Storie di ebrei torinesi

 

 

 

Cantare Gerusalemme

Intervista ai coniugi Fubini, Rossella ed Erico (Chicco per gli amici)

 

 

Chicco e Rossella preferiscono essere intervistati separatamente, prima lei e poi lui.

 

ROSSELLA, dicono di voi due che avete fatto un’alià pendolare. Perché?

Perché ormai dal 1991 ogni anno passiamo alcuni mesi a Gerusalemme, dove abitano due dei nostri tre figli con le loro famiglie: Giorgio che ha due figlie e Valeria che ne ha una, Noa, che ha appena finito il servizio militare e ora, come quasi tutti i giovani dopo la zavah, fa un viaggio all’estero. Lei non in India come la maggior parte di loro, ma in Sud America. La nostra terza figlia, Gabriella, sta invece a Torino e ha due figli: Simone e Giulia.

I giovani israeliani sono diversi dagli italiani. Parlamene.

È Israele che è diversa. In Israele c’è una gran quantità di bambini e di giovani. I giovani fanno una vita durissima: tre anni di naia i ragazzi, due le ragazze, con rischi quotidiani molto gravi. Nostra nipote Noa nella zavah era di stanza a quattro chilometri da Gaza, dove aveva il compito di assistere come educatrice ragazzine con molti problemi. Quando in un giorno e mezzo sono caduti 450 missili ha dovuto portarle di corsa nei rifugi dove le ha dovute calmare perché terrorizzate. I giovani sono al centro dell’attenzione del paese: in Israele non esiste quasi disoccupazione. Prima del servizio militare le nostre nipoti hanno lavorato in bar o ristoranti, ma non in nero: con paghe regolari, a posto con i contributi per la pensione. Quando tornano a casa dal servizio militare i ragazzi trovano tutti lavoro. Non esiste disoccupazione giovanile. Gli stipendi sono più alti che in Italia, ma anche la vita è più cara. Una vita frenetica.

In strada gli israeliani strombazzano.

C’è un traffico allucinante: la gente è litigiosa, aggressiva, sembra che se ne freghi di te. I negozianti trattano i clienti come seccatori. Ma se sei in difficoltà, magari stai male per strada o hai bisogno di aiuto si fanno in quattro.

Tutti hanno fretta.

Ma è un paese vivo, straordinario, che ha fiducia nel futuro, nonostante le guerre. In Italia c’è un’atmosfera stanca, stagnante, come sfiduciata. Qui quando si parla di Israele si parla solo di guerra, di bombe, di missili. Ma Israele è anche altro, una enclave multietnica, dove (è vero) si mangia malissimo, ma dove trovi cibi di tutto il mondo. Sai cos’è il cashcaval? Il caciocavallo italiano. E la giabetta? Il pane a ciabatta! Israele (a parte le battute) è innovazione, ricerca, sperimentazione, dove la burocrazia non frena lo sviluppo. E gli ospedali sono di prim’ordine, tra i migliori del mondo. Fa impressione il numero di mutilati e invalidi di guerra. Certo c’è anche corruzione, ma i reati che lì fanno notizia e che vengono puniti sono ridicoli rispetto a quelli dell’Italia, dove c’è un livello di criminalità mafiosa che fa paura.

Ma allora perché non rimanete in Israele?

Perché anche qui ci troviamo bene. Alla nostra età, dopo una vita in Italia, sarebbe difficile trasferirci in Israele definitivamente. Qui amiamo la nostra casa, abbiamo i nostri amici, una vita culturale in Comunità, una piccola isola che là è difficile trovare. Frequentiamo poco gli italiani in Israele, magari il Gruppo di studi dedicato a Sergio Sierra, ma molto vivaci sono i centri culturali francesi, una comunità molto numerosa in Israele, centri che frequentiamo di più.

Laici o religiosi?

Israele è un paese prevalentemente laico, ma i giovani ultimamente, pur rimanendo laici come le loro famiglie, cominciano a interessarsi di tornare alle fonti, al Talmud, al pensiero dei Maestri. La vita culturale è ricchissima, i quotidiani, come il Jerusalem Post per esempio, che leggiamo in inglese, ha inserti molto interessanti.

Lingua inglese, lingua francese, lingua italiana. E come state con l’ebraico?

Certo abitando in Israele così a lungo l’ebraico lo abbiamo abbastanza imparato. Ormai leggo libri di autori israeliani abbastanza agevolmente. Ho solo qualche difficoltà con l’ebraico della televisione.

 

CHICCO, di te so che hai insegnato storia della musica all’Università. È così?

Sì, prima come assistente dal 1960 al ’68, poi come docente fino al 1998.

Hai insegnato musica di quale periodo?

Non mi sono fermato ad un’epoca soltanto. Spesso cambiavo i problemi e cambiavo il periodo, perché i miei interessi erano vasti e non mi è mai piaciuto fossilizzarmi su argomenti troppo ristretti o specialistici. Indubbiamente ne va della profondità dello studio, ma non importa!

Parlami della musica colta contemporanea.

Cosa intendi per musica contemporanea?

Quella incomprensibile.

È indubbio che la musica cosiddetta contemporanea sia di difficile ascolto, anche se il termine ‘contemporaneo’ andrebbe maggiormente precisato. La musica della prima metà del Novecento, quella che Hitler aveva definito come la musica degenerata (entartete musik), non presenta oggi in genere nessuna particolare difficoltà per chi è abituato ad ascoltare musica. Tuttavia se pensiamo ad esempio a Schönberg, ebreo come molti artisti messi al bando da Hitler, che ha mantenuto nella sua vita una forte identità ebraica, anche se difficilmente riscontrabile nella sua musica, ancor oggi presenta difficoltà ad ascoltarlo per chi non è proprio della partita. Ma forse quella che tu definisci “musica incomprensibile” è piuttosto quella del secondo dopoguerra: viene in mente ad esempio la “Scuola di Darmstadt” (cittadina tedesca vicina a Francoforte sul Meno), luogo dove le avanguardie più agguerrite del dopoguerra tenevano i famosi corsi estivi. Qui si sono formati i più famosi musicisti delle avanguardie di quegli anni, come Stockhausen, come Boulez, Maderna, Nono e tanti altri ancora. La musica di quegli anni con tutta la carica di sperimentalismo è veramente difficile da ascoltare. Nei decenni successivi, dopo gli anni ’80, i musicisti sono tornati a lidi più comprensibili, tant’è che si è sviluppata una corrente denominata “neoromantica”.

Se vedo un film (e il cinema è un’arte onnicomprensiva) riesco molto spesso a riconoscere la nazione di provenienza: esiste la scuola italiana, quella francese, inglese, americana… È lo stesso nella musica colta di oggi?

Nella musica contemporanea ha giocato un ruolo molto importante la globalizzazione e l’identità nazionale è sposso rimasta in ombra. Ai Ferienkurse di Darmstadt a cui accennavo prima, per esempio, venivano musicisti da tutto il mondo, dove si esercitavano, si scambiavano idee, scrivevano lunghi saggi critici sulla propria musica e su quella degli altri. A ben vedere si riusciva anche ad individuare nelle loro composizioni qualche timido segno di altre tradizioni musicali, magari orientali, ma nel complesso prevaleva il nuovo linguaggio internazionale di queste avanguardie così radicali nella loro azione e nel loro pensiero.

Gran parte dell’arte figurativa contemporanea è incomprensibile oppure suscita terrore e, a volte, pare indirizzata da critici e mercanti che pilotano gli investimenti dei milionari. È successa la stessa cosa nel campo musicale?

Prima di tutto bisogna distinguere: nella musica non c’è il collezionismo pilotato dai mercanti, perché la musica non è un oggetto vendibile a prezzi esorbitanti come un Fontana: un CD può essere prodotto in milioni di copie e costare dieci euro… Quanto alla incomprensibilità della musica, anche nella seconda metà del ‘900, accanto alle avanguardie, ci sono stati grandissimi musicisti comprensibilissimi, come Shostakovich, non ebreo, ma uno dei pochi musicisti non antisemiti dell’Unione Sovietica. Ha avuto grossissimi problemi con il regime stalinista e ha evitato per un pelo la Siberia cercando a volte e in parte di adeguarsi alle richieste del regime. Accusato di comporre sinfonie e opere lontane dalle masse, è stato invitato a scrivere musica più consona al regime; così è nata ad esempio la sinfonia di “Leningrado” che dovrebbe ricordare il terribile assedio nazista della città. Pur non essendo ebreo, ha scritto bellissimi canti ebraici ispirati alla tradizione ashkenazita, veri capolavori. Un altro musicista di facile comprensione, sempre russo, è Prokof’ief, e potremmo ricordare tanti altri musicisti del Novecento, sia della prima che della seconda metà del secolo che sono rimasti radicati nelle tradizioni musicali in cui sono nati e vissuti e che sono accessibili a chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la musica colta. Bisogna perciò stare molto attenti, quando si parla di musica contemporanea a non mettere tutti nello stesso sacco. La realtà del mondo musicale è molto più sfaccettata di quanto possa sembrare ad uno sguardo superficiale.

E musicisti ebrei contemporanei?

Leonard Bernstein, per esempio, non è stato solo un direttore d’orchestra, ma ha composto musiche di grande valore ispirate alla tradizione musicale ebraica. Anche Ernest Bloch è un musicista di facile comprensione ed ha scritto lavori ispirati a temi ebraici; si potrebbe allungare molto la lista dei musicisti ebrei del Novecento che hanno composto musiche che in modi diversi si riallacciano alla tradizione ebraica, come Darius Milhaud, Kltozman, Hemsi e tra i nostri italiani va ricordato Castelnuovo Tedesco, emigrato in America durante le persecuzioni, che ha spesso ripreso nei suoi canti i temi della tradizione ebraica sefardita.

In occasione dell’apertura dei ghetti, in tutta Europa gli ebrei si sono dedicati alla libera professione e ad ogni branca dell’arte. Questo fenomeno sociale è ravvisabile anche nel mondo musicale degli ultimi due secoli: quanti musicisti ebrei a partire dagli inizi dell’Ottocento si sono distinti non solo come compositori, ma soprattutto come esecutori, direttori d’orchestra, violinisti, pianisti, diventati celebri, anche se quasi tutti convertiti, per essere “come gli altri”. D’altra parte non si può non ricordare l’antisemitismo dilagante nella colta e raffinata Germania, anche nel mondo musicale. Basta ricordare il feroce antisemitismo di un musicista della levatura di Wagner che era giunto a parlare di una ‘soluzione finale’ come soluzione al problema ebraico! Mahler per esempio è stato convinto da Brahms a farsi cristiano per essere nominato direttore artistico dell’Opera di Vienna, posto che era vietato agli ebrei per statuto. Anche oggi vi sono molti musicisti ebrei, sia compositori che esecutori, ma forse la loro presenza è meno massiccia rispetto ai due secoli precedenti.

E i musicisti israeliani?

In Israele ci sono molti musicisti, esecutori e compositori, molto bravi, che ritroviamo spesso in giro per il mondo. Un esempio fra tutti è Barenboim, molto famoso, prima come pianista e poi come direttore d’orchestra. Ci sono stati anche compositori d’avanguardia, ma quelli che hanno cominciato a comporre dopo la guerra, con la fondazione dello Stato d’Israele, si sono spesso ispirati alla tradizione popolare ebraica, sia sefardita che ashkenazita, sensibili anche all’humus musicale del Medio Oriente. Spesso questi musicisti non sono nati in Israele ma hanno fatto l’alià da bambini con la famiglia e la loro musica risente di questa doppia cultura, in parte ancora legata alla loro educazione e ai loro studi compiuti nei paesi d’origine, ma ormai in stretto contatto con la nuova realtà culturale e musicale israeliana.

Questa tendenza è in contrasto con quella dei musicisti “internazionali”.

Questi musicisti sono per lo più cresciuti lontani dall’avanguardia europea e americana. Soprattutto nei primi decenni dopo la fondazione dello Stato la musica ha cercato di affondare le sue radici in una “israelianità”, condita però con indubbi coloriti che provenivano dalla Russia, dal Marocco, dallo Yemen, e poco dalle avanguardie internazionali.

Tu che hai un piede in Italia ed uno in Israele, hai notato in Israele un interesse maggiore, da parte della gente, per la musica colta contemporanea, o è come in Italia, dove è quasi ignorata?

La situazione in Israele è diversa: qui in Italia la musica contemporanea ha avuto grossi problemi di comunicazione col pubblico, quando non è stata apertamente osteggiata. In Israele è molto più sfumata la distinzione tra la musica colta e musica popolare: gli autori della cosiddetta “musica colta” usciti dalle accademie spesso hanno tratto ispirazione dalla musica popolare o patriottica-nazionale, soprattutto nella seconda metà del ‘900, dopo la fondazione dello Stato. Questo orientamento di simpatia verso il popolare e il patriottico si ritrova molto raramente nelle avanguardie occidentali. Solo i giovani delle ultime generazioni in Israele si sono almeno in parte avvicinati alla musica delle avanguardie internazionali.

Parlami della cantillazione rituale, che noi udiamo nella lettura a Sefer, e dei canti delle feste ebraiche. La cantillazione e i canti ebraici non sono di origine seicentesca?

La cantillazione è molto, molto più antica. Va premesso che la cantillazione è diversa da paese a paese e persino da città a città. Nel testo della Torà ci sono delle notazioni grafiche che non indicano la melodia ma solo la scansione ritmica da osservare nella lettura. In sinagoga chi è a fianco di chi legge la Torà segue sul libro quelle notazioni, e con la mano indica a chi legge gli accenti, le soste e i tempi della lettura. Intorno all’anno mille un prete che si era convertito all’ebraismo, chiamato Ovadià il Proselita, aveva dovuto emigrare dall’Italia perché i suoi colleghi cristiani non lo ammazzassero. Abituato ai canti cristiani, aveva annotato su una pagina della Torà non solo i segni ritmici suddetti, ma anche l’andamento della melodia con i cosiddetti neumi, gli antichi segni melodici del canto cristiano. Questo documento, ritrovato nella Ghenizà del Cairo, ha rivelato che la cantillazione di allora era pressoché uguale a quella attuale! Tra l’altro, un’analoga tradizione è comune anche ai musulmani nella lettura del Corano.

Meno antichi invece sono i canti che si usano nelle festività e non legati alla lettura del Tanakh: i canti di origine ashkenazita hanno legami con la musica nordica e soprattutto slava, quelli sefarditi con la musica popolare spagnola.

E gli strumenti musicali? E il canto delle donne?

Nella Torà si parla di donne che suonano e cantano; perciò se ne può dedurre che era ammesso il canto delle donne così come era ammessa la musica come espressione di gioia. Dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme in segno di lutto il canto e gli strumenti musicali sono stati banditi dalle sinagoghe. La cantillazione fa eccezione perché non è considerata musica, ma una pratica che rende appieno il senso del testo nella lettura della Torà. La musica ebraica come espressione di gioia e di festa è rinata nel ‘700 con il chassidismo dell’Europa Orientale, si è diffusa in tutto il mondo ebraico e da allora è anche mutato l’atteggiamento tradizionale ebraico nei confronti della musica. Il canto femminile comunque in sinagoga è proibito ovunque, nelle comunità ortodosse, così come è vietato suonare strumenti nelle sinagoghe.

Enrico mi dona il suo libro Musicisti ebrei nel mondo cristiano, La ricerca di una difficile identità, edito dalla Giuntina. Intanto rientra Rossella, e insieme si torna a parlare di Israele. È un paese dove c’è del buono e del cattivo, concordano, se ci vivi e lo ami ne apprezzi i pregi e cerchi di correggerne i difetti. Siamo d’accordo nell’osservare che i mezzi di comunicazione ne mettono in evidenza solo gli aspetti negativi, con la lodevole eccezione de La Stampa di Torino, e che le organizzazioni internazionali non fanno che emanare condanne a Israele persino nel campo dei diritti umani, ignorando i tanti paesi del mondo dove le stragi, le torture, lo schiavismo, le persecuzioni religiose brutali sono quotidiani, specie in Medio Oriente. Concordiamo nell’osservare che non esistono enti governativi israeliani con il compito specifico di diffondere all’estero un’immagine positiva del paese, forse per mancanza di fondi, o forse perché in Israele si pensa che l’antisemitismo del mondo sia eterno e ineluttabile.

Intervista di
David Terracini

 

Rossella e Chicco Fubini

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