Prima pagina

 

 

 

Israele: democrazia in pericolo?

di Shannah Orlik

 

Nelle ultime due settimane dopo l'annuncio dell’imminente processo a Netanyahu per corruzione, frode e violazione di fiducia, il concetto di democrazia è stato al centro della maggior parte, se non di tutti, i dibattiti pubblici.

La domanda più frequente è stata: la democrazia israeliana si è inceppata? Oppure: è davvero diretta su questa strada? Ovviamente le risposte divergono e gli schieramenti si polarizzano. Questa drammatica domanda riflette un momento davvero unico e storico per Israele, da quando il procuratore generale Avichai Mandelblit ha annunciato la messa sotto accusa del primo ministro Netanyahu in tre casi diversi e per tre diverse imputazioni.

Questo contesto ha creato un forte antagonismo nella società israeliana e un crescente senso di ingiustizia. Sia dalla parte a favore che da quella contro Bibi sono state organizzate dimostrazioni per manifestare il sostegno all'attuale Primo Ministro o per chiedergli di dimettersi dall'incarico. Per quelli da un lato della barricata la democrazia israeliana è inceppata perché, come affermato dallo stesso Netanyahu, l’Ufficio del Procuratore sarebbe corrotto e determinato a usare procedure illegali per demolirlo. Pertanto, stanno sfruttando il sistema democratico per “accusare gli accusatori”.

Per coloro che stanno dall'altra parte, la democrazia israeliana potrebbe in realtà rimanere integra se, dopo l'annuncio di accuse penali e i tentativi falliti di formare un governo, Netanyahu si ritirasse. Tuttavia, fintanto che rimane al potere, cosa stranamente legale per un Primo Ministro, ma non per ministri o membri del Parlamento nella sua stessa situazione, Netanyahu sembra essere il catalizzatore della sfida alla nostra democrazia, poiché è, per definizione, l'elemento principale di provocazione per la sua semplice presenza o per qualsiasi cosa faccia o dica.

Tuttavia questa volta non è un caso di situazione "Bibi o non Bibi"; sembra che abbiamo superato questa fase alcune elezioni sprecate fa. In effetti, questa volta, di nuovo sul punto di gettare nella spazzatura altri due miliardi di shekel (oltre ai quattro miliardi che sono già stati gettati via nel corso di un solo anno nelle ultime due fallite e inutili precedenti elezioni) non è solo giustizia o democrazia che stanno vacillando, ma anche la nostra economia e i nostri "valori". Non fraintendetemi, non sto dicendo che questi sei miliardi di shekel stanno per rovinare l'economia israeliana né stanno per far fallire lo Stato, ma ciò che intendo dire è che gli israeliani dovrebbero anche guardare alle conseguenze delle decisioni dei nostri leader e a cosa significhino per noi come paese.

Perché il lato economico è così importante qui? Perché senza un governo i budget sono bloccati, i contratti statali non possono essere firmati, riassegnati o rinnovati. Senza contare ciò che per me è ancora più problematico: il denaro e le risorse pubbliche sono diventate accessori al servizio di interessi particolari.

La prima volta siamo andati a votare perché Avigdor Lieberman aveva abbandonato la coalizione di governo, seguito da Naftali Bennett, portando ad elezioni anticipate, costate ai contribuenti un considerevole importo di denaro pubblico. Con Netanyahu che non è riuscito a formare una coalizione e si è rifiutato di restituire il suo mandato al presidente Rivlin, Israele è stato gettato in nuove elezioni altrettanto costose. Neanche dopo questo secondo turno elettorale Netanyahu ha raccolto attorno a sé una maggioranza di governo e ha dunque restituito il suo mandato al Presidente, che lo ha affidato a Benny Gantz. Quest’ultimo ha ripetuto che, al fine di formare un governo di unità nazionale, Netanyahu avrebbe dovuto semplicemente dimettersi, per concentrarsi sul suo prossimo processo e che "una coalizione si sarebbe formata in ventiquattro ore" con il partito Likud, il partito Blu e Bianco e Israel Beitenu di Liberman. Ed eccoci qui, con Netanyahu che rifiuta di dimettersi e forti voci che si alzano nel suo partito chiedendogli di farlo, per evitare di sprecare miliardi di denaro pubblico in nuove elezioni... tuttavia nessun cambiamento si è realizzato.

Inoltre, se esaminiamo il motivo per cui, ancor prima, Lieberman e Bennett hanno lasciato la coalizione, si scopre un disaccordo su costose strategie militari e di sicurezza, intraprese dal governo Netanyahu e risultate poi inefficaci, al punto che i cittadini del confine di Gaza continuano da anni a vivere nella paura. Fino ad oggi, il 40% delle case nelle zone confinanti con Gaza non ha ricevuto finanziamenti dal governo per costruire protezioni dai missili e le stanze bunker di sicurezza. Proprio queste considerazioni mi portano ora a parlare di “valori”.

Perché Netanyahu sta ancora lottando per il potere? Perché il nostro "governo ad interim" sta ancora ottenendo fondi pubblici con cui intrallazzare senza conseguenze? È sorprendente notare che Netanyahu ha nominato Bennett come ministro della Difesa, senza che alcuno di loro fosse un reale vincitore delle ultime elezioni. Come ho spiegato in precedenza, Netanyahu non è riuscito a formare un governo (quindi non è stato in grado di ottenere rappresentanti della maggioranza dei cittadini per consentirgli di servire come Primo Ministro) e il partito di Bennett non ha nemmeno superato la soglia di sbarramento al primo turno delle elezioni di quest'anno. Questi sono solo due esempi di quanto gli attuali politici abbiano anteposto il loro ego ai valori democratici ed il proprio interesse economico a quello del paese.

Questo tentativo di governo provvisorio è uguale a quello che, a parte brevi interruzioni, è al potere da più di una decade. Nel corso degli anni, questa coalizione di destra ha messo in primo piano interessi molto specifici: il liberismo estremo, l’inserimento di quanti più principi alakhici possibili nelle leggi e nelle amministrazioni, la promozione degli insediamenti nei territori occupati e la legittimazione della loro annessione ad Israele. Quest’azione di governo ha fatto di tutto per dividere noi israeliani in gruppi di identità, incrementando non solo il razzismo ma anche decine di realtà di insulari, ovvero situazioni in cui le persone scelgono di vivere nel loro microcosmo (sociale, politico, ecc.) evitando il contatto con coloro che non ne fanno parte.

Mancano risorse per i sistemi sanitario ed educativo, per l'amministrazione, per le istituzioni di assistenza sociale. Oltre il 20% degli israeliani attualmente vive al di sotto della soglia di povertà, tanto che spesso si sente parlare di sopravvissuti all'Olocausto morire senza rispetto, in condizioni di vita esecrabili. Il sistema pubblico di trasporto è arcaico e il paese è bloccato nel traffico ogni giorno; gli incidenti stradali che causano morti sono più alti che nella maggior parte dei paesi dell'OCSE. Senza dimenticare che più di 1500 missili sono stati lanciati da Gaza solo nel 2019: il conflitto sta creando oppressione e disperazione sul terreno moltiplicando la disperazione, ma anche l’oppressione sul terreno del conflitto. Le disuguaglianze crescono tra aree diverse del paese e tra i cittadini, la violenza aumenta (in particolar modo quella coniugale) e le risposte governative sono deboli. Potrei andare avanti con questo elenco per molto; i problemi da risolvere continuano ad aumentare, proprio mentre il nostro denaro pubblico viene investito in giochi politici che mirano a ottenere ancora e ancora la rielezione di governanti al potere già da decenni. Paradossalmente, questi meccanismi hanno finora funzionato perfettamente.

Netanyahu è stato il premier israeliano per 13 anni e questo, secondo alcuni, è di per sé una pratica democratica dubbia. Ciononostante, Bibi sta chiedendo ancora di più. Dopo tutto, Netanyahu, come Primo Ministro, capo delle coalizioni e anche come Ministro della Giustizia nel 2015, ha avuto in passato la possibilità di "aggiustare" o persino di riformare quello che lui stesso ha definito l’Ufficio del "Procuratore corrotto". Tuttavia, non ha fatto nulla di simile. Quando Ehud Olmert, ex Primo Ministro, si trovava nella stessa situazione nel 2011 (con meno accuse penali sulla schiena), lo stesso Netanyahu gli ha chiesto di dimettersi pubblicamente perché non sarebbe stato in grado di servire al meglio il paese mentre si occupava del suo caso processuale. Netanyahu si è costruito una fortezza da cui governa Israele, e di volta in volta ci è stato dimostrato che non lascerà per motivi ragionevoli o razionali. Tristemente, tutto ciò fornisce una risposta positiva alla domanda se la nostra democrazia sia già evidentemente deteriorata.

Spesso sento dire che "d'accordo o meno con la politica di Bibi, una cosa è certa: ha reso Israele grande e forte sulla scena internazionale". A quelli che la pensano così vorrei chiedere di elencare “gli Amici di Israele” oggi: Bolsonaro in Brasile, Orban in Ungheria, Trump negli Stati Uniti, Modi in India, Salvini in Italia. Chiederei anche di ricordare personaggi meno famosi, incontrati nel 2016 durante la storica visita in Africa, quali i leader di Kenya, Uganda, Sudan del Sud, Ruanda, Etiopia, Tanzania e Guinea, con cui Bibi è stato orgoglioso di costruire legami internazionali, alla fine consistenti soltanto in accordi sulla produzione e vendita di armi.

Quindi, a tutti coloro che si uniscono alla discussione nazionale (e internazionale) che ruota intorno al quesito: "La democrazia israeliana è sul punto di crollare con la messa in accusa di Netanyahu?" voglio rispondere: no, la democrazia israeliana non sta per sgretolarsi a causa delle recenti sconfitte pubbliche e legali di Netanyahu ma piuttosto a causa dei 13 anni della sua politica e governance, che hanno creato nel nostro caro paese distorsioni a tutti i livelli immaginabili. Netanyahu ci ha fatto credere di essere insostituibile, di essere il solo in grado di spingere Israele in prima fila sulla scena internazionale e di rappresentare l’unica alternativa possibile senza che la sicurezza e la crescita di Israele vengano compromesse. Ha costruito una narrazione vittimistica attorno a se stesso e alla sua famiglia per sminuire le critiche e si è espresso pubblicamente contro lo stato di diritto e le istituzioni democratiche del nostro paese, facendo sembrare queste aberrazioni la normale e legittima pratica di un Primo Ministro. Usando la retorica populista che ha imparato dai suoi amici in giro per il mondo (o addirittura insegnato loro!), Netanyahu ha categorizzato e delegittimato "la sinistra" e "la stampa" in quanto traditori e odiatori sia di Israele sia di lui medesimo come se si trattasse di un’unica entità, con una tale efficacia da strumentalizzare anche le critiche più insignificanti. Netanyahu ha eroso dalle fondamenta il monumentale assetto democratico che tiene fortemente insieme il nostro paese dal 1948. Soltanto il modo con cui gli israeliani intenderanno uscire da questo periodo di squallore morale ci potrà dare la risposta alla domanda che in questo momento più ci tormenta: come potrà essere risanato il vulnus subito dalla democrazia israeliana?

Shannah Orlik (Tel Aviv)

Traduzione di
Emilio, Fiorella e Beatrice Hirsch

Share |