Libri

 

Grandangolo

di Anna Segre

Curioso e spiazzante leggere di zona grigia in termini positivi e scoprire che, anzi, alla zona grigia apparteniamo anche noi. Grigio è ciò che ammette sfumature, che rifiuta gli estremi del bianco e del nero. La zona grigia che il giovane protagonista del libro insegue è la via di mezzo tra l’ebraismo della comunità ultraortodossa di Brighton (Boston) in cui è cresciuto e l’abbandono completo di ogni forma di vita ebraica a cui giunge per reazione nel momento in cui lascia la famiglia per inseguire la propria carriera di fotografo. Osteggiato nella sua arte (all’inizio viene inevitabilmente in mente l’Asher Lev di Potok, ma poi la vicenda si evolve in altre direzioni), il ragazzo tenta inizialmente qualche forma di mediazione frequentando un liceo ortodosso, con il risultato di ritrovarsi guardato come un estraneo da entrambi i mondi, finché una serie di circostanze lo porterà progressivamente verso una rottura che pare definitiva. Dopo essere passato attraverso il mondo della moda newyorkese e non essersi fatto mancare neppure le primavere arabe, il giovane Ezra troverà forse la sua zona grigia nella luce accecante di Tel Aviv.

Grandangolo è un libro interessante, coinvolgente, a tratti anche divertente, che scorre rapido e al contempo offre molti spunti di riflessione. È decisamente impietosa la descrizione della comunità ultraortodossa, chiusa e soffocante, pronta ad isolare chi non si conforma al modello di vita rigidamente imposto; ma anche il mondo ebraico ortodosso (che vediamo fugacemente nella descrizione del liceo) non fa una bella figura nel suo assecondare la competitività esasperata tra i giovani la cui unica ambizione sembra essere l’ammissione ad un college prestigioso.

 

Altra metafora intrigante è quella che dà il titolo al libro; il grandangolo, infatti, non è solo lo strumento di lavoro del protagonista ma è anche la prospettiva con cui il ragazzo accusa i genitori di guardare la realtà: Vi siete preoccupati così tanto di far combaciare tutti i pezzi che avete perso di vista quelli più importanti. Volevate una comunità e vi siete lasciati scappare la famiglia. Volevate Dio e vi siete dimenticati degli uomini. A volte penso che abbiate guardato alla realtà attraverso un grandangolo: pur di allargare gli orizzonti avete permesso che la vista degli oggetti in primo piano venisse deformata. Una metafora spiazzante perché solitamente l’ebraismo religioso viene accusato del contrario, di usare lo zoom, di essere troppo attento ai dettagli. Simone Somekh mette in evidenza quest’altro aspetto meno visibile ma forse più sostanziale, ci parla di un mondo di grandi ideali di giustizia e di solidarietà che faticano a tradursi nella vita pratica: il seder di Pesach non può offrire, come dovrebbe, l’occasione per un reale confronto di idee ma diventa solo il palcoscenico per uno sfoggio di erudizione, incapace di dare una risposta ai drammi della vita reale che gli passano pesantemente accanto. L’omosessualità non è platealmente rifiutata perché semplicemente si finge di non vederla (ma forse questo si potrebbe dire anche delle nostre comunità italiane, basti pensare all’accoglienza che hanno avuto gli articoli sul tema pubblicati su Ha Keillah), e questo causa drammi silenziosi ma non meno devastanti.

Molto efficace, a mio parere, la descrizione del modo in cui i genitori di Ezra, ex laici, fanno di tutto per essere integrati nella comunità ma devono rendersi conto di essere comunque, pur dopo molti anni, ancora al margine; persino l’affidamento di un ragazzo che ha perso la madre diventa per loro un banco di prova per misurare la propria integrazione. La sobrietà nel delineare il ritratto dei genitori (di cui non conosciamo neppure il mestiere) mi pare una scelta voluta, perché molto di ciò che fanno e dicono potrebbe in fondo essere proprio anche di altri contesti ebraici in altre parti del mondo. Meno felice, a mio parare, il personaggio della zia Suzie, di cui sappiamo davvero troppo poco considerata la centralità del suo ruolo nelle vicende di Ezra; e, onestamente, non sono riuscita a spiegarmi perché una donna intelligente e colta dovrebbe essere così ottusa da offrire costantemente cibo o vino non kasher a un nipote osservante.

Il libro è costruito sapientemente, con ellissi narrative che sottolineano la discontinuità tra i mondi attraversati dal protagonista e informazioni che appaiono di contorno e invece si riveleranno cruciali. Il mondo ultraortodosso in cui cresce Ezra è certo ben diverso dal nostro, ma nella sua ricerca di un proprio modo di vivere l’ebraismo,  che non può necessariamente essere quello che i genitori sognavano per lui, non è difficile riconoscersi.

Anna Segre

Simone Somekh, Grandangolo, Giuntina 2017, pp.180, € 15

 

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