Storie di ebrei

 

 

 

Le crisi ideologiche di un militante
di sinistra tra Italia e Israele

 

di Dan Rabà

 

Sono stato iscritto al Partito Comunista Italiano dal 1974 all' 1984. Non ho partecipato al '68 ma ho vissuto il periodo in cui la sinistra era forte in Italia. Il PCI aveva il 33% dei voti e voleva andare al potere per via democratica. C'erano molte formazioni della politica extraparlamentare che contestavano la linea del partito e progettavano ancora la Rivoluzione: Lotta Continua, Potere Operaio, Servire il Popolo, i Cub, il Movimento Studentesco, Democrazia Proletaria e altri minori.

L'attività politica era frenetica ed entusiasta, passavamo le serate in riunioni e dibattiti. Il PCI difendeva l'idea di una presa del potere per via democratica e parlamentare. Nacque così la proposta di Berlinguer (segretario mitico del PCI) di un "Compromesso Storico" tra comunisti e cattolici che si traduceva in un’alleanza parlamentare tra PCI e Democrazia Cristiana (l'odiato partito di potere). In quel clima fecondo di dibattiti e iniziative nacque l'opposizione armata delle Brigate Rosse: la Rivoluzione doveva essere armata, simboleggiata dalla P38. Nacque il movimento degli Autonomi che fu serbatoio di militanti per le BR. Invece del pugno questi alzavano la mano nel segno della pistola. Le manifestazioni, che erano fino ad allora una festa gioiosa di democrazia diretta, si trasformarono in scontri violenti di strada, per lo più tra militanti del PCI e Autonomi (ma sulla piazza c'erano anche molte altre formazioni).

Divenne pericoloso e drammatico partecipare alle manifestazioni. Nelle sezioni di strada cominciarono a diradarsi le riunioni e a scemare la partecipazione ("libertà è partecipazione" aveva cantato Giorgio Gaber). Vivemmo un periodo che chiamammo riflusso. Io ero tra gli ultimi militanti attivi. L'atmosfera era triste: i compagni restavano a casa; era un periodo di ampia azione della polizia che cercava i brigatisti e arrestava sospetti specialmente tra i membri dell'Autonomia.

In questa atmosfera avvenne l'omicidio di Aldo Moro, dirigente della Democrazia Cristiana che aveva accettato l'idea del Compromesso Storico. Era il 1977. Il paese subì un ampio trauma. 

Tra i comunisti c'erano quelli che rifiutavano di considerare i brigatisti e gli autonomi compagni, altri, come me, li consideravano "compagni che sbagliano" e mantenevano contatti e dibattiti. Io ho conosciuto persone che poi si rivelarono fiancheggiatori delle BR e incontrai anche terroristi (senza saperlo, perché questi vivevano una doppia vita).

A causa della crisi della militanza, del riflusso, anche il PCI entrò in una crisi che provocò la divisione del partito. Il Partito Comunista morì, io stracciai la tessera. Vissi una profonda crisi politica e personale che risolsi venendo in Israele alla fine dell'1984. In un kibbutz, Sasa. Ero ospite dei miei compagni di scuola che avevano fatto l'alià; mi inserirono in kibbutz come "ospite" del Garin [gruppo, ndr] Godrim dell’Hashomer Hatzair. Praticamente facevo la vita del volontario. Pensavo di restare un anno; rimasi 12 anni in kibbutz e vivo ancora in Israele.

Chiaramente avevo subito un trauma ideologico ed ero molto diffidente nei confronti dell'idea del kibbutz (io sono nato nel kibbutz Bar Am, i miei genitori vissero in Israele cinque anni poi tornarono in Italia che io avevo tre anni). Vivevo alla giornata. In sei mesi superai la mia profonda depressione e ricominciai una vita gioiosa fatta di lavoro duro e solide amicizie. Per me era come una grande vacanza. Vissi così alcuni anni di "pausa" dalla partecipazione diretta. I miei amici italiani in kibbutz si preoccuparono di farmi accettare come membro.

Cominciai a partecipare alle commissioni: commissione lavoro, commissione cultura, commissione klità (assorbimento dei nuovi membri: in quel periodo ne avevamo che arrivavano dalla Russia). Così rinacque in me il militante e cominciai a credere nel kibbutz. Comunismo in un solo paese ... (da una idea di Giuseppe Stalin). Io credevo nel kibbutz "originario", quello di cui mi avevano a lungo parlato i miei genitori (trai i fondatori dell’Hashomer Hatzair in Italia negli anni '50).

Ma in kibbutz era in atto l'industrializzazione: i kibbutznikim non volevano più dedicarsi ai lavori agricoli e cominciava l'inserimento di salariati esterni al kibbutz nei vari settori di lavoro. Con l'industrializzazione si estendeva la "divisione del lavoro" che di fatto era in contraddizione con l'idea di assoluta uguaglianza dei membri del kibbutz, l'idea dell’"avodà ivrit" (lavoro ebraico) che doveva cementare il rapporto del nuovo ebreo israeliano con la terra, e il lavoro paritetico entrò in crisi. Molti dei salariati in kibbutz sono arabi! Mentre una volta il kibbutz era rappresentante del Mapam e poi del Meretz, cominciarono a moltiplicarsi elettori di altri partiti.

Non starò qui a parlare del cambiamento e del "nuovo" kibbutz. 

Io mi trovai all'opposizione in kibbutz, contro il cambiamento. Ero un kibbutznik "conservatore". Ero economo in cucina e la mia gestione antiquata del bilancio della cucina mi pose in attrito con i dirigenti economici del kibbutz .... mi trovai ad essere estromesso malamente dal mio lavoro. Entrai in crisi di identità e lasciai il kibbutz.

Posso dire di non essermi inserito in città. Vivo oggi a Tel Aviv dopo vari trasferimenti in diversi paesi di Israele (Haifa, Beniamina, Zikhron, Pardes Hanna, Hedera, Or Akiva).

Sono stato iscritto per anni al Meretz e ho cercato di rimanere coerente e di sinistra. Ho avuto un po' di difficoltà a partecipare perché Meretz oggi non ha sezioni e tutto il lavoro si pratica su internet (che non mi è molto congeniale). Meretz ha vissuto la crisi della sinistra internazionale. Non esprime oggi le idee della classe lavoratrice né dei poveri ed emarginati, viene identificata più col ceto medio. Anche economicamente non esprime una alternativa al sistema capitalistico. Richiede una politica liberale. Si distingue dagli altri partiti per un rapporto con gli arabi più intenso ed esprime ancora fedeltà al principio “due stati per due popoli". Tra la popolazione di Israele questo principio è in ampia crisi (non che ci siano alternative, a parte il concetto di "guerra permanente" dell'estrema destra).

Nelle ultime elezioni ho votato Kahol Lavan lasciando Meretz.

Israele è un paese di destra, il popolo è di destra .... io paradossalmente baso la mia scelta su un’idea leninista espressa nel libro L’estremismo malattia infantile del comunismo: bisogna stare con le "masse"; l'avanguardia del popolo non può fare una politica troppo "distaccata" dalla maggioranza. Era chiaramente un libello polemico con le frange estremiste durante la Rivoluzione. Ma fu la base anche nella mia scelta, ai tempi, di stare nel PCI invece che nel Movimento Studentesco.

In questo momento una politica di centro destra in Israele (come esprime Kahol Lavan) è già un obbiettivo "rivoluzionante" contro la politica del governo di estrema destra e corrotto

che esprime la coalizione di Netanyahu. 

Così io posso dire di aver attraversato tre crisi di militanza nel corso della mia vita. Molto simili come vissuto personale. 

Dan Rabà

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