Italia

 

 

Il centro che non c’è e il pistolero pistola

 

di Giorgio Berruto

 

Facciamo chiarezza. La sinistra non esiste più da un pezzo, tranne forse nella versione tenera e attempata della festa dell’Unità tra un “ti ricordi, cara, dell’autunno del sessantanove?” e un quartino di sangiovese schietto. La destra, in compenso, esiste eccome, eccome se esiste. I moderati, infine, esistono nei salotti di Lilli Gruber e Floris, nella realtà però sono più rari dei cigni neri. I moderati sono figure mitologiche, come idre e chimere, di cui tutti parlano e che nessuno ha mai visto: e con questa maligna verità, presto o tardi, dovrà fare i conti anche il Matteo toscano. A fare casino, poi, ci pensano pure giornali e tiggì, che da habitué del secolo breve non perdono occasione di martellare colla solita tiritera centrodestra-centrosinistra. Sarà un auspicio, sarà un modo di fare gli esorcismi a una realtà ben diversa, ma, come direbbe la portinaia del 219 di via Merulana, sto centro nun se vede. Il Salvini autunnale dal volto quasi umano - ho detto quasi - dopo i giorni gloriosi del Papeete non inganna neanche un patelavache balengu. Il fatto è che qui, per capirsi, bisogna fare appello (di nuovo?! - diranno i lettori affezionatissimi) al triello di Sergio Leone, quello in cui il buono, il brutto e il cattivo si affrontano a suon di revolverate in un assolato cimitero. Manco a dirlo, a Salvini calza a pennello la parte del cattivo (il physique du rôle d’altronde non gli manca, alla faccia di quei meschini dei detrattori di Lombroso); il ruolo dei brutto, che è anche un tantino pirla, va alla variegata compagine a cinque stelle, e anche qui c’è poco da obiettare; quelli del Pd prendono quel che rimane, la parte del buono quindi, e se vi paiono solo buonini date un’occhiata agli altri due e in un attimo Zingaretti & co. sembreranno buonissimi. Distribuite le parti, il copione è presto fatto. All’inizio ciascuno dei tre cerca di arrivare per primo al governo, pardon al tesoro, accoppando i rivali. Nessuno ci riesce, allora il brutto se la fa col cattivo, che però cerca di fregarlo e - patatrac! - tutto all’aria un’altra volta. Il cattivo spara per primo, spaparanzato in spiaggia tra una cubista in divisa d’ordinanza e un tizio col manganello in una mano e la tartaruga di CasaPound tatuata sulla crapa pelata. Colpisce di striscio il brutto e, tanto che c’è, anche due tizi che passavano di lì (niente panico: sono neri). Il brutto si spaventa, il buono si incazza (anche le formiche, nel loro piccolo…) e il cattivo si trova trasformato in due e due quattro da pistolero a pistola, ala piemuntèis. Il buono e il brutto improvvisano una società bella sgangherata mentre il cattivo cova vendetta e invoca le piazze. Buono e brutto non si fidano l’uno dell’altro, va da sé dopo tutti quei precedenti, e fin dal primo momento si fanno i dispetti. C’hanno anche una certa dose di sfiga, tra la città più bella del mondo sott’acqua e i casini dell’Ilva. Continuano a guardarsi sempre più in cagnesco, prima o poi - c’è da scommetterci - ricominciano a sparacchiare.

Giorgio Berruto

         Vignetta di Davì

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