Film

 

Memorie dalla giuria

di Anna Segre

 

E così quest’anno è toccato a me rappresentare la Comunità di Torino nella giuria del Premio Interfedi del Torino Film Festival. Non credo di potermi considerare una cinefila doc, ma il cinema mi piace (soprattutto se visto al cinema) quindi naturalmente ero contenta di essere stata scelta. All’atto pratico, però, la maratona di undici film in una settimana tra lezioni, laboratori pomeridiani, consigli di classe, una visita oculistica già fissata in precedenza e lo Shabbat (anzi, addirittura due), si è rivelata una bella sfida. Anzi, era già una bella sfida organizzare il calendario delle visioni. Fortunatamente ho una certa esperienza di Sudoku, e questo mi ha aiutato a trovare in meno di due ore l’unica soluzione possibile, con solo quattro film alla domenica e non più di tre corse da un cinema all’altro. A parte qualche incidente di percorso dettato dallo stress (come sbagliare l’orario d’inizio del film ed entrare all’ultimissimo istante al buio in una sala strapiena cercando di non far piovere cibo e bevande sui vicini di posto; oppure portarmi via le chiavi del bagno del bar lasciando al posto quelle del bagno insegnanti del liceo Alfieri) ho imparato a gustare l’atmosfera del festival: lunghe code, sale pienissime, il regista spesso presente in sala, provare a indovinare chi sarà il vincitore dall’intensità degli applausi.

In alcuni momenti ho avuto il dubbio di non essere nelle condizioni migliori per apprezzare i film: l’avrò trovato lento perché era il quarto della giornata visto alle dieci di sera o perché era oggettivamente noioso? Ed è anche difficile non avere un confronto immediato con qualcun altro. Quando vado al cinema con gli amici magari uscendo litigo furiosamente, ma intanto ho l’occasione di ascoltare immediatamente pareri diversi dai miei. In questo caso dovevo fidarmi solo del mio istinto. Per di più non si trattava solo di me. Rappresentare la Comunità ebraica significava provare a immaginare cosa avrebbero potuto pensare di questo o di quel film gli ottocento e qualcosa ebrei torinesi, tra il terrore di prendermi cantonate e quello di suscitare polemiche.

Anzi, non si trattava neppure di immaginare quale film sarebbe piaciuto di più agli ebrei torinesi, ma di decidere quale avrebbe avuto un maggior valore simbolico tenendo conto del fatto che il Premio Interfedi è promosso dalla Comunità Ebraica di Torino e della Chiesa Valdese con il patrocinio del Comitato Interfedi della Città di Torino, e che “mira a richiamare l’attenzione su film che contribuiscono a dar voce a tutti i tipi di minoranze, promuovendone il rispetto, il riconoscimento dei diritti, l’integrazione, il superamento delle discriminazioni, e che al contempo affermano i valori della laicità, della cultura della tolleranza, del rispetto dell’autonomia, della libertà e della responsabilità individuale.”

Alla fine il Premio Interfedi è andato al film francese À Voix Haute / Speak-Up! di Stéphane De Freitas su una classe multietnica che si prepara al concorso Eloquentia dell’università di Saint-Denis. Un film coinvolgente e ben fatto (forse un po’ furbetto, ma devo ammettere che per motivi professionali sono sempre un po’ diffidente verso i film ambientati in una scuola dove tutti sono entusiasti e riempiono gli insegnanti di applausi), ma è davvero - come nelle intenzioni del regista - un film sul dialogo e sul libero confronto tra opinioni o in realtà i partecipanti al concorso Eloquentia, pur nella molteplicità delle origini, sono tutti giovani laici e progressisti, così come lo sono gli insegnanti? E perché nella multietnica Saint- Denis non ci sono ebrei? Il film, che pure non manca di ricordare Ilan Halimi, il giovane ucciso nel 2006 per la sola colpa di essere ebreo, non pare porsi il problema, così come non se lo pongono gli spettatori. Eppure non si può fare a meno di pensare alle notizie sull’antisemitismo in Francia e sugli ebrei costretti a lasciare determinati quartieri. Un problema che su Ha Keillah abbiamo trattato più volte ma che a quanto pare al di fuori del mondo ebraico non è percepito quasi per nulla. Alla luce di queste considerazioni ho trovato un po’ inquietante la dichiarazione, ripetuta a inizio e fine film, “Da oggi non diremo più Je suis Charlie ma diremo Je suis Saint-Denis!”. Va detto, però, che il film è una sorta di documentario, che ha fotografato la realtà così com’è. Non è colpa del film o del regista se la realtà così com’è suscita qualche inquietudine.

Il Premio Interfedi ha anche attribuito una menzione speciale al film Al tishkechi oti / Don’t forget me dell’israeliano Ram Nehari, che racconta la storia d’amore tra l’anoressica Tom e Neil, suonatore di tuba con qualche problema di socializzazione. Un film a mio parere davvero molto bello (e forse meno angosciante di quanto possa apparire dal soggetto, perché pervaso da una vena di humour sobrio e delicato), con una recitazione magnifica da parte dei due attori principali.

 Dall’applausometro si capiva che entrambi i film erano in pole position anche per i premi del Festival vero e proprio. E infatti À Voix Haute / Speak-Up! ha poi vinto il premio del pubblico, mentre Al tishkechi oti - indubbiamente il vero trionfatore del festival - si è addirittura portato a casa i premi di miglior film, migliore attore e migliore attrice. Anche per questo motivo, per dare più visibilità e più valore simbolico al Premio Interfedi, personalmente avrei premiato un film che non fosse già comunque sotto i riflettori; e - al di là della qualità, sulla quale nella giuria c’erano opinioni discordanti - la mia scelta sarebbe caduta indubbiamente su Balon di Pasquale Scimeca, che racconta la storia di due fratelli africani, Ysoké di 15 anni e Amin di 10, unici superstiti del loro nucleo famigliare dopo un attacco di predoni, che intraprendono un lungo viaggio verso nord, avendo a disposizione solo pochi soldi e qualche vaga indicazione del nonno. Dopo avere attraversato fiumi, foreste, pianure e villaggi, fino al deserto che si colora inevitabilmente di reminescenze bibliche, i ragazzi incontrano due archeologi italiani che li aiuteranno a raggiungere la Libia per imbracarsi verso l’Europa; lì, però, saranno catturati e messi in un campo di prigionia. La storia termina su un barcone, lì dove nella nostra percezione le storie iniziano.

I tre film che ho elencato erano peraltro forse gli unici che per i temi trattati potevano davvero corrispondere alle caratteristiche del Premio Interfedi. E a mio parere tra i tre solo Balon corrispondeva pienamente. Quindi devo ammettere di averlo guardato con una sorta di pregiudizio positivo, convinta anche del grande valore simbolico che avrebbe potuto avere il premio dato a un film del genere. Può darsi che questo pregiudizio positivo mi abbia portato a guardare con troppa indulgenza a una trama a tratti non del tutto logica e a una recitazione che in effetti non è un granché; però le immagini dell’Africa sono bellissime e il film è a mio parere molto poetico nella sua sobrietà, con la violenza che è appena suggerita, senza compiacimenti, e per questo è forse ancora più terribile.

Purtroppo i meccanismi del Torino Film festival prevedono che il vincitore del Premio Interfedi sia proclamato durante la conferenza stampa del sabato mattina, quindi in un contesto in cui un rappresentante della Comunità Ebraica, che pure è tra i due promotori del premio, non potrà mai partecipare ufficialmente. Una curiosa anomalia, che fa riflettere sulle difficoltà che incontra lo Shabbat nella società contemporanea (ne parliamo diffusamente in altra parte di questo numero di Ha Keillah). Quest’anno, almeno, ho avuto la soddisfazione, a Shabbat terminato, di consegnare personalmente il premio al regista Stéphane De Freitas (l’onore è toccato a me sia perché, per la legge dell’alternanza, quest’anno la presidenza della giuria toccava alla Comunità Ebraica, sia perché gli altri due giurati avevano altri impegni). Quando mi sono presentata come esponente della Comunità Ebraica il regista si è illuminato e ha ribadito che il suo film intendeva appunto promuovere il dialogo e il confronto tra le religioni. In effetti, come ho già detto, non è colpa sua se nella realtà da lui documentata il dialogo tra religioni si realizza solo in parte. E così la mia carriera di giurata si è trionfalmente conclusa addirittura con il ruolo di presidente della giuria che consegna il premio, tra foto, sorrisi e strette di mano.

Anna Segre

 

 

 

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