Israele e altro

 

 

Shabbat e Shabbetai

 

di Alessandro Treves

 

 

“....un grande cabbalista. Ho assorbito idee meravigliose da questo libro, che studiavo letteralmente ogni giorno. Finché non mi resi conto, dalle sue stesse parole, che era un seguace di Shabbetai Tsvi, che il Misericordioso ce ne scampi, e allora capii che dovevo allontanarmi dal questo libro [...] ma poi mi dissi: ma perché? Sono tutte spiegazioni della Kabbalà, delucidazioni dello Zohar, illuminazioni delle parole del Santo Ari di benedetta memoria [Rav Isaac Luria] ...se poi l’autore erra nella sua fede, starò bene attento a non seguirlo nel suo errore” così scrive Rav Katzenellenbogen di Boskowitz (1691-1765), rievocando le sue giovanili esitazioni di trent’anni prima; risolte, dopo un sogno chiarificatore, dalla decisione di ritornare al libro, ma solo per Tishà Be’Av, quando non si studia Torà, oppure, ma al massimo una o due volte all’anno, per ritrovarci una specifica halakhà, una cosa che non può di per sè portare in errore.

Leggo di queste titubanze, in un bel saggio di Maoz Kahana sulla fascinazione settecentesca per le conoscenze proibite, sabato sera 30 novembre, il secondo sabato in cui a Tel Aviv sono stati attivati i servizi gratuiti di trasporto locale. Potenziati, a grande richiesta, rispetto al sabato precedente. E che hanno suscitato la costernazione di molti, fra i quali Rav Momigliano di Genova, che ne ha scritto su Kolòt, lamentando il “voler rendere lo Shabbat il giorno della visita ai grandi magazzini”. È difficile non condividere empaticamente l’angoscia di Rav Momigliano, per lo “smarrimento dello Shabbat come segno fondante della nostra vita e della nostra identità”. Egli auspica che i Maestri ritrovino l’approccio adeguato ad affrontare questo smarrimento, riscoprendo percorsi di spiritualità, manifestando la luce della Torà, sviluppando mondi di fede, di pensiero, di ricchezza culturale: “non con la forza ma con lo spirito.” Con lo spirito. E qui si cela forse l’angoscia dentro l’angoscia, la consapevolezza che non si tratta solo di un affrettarsi verso i grandi magazzini, che alla base dell’insofferenza per la crescente hadatà, l’imposizione religiosa, e per i vincoli, anche se consolidati nel cosiddetto status quo, c’è anche una forte componente di indignazione civile.

Rav Katzenellenbogen scrive nell’autunno del 1756, pochi mesi dopo che i seguaci di Shabbetai Tsvi, in particolare quelli raccoltisi attorno al nuovo falso messia Jacob Frank, hanno dato scandalo a Lanckorona e sono stati poi scomunicati a Brody e a Konstantynów. L’anno dopo il vescovo di Kamieniec Podolski, presi Frank ed i suoi sotto la sua protezione, organizza una loro disputa religiosa con i rabbini tradizionalisti, che si conclude come prevedibile con la disfatta di questi ultimi. All’onta, all’insulto per vedere l’ebraismo associato alle pratiche orgiastiche di cui sono tacciati i seguaci di Frank, dai quali sono perfino accusati di omicidio rituale, si aggiunge l’offesa concreta del rogo di diecimila volumi del Talmud. Morto il vescovo, i frankisti continueranno ad essere protetti da re Augusto III di Polonia, fino alle conversioni di massa che fra il 1759 ed il 1790 porteranno 26mila di loro ad abbracciare il cattolicesimo - senza per questo abbandonare il culto del loro leader, che fino alla morte continuerà, come Barone di Offenbach, a vivere da aristocratico delle loro donazioni. “Indignazione civile” è forse un termine riduttivo per descrivere il sentire comune dell’ebraismo dell’Europa orientale, sconvolto dal movimento frankista, al di là delle sue differenti sensibilità e dell’apprezzamento di alcuni per gli insegnamenti cabbalistici di Maestri che avevano simpatizzato per Shabbetai Tsvi.

Indignazione civile è anche il sentire comune di parte della società israeliana impressionata, più che dagli episodi sempre più frequenti di criminalità comune o di copertura ai pedofili come Rav Motti Elon, dalla progressiva trasformazione di fasce della leadership nazional-religiosa, da Rav Moshe Levinger a Rav Haim Drukman, nella punta di diamante del suprematismo razzista. Quasi che il concretizzarsi, con modalità spesso violente e spregiudicate, valendosi dell’appoggio allora di un vescovo polacco ora di un presidente americano, di un progetto scaturito da un’istanza di rigenerazione spirituale, portasse inevitabilmente ad una inorridita presa di distanza chi quell’istanza l’aveva pure emotivamente condivisa, almeno in parte, almeno come aspirazione ideale.

Rav Avraham da Rovigo appare come una delle figure più straordinarie dell’ebraismo italiano post-rinascimentale. Un breve saggio di Matt Goldish descrive la sua casa a Modena come uno hub, un crocevia centrale nella rete degli scambi intellettuali e non solo di fine Seicento. Dal registro incompleto di chi la frequentava, attratto dalla sua erudizione e profondità, ma anche dalla sua generosa ospitalità, emerge un caleidoscopio di viaggiatori ashkhenaziti, italiani e sefarditi, di emissari di comunità palestinesi in cerca di supporto, di autori in cerca di editore, di propagandisti della fede sabbatea - le prime entrate del registro sono di pochi anni successive alla solitaria scomparsa di Shabbetai Tsvi in Montenegro, nel 1676. Fede messianica che Abraham coltivava egli stesso, dalla giovinezza, ben dissimulandola fino ad un forse involontario coming out vicino alla morte, nel 1713. Fede eretica che non alterava la stima profonda che conservava di lui Rav Katzenellenbogen, che l’aveva conosciuto col padre, ancora tredicenne, e che oltre mezzo secolo dopo ricorda come i più pii, i più eruditi, i più ascetici si avvicinassero a quel santuomo, Rav Avraham da Rovigo, per attingere linfa vitale dal “pozzo della sua conoscenza cabbalista”. E si chiede - il 17 Novembre 1758 - se l’affetto e l’ammirazione che ancora nutriva per lui non portassero a sospettare che fosse egli stesso un sabbatiano, magari inconsapevole. Senza darsi una risposta troppo convincente.

Ma il cambiamento saliente nella vita di Avraham da Rovigo era stato nel 1702 quando, lasciando gli affari e la casa di Modena, dopo anni di preparazione, col suo studente polacco Mordechai Ashkhenazi fece l’alià, unendosi ad un gruppo guidato da un altro seguace segreto di Shabbetai Tsvi. Il suo impegno a sostenere economicamente gli ebrei di Palestina non cessò però con l’alià, quando diventò uno di loro: oltre a due viaggi in cerca di fondi, si dette da fare per costituire una sorta di fondazione, nel 1711, cui donò 12000 scudi, contando che altri benefattori lo imitassero. Iniziativa non molto apprezzata dal figlio il quale, dopo la morte del padre, fece causa per riavere la somma alla Comunità di Modena, che lui aveva abbandonato per convertirsi al Cristianesimo e prendere il nome di Antonio Felice Fiori. Non è chiaro se l’impegno più appassionato faciliti davvero la trasmissione del retaggio trimillenario.

Alessandro Treves
Trieste e Tel Aviv

Per saperne di più:

Maoz Kahana, The Allure of Forbidden Knowledge: The Temptation of Sabbatean Literature for Mainstream Rabbis in the Frankist Moment, 1756-1761, The Jewish Quarterly Review, 102 (4) 589-616 (2012)

Matt Goldish, Rabbi Abraham Rovigo’s Home as a Center for Traveling Scholars https://doi.org/10.1007/978-3-319-89405-8_2

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