante un grande rabbino gli sconsigli di procedere nel lavoro di scavo e nella battaglia legale e la sorella gli dica che è pazzo a sconvolgere ora la vita di tutti i familiari, tra cui oltre venti tra figli e nipoti di lei, Yoel da storico incrollabilmente dedito alla verità, decide di continuare la sua doppia ricerca, personale e scientifica, pur intrappolato da ostacoli di silenzio, omertà e tempi giuridici ristretti. La ricerca anche della esatta topografia del luogo servirà ad impedire il progetto della cittadina austriaca rendendone davvero consapevoli sia i giudici sia gli abitanti; varrà  ad attribuire al luogo del massacro la corretta valenza storica, a dare riconoscimento e sepoltura alle vittime, trasformerà la sua identità di uomo, consentendogli anche di liberarsi di alcuni aspetti esasperati e rigidi della sua precedente vita personale e professionale. Il taglio delle peot e la dismissione degli abiti dell’ultraortodossia segnano per Yoel la possibilità di proseguire e infine di riuscire nella sua sofferta e caparbia ricerca della verità storica. La tematica, è affrontata con minuziosa pregnanza e con molta suspense che gli ha fatto guadagnare il premio nella sezione Orizzonti per il miglior film e la miglior regia.

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 È davvero una festa vedere in sala subito dopo le proiezioni i registi e gli attori applauditi e pronti al dibattito con il pubblico, considerando anche le notizie dei giorni successivi riguardanti i difficili legami di registi di origine araba con il cinema israeliano. Infatti, è dello stesso mese di settembre la notizia che il regista franco-libanese Ziad Doueiri, di ritorno dalla Mostra di Venezia dove il suo nuovo film The Insult è stato premiato, è stato fermato e trattenuto a Beirut, accusato dalle autorità libanesi di collaborazionismo col nemico israeliano. Doueiri infatti, ben cinque anni prima, nel 2012, aveva in parte girato il film The Attack in territorio israeliano e il Libano è paese in guerra con Israele.

Recentissima, degli ultimi giorni del mese di novembre, è la notizia che qualcosa di simile è accaduto a un grande produttore cinematografico franco-tunisino. Saïd Ben Saïd aveva lavorato con David Cronenberg, Roman Polanski, Brian De Palma e Paul Verhoeven, fra gli altri. Per questo, onorando una lunga carriera, a Saïd Ben Saïd avevano offerto la direzione del Festival del cinema di Cartagine, in Tunisia (dal 4 all’11 novembre). Un incarico poi annullato a causa del liberalismo e del pluralismo da lui professati e praticati. Cioè essere membro della giuria del Festival del cinema di Gerusalemme e la sua collaborazione con il regista israeliano Nadav Lapid. Saïd Ben Saïd ha scritto sul Le Monde un articolo di denuncia che costituisce un serio atto di accusa di antisemitismo rivolto al mondo arabo-islamico; egli afferma che il mondo arabo dei nostri giorni è nella sua maggioranza antisemita e che quest’odio verso gli ebrei assomiglia a quello del vecchio antisemitismo europeo, è proporzionale ad una certa visione dell’Islam e viene ora a riversarsi anche sugli intellettuali di origine araba che con gli ebrei e con la cultura israeliana intendono costruire legami.

Bianca Bassi

 

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