Israele e altro

 

 

 

Una rete mondiale della sinistra ebraica?

 

di Giorgio Gomel

 

 

Tre anni fa, 500 israeliani firmarono un Appello agli ebrei del mondo (v. Ha Keillah, ottobre 2016) avviando una campagna di opinione rivolta alla diaspora (SISO, Save Israel stop the occupation) nel ricorrere dei 50 anni dall’inizio dell’occupazione seguita alla guerra del giugno ’67. La campagna insisteva sui costi distruttivi dell’occupazione per la stessa società israeliana, risultato di una pervicace rimozione della realtà (la “Linea verde” rimossa dalle mappe, dai libri di scuola e dai documenti dello stato; il costo degli insediamenti celato dal bilancio pubblico, ecc.). Esortava gli ebrei della diaspora ad un’azione coesa per salvare Israele da una pulsione autodistruttiva che lo spinge lontano da quello “stato democratico degli ebrei” voluto dal sionismo classico, quello herzliano e quello socialista. In sostegno all’appello si formò un movimento d’opinione dagli Stati Uniti (JStreet) all’Europa (JCall) e in altre parti del mondo ebraico.

Tre anni dopo, il persistere dell’occupazione e il crescere di spinte da parte della destra nazionalista e religiosa al potere per l’annessione di parti rilevanti della West Bank, ci dà un nuovo impulso a dare vita ad una rete mondiale di organizzazioni ebraiche progressiste che unisca JStreet, JCall, JSpace (Canada), Peace Now ed altri movimenti in Israele ad esso affini, e gruppi ebraici attivi in Sud Africa, Australia e America del Sud.

Costruire una rete mondiale dell’ebraismo progressista esige uno sforzo complesso, ma è un’esigenza esistenziale indifferibile in un frangente difficile per l’ebraismo mondiale, in Israele e nella diaspora. L’erosione della democrazia in Israele, la “legge dello stato-nazione” approvata un anno fa, la negazione dei diritti dei palestinesi ad un’esistenza nazionale indipendente, le spinte minacciose verso l’annessione di parti della Cisgiordania, la marea montante di sciovinismo, intolleranza e pulsioni antisemite nei paesi della diaspora rendono un’azione comune necessaria. Per quanto riguarda specificamente l’Europa, dovremmo coinvolgere gruppi a noi affini in paesi dove non vi sono sezioni attive di JCall, quali la Germania, l’Olanda e paesi dell’est quali Polonia e Ungheria.

Vi è una diversità profonda fra l’ebraismo americano e quelli di altri paesi rispetto ad Israele. Gli ebrei americani sia nel voto (per oltre il 70 % in favore del Partito Democratico nelle elezioni di Mid term del 2018) sia nel dibattito politico-culturale sono critici - e in modo più evidente nelle generazioni più giovani - degli atti del governo di Israele. L’alleanza fra Trump e Netanyahu ha rafforzato tale sentimento.

In Europa, Australia, Sud Africa, ecc., le istituzioni ufficiali dell’ebraismo sono in genere su posizioni conservatrici, spesso allineate in un sostegno acritico ai governi di Israele o timide nel manifestare il dissenso. Le voci critiche - le nostre - sono minoritarie.

In Israele - sostiene Alon Liel, ex direttore del Ministero degli Esteri ed uno degli esponenti più attivi dell’opposizione - appena il 10% circa degli ebrei si riconosce attivamente nel campo della pace, è disposto ad agire pubblicamente all’opposizione, cerca fortemente un appoggio negli ebrei della diaspora. D’altra parte la sinistra ebraica - laburisti e Unione democratica - è rimasta nelle elezioni di settembre appena al 10% dei seggi, indebolita dallo slittamento di voti “utili” degli oppositori di Netanyahu verso il partito Blu e bianco guidato da Gantz; solo i due partiti detti sopra e la Lista araba unificata hanno agitato il tema dei diritti dei palestinesi ad uno stato e i limiti di una democrazia incompiuta opponendosi alla legge dello “stato-nazione ebraico”.

Alcune organizzazioni ebraiche progressiste americane hanno redatto un documento comune (qui sotto riportato nei suoi passi principali) sul conflitto israelo-palestinese, la difesa del pluralismo e della democrazia in Israele e nei paesi della diaspora. I principi del documento potranno essere la base di un manifesto che renda pubblico il formarsi di un movimento internazionale.

“Dieci importanti organizzazioni americane impegnate nella ricerca della pace, della democrazia e dell’uguaglianza in Israele hanno annunciato la nascita della Progressive Israel Network .

Questa nuova coalizione sarà una voce forte e unitaria in sostegno degli obiettivi comuni ai suoi membri: democrazia e uguali diritti , libertà religiosa, pluralismo, ed una soluzione del conflitto basata sul principio di “due popoli due stati”, soluzione che unica può garantire un futuro sicuro e pacifico a Israele e la fine dell'occupazione dei territori che dura da 52 anni.

La rete è costituita dalle seguenti organizzazioni fondatrici: Ameinu, Americans for Peace Now, Habonim Dror North America, Hashomer Hatzair, The Jewish Labor Committee, J Street, The New Israel Fund, Partners for Progressive Israel, Reconstructing Judaism, e T’ruah.

Queste organizzazioni hanno scelto questo momento per lanciare un’ iniziativa unitaria perché preoccupate per il pericolo che corre Israele a causa della minaccia che partiti e movimenti di estrema destra pongono ai valori fondamentali sui quali è stato fondato lo Stato di Israele e che gli ebrei americani considerano più cari.

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Principi

Richiamandosi a valori ebraici e democratici, la Progressive Israel network fa appello a tutti coloro che difendono il futuro di Israele come patria del popolo ebraico e democrazia in pace e sicurezza con i suoi vicini. Ci ispiriamo alla Dichiarazione di Indipendenza di Israele in virtù della quale Israele sarà uno stato “basato sulla libertà, la giustizia e la pace” che assicuri “completa eguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti indipendentemente da religione, razza e sesso”. Ci allarmano le minacce che gravano su questi valori ad opera di ideologie e movimenti della destra estrema israeliana con l’appoggio di movimenti affini nella diaspora.

Il nostro impegno è rivolto alla pace per Israele e i suoi vicini da conseguirsi attraverso una “soluzione a due stati” al conflitto distruttivo che oppone da troppo tempo israeliani e palestinesi ponendo fine al dominio che Israele esercita sui palestinesi della Cisgiordania e all’espansione degli insediamenti ebraici in quei territori. Il nostro impegno è rivolto altresì alla sicurezza di Israele consapevoli delle minacce che incombono tuttora su Israele e che esso non è il solo responsabile del conflitto con i palestinesi o con altre potenze nella regione. Il nostro impegno è rivolto alla difesa della democrazia e dello stato di diritto, convinti che tutti i cittadini di Israele debbano essere trattati nello stesso modo e che i loro diritti civili e politici vadano pienamente ed equamente protetti.

Il nostro impegno va infine al pluralismo religioso, nella convinzione che ogni forma di pratica ebraica meriti la stessa protezione e analogo riconoscimento nello stato del popolo ebraico.

I nostri valori che ci rendono insieme progressisti e orgogliosamente pro-israeliani esprimono idee condivise dalla maggioranza degli ebrei nel mondo. Facciamo appello a tutti gli ebrei che condividono tali valori ad unirsi a noi in questa azione.”

 

La formazione di una rete che sia davvero operativa è un obiettivo di medio termine (si stanno costituendo gruppi di lavoro sul riconoscimento dello stato di Palestina, sulla creazione di un fondo internazionale pubblico e privato per sostenere con incentivi finanziari lo sgombero di insediamenti israeliani e il rientro di coloni in patria, sulle azioni atte a influire sull’opinione pubblica israeliana, sul risorgere dell’antisemitismo e i suoi legami con il conflitto israelo-palestinese). Nell’immediato sono utili - come già avvenuto in più occasioni - dichiarazioni pubbliche o azioni comuni in relazione ad eventi specifici. Il caso più recente in cui JStreet USA e JCall Europa hanno agito di concerto riguarda la necessità di distinguere in modo netto fra lo stato di Israele e gli insediamenti israeliani nei territori occupati.

Mentre l’amministrazione americana dichiara che gli insediamenti israeliani nei territori occupati non sono “illegali”, JStreet e JCall approvano la sentenza della Corte di giustizia europea che conferma l’esigenza di etichettare le produzioni di tali insediamenti in modo corretto - non come “made in Israel”.

La decisione americana, che non può alterare lo status di illegalità degli insediamenti in virtù del diritto internazionale e in misura significativa anche sulla base della stessa legislazione israeliana, è l’ennesimo atto di sostegno di Trump a Netanyahu nel tentativo di formare un governo con i partiti religiosi e della destra nazionalista, nonostante la sconfitta nelle elezioni di settembre e la messa in stato d’accusa sulla base di gravi capi di imputazione. Secondo altri, la decisione è un dono offerto alle correnti fondamentaliste cristiane in vista delle elezioni del 2020 negli Stati uniti.

In ogni caso, tale decisione, così come quelle relative all’annessione a Israele delle alture del Golan o del trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, non concorre certamente a indurre le parti in causa a riprendere i negoziati di pace interrotti ormai dal 2014.

Giorgio Gomel

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