Lavoro

 

 

 

I calli sulle mani per continuare la creazione

 

di Emanuele Azzità

 

Emile Durkheim è ricordato come il fondatore della sociologia. Fu il titolare della prima cattedra di Scienze sociali e Pedagogia dell'Università di Bordeaux nel 1887. Durkheim, che proveniva da una famiglia di ebrei praticanti - il padre era un rabbino - soleva distinguere fra due società umane: quella meccanica e l'organica. La prima era caratterizzata da persone che svolgevano lo stesso lavoro agricolo dal quale ricavavano ciò che occorreva loro per la sopravvivenza. Tutti gli individui condividevano la stessa religione e le stesse tradizioni. Si trattava di una società omogenea, ogni membro svolgeva esattamente lo stesso lavoro degli altri.

Nella società organica invece tutti gli individui erano impegnati in attività fra loro differenti. C'era chi impastava e infornava il pane, chi aggiustava le scarpe, chi tagliava e vendeva la legna. Ognuno aveva un suo lavoro specifico che svolgeva tutti i giorni, praticamente per tutta la vita. In tal contesto il panettiere e il ciabattino non si preoccupavano minimamente di tagliare la legna nel bosco per cuocere il pane e per scaldarsi. A sua volta il ciabattino forniva le scarpe al boscaiolo o al fornaio che gli offriva il pane fragrante quotidiano. Tale società poteva essere costituita da individui che, oltre al lavoro, potevano avere diverse anche la cultura e la religione. La sua struttura si basava sul collegamento e la relazione tra le diversità. Delle due, la prima la potremmo definire una società primitiva.

È passato più di un secolo dalle intuizioni di Durkheim e la società “organica” ha subito un ulteriore trasformazione. La dicotomia capitale-forza lavoro, storicamente produttiva sia di conflitti che di conquiste sociali, è venuta meno con il recente processo della globalizzazione. Sul fenomeno sono state scritti fiumi di parole, ma di certo esso è stato possibile ed è la conseguenza dello sviluppo tecnologico. Non avrebbe potuto esserci globalizzazione se le comunicazioni fossero state meno rapide di quelle odierne, se i trasporti fossero stati meno sicuri e se l'elettronica non avesse dominato nei cicli produttivi. La globalizzazione ha portato benessere o miseria? Sicuramente ha accresciuto il tenore di vita di centinaia di migliaia di persone, ma non è detto che ciò sia completamente espressione di benessere sociale. Se la vecchia Europa industriale deve fare i conti con una crescente e inarrestabile disoccupazione, non è detto che i paesi emergenti dell'Asia o dell'Africa se la passino meglio. La disoccupazione annulla le conquiste dei lavoratori ottenute con lotte secolari, ma allo stesso tempo per i milioni di occupati fuori dell'Europa spesso non vengono riconosciuti i minimi del diritto. Prendiamo, per fare un esempio, l'assistenza sanitaria. La crisi economica degli ultimi vent'anni l'ha portata nel nostro paese a difficoltà che oggi sembrano insormontabili da superare, ma ricordiamoci che nei paesi giganti protagonisti dell'espansione produttiva e primi attori della globalizzazione l'assistenza sanitaria pubblica praticamente non esiste. Ossia, se uno si ammala e ha bisogno di un intervento, se lo paga.

In un suo recente intervento il Rabbino Capo della Comunità di Torino Rav Ariel Di Porto è stato molto chiaro: “La politica da sola non è in grado di fornire delle risposte soddisfacenti alle persistenti domande che attanagliano buona parte dell’umanità. Fame, malattia, assenza di libertà fondamentali sono condizioni quanto mai diffuse nel mondo contemporaneo. La differenza rispetto al passato è che per via delle recenti innovazioni ne siamo consapevoli. Sino a non molto fa la distanza rispetto a certe situazioni indeboliva la nostra empatia. Oggi non ci sono più distanze, sebbene subentri un senso di impotenza.”

La nuova epoca storica è generata dall'elettronica. Dicono gli esperti che fra vent'anni i robot creeranno una disoccupazione pari al 50 per cento. Il sogno, che fu anche di Majakovskij, delle macchine che libereranno l'uomo dal lavoro si sta avverando! Non illudiamoci. Certo, i Greci praticavano la democrazia e avevano il tempo per farlo perché avevano gli schiavi che lavoravano per loro. Le macchine non faranno la stessa cosa. Gli schiavi erano una merce importante per i popoli antichi. Gli schiavisti si muovevano fra le diverse contrade fin dagli albori del mondo classico. Nella pratica si trattava di commercianti di bambini che venivano venduti per essere addestrati al lavoro nelle famiglie ricche. Chi è educato a restare schiavo lo rimarrà per tutta la vita.

I robot non hanno bisogno di un'educazione perché basta loro la programmazione già predisposta alla costruzione. Essi svolgeranno certamente lavori sempre più specifici, anche nel settore casalingo, ma segneranno un'ulteriore trasformazione della società e delle abitudini umane. Per comprenderlo basta vedere come l'automobile nell'arco di un secolo abbia modificato strutturalmente la rete stradale.

Ovviamente delle macchine saranno i ricchi ad avere beneficio. E gli altri, la gente comune? Si dedicheranno all'arte e alla scienza o più semplicemente al consumo? L'essere umano in generale sarà ridotto unicamente al ruolo di consumatore come dice qualcuno?

Settanta anni fa era sulla bocca di tutti la frase “chi non lavora non mangia”. Era al tempo una definizione e una prospettiva in chiave popolare che riprendeva l'articolo 1 della Costituzione. Non più visto come maledizione, condanna o redenzione, il lavoro definiva il cittadino di una moderna società democratica, attribuendogli diritti e doveri. Un passo decisamente molto più avanzato di altre democrazie moderne o anche antiche, come quella ateniese.

Nell'ebraismo la dignità del lavoro manuale ha sempre avuto una fondamentale importanza. A differenza di altri intellettuali, cristiani o pagani che fossero, tutti i pensatori ebrei hanno svolto lavori manuali anche molto umili. Lewis S. Feuer, in L'intellettuale Scientifico - origini psicologiche e sociologiche della scienza moderna, ricorda come i saggi del Talmud fossero prevalentemente degli artigiani: ”Hillel era taglialegna, Shammai lavorava nelle costruzioni, Yehoshuah ben Chananya era carbonaio, Akiba trasportava legna, Yehuda era fornaio, Yochanon calzolaio, Yose ben Calafta conciatore, un altro Yehuda sarto, Avuka fabbricante di veli, Huna agricoltore,Yitzchak maniscalco, Chanina calzolaio, Hoshea calzolaio, Avin falegname, Abba ben Zimma sarto. Il Talmud poneva l'accento sull'obbligo per i saggi al lavoro”.

Nella tradizione ebraica Adamo si sarebbe rassegnato al suo destino proprio per la condanna a lavorare. La condanna non gli toglieva la libertà. È scontato il ruolo che il pensiero ebraico ha avuto nello sviluppo della storia dell'Occidente così come non si può dimenticare come moltissimi ebrei siano stati fautori del progresso tecnico e scientifico. Rav Di Porto nel suo intervento ha citato il rabbino bielorusso, naturalizzato americano, Joseph Soloveitchik che nel suo saggio Confrontation (pubblicato nel 1967) “delineava il duplice compito del popolo ebraico, da una parte quello di esseri umani che condividono il destino di Adamo nel suo incontro con la natura, e quello di membri di una comunità che ha mantenuto la propria identità in condizioni avverse. (...). Rav Soloveitchik riassume il suo pensiero su questo punto: “Il nostro approccio al mondo esterno è sempre stato ambivalente: collaboriamo con persone appartenenti ad altre fedi in tutti i campi dello sforzo umano, ma nello stesso tempo cerchiamo di preservare la nostra distinta identità, che inevitabilmente comprende aspetti di separazione. Questa è una situazione paradossale.

Rav Soloveitchik pone alcuni punti fermi, che sono tutt’oggi pienamente validi, come l’impegno per il benessere generale e il progresso del genere umano, per la lotta alle malattie e per l’alleviamento della sofferenza umana, per la protezione dei diritti umani, per l’aiuto dei bisognosi, ecc.”

La necessità di un impegno in questo senso oggi è quanto mai pressante.

In uno scritto sull'inquinamento, Giorgio Israel faceva riferimento al fatto che in passato il rapporto lavoro uomo-natura era molto diverso da quello di oggi. L'uomo prendeva dalla natura quello che gli serviva. Oggi invece bisogna usare delle attenzioni perché l'ambiente naturale è già fortemente compromesso. Nello Shabbat il credente si pone allora il problema di aver usato nei sei giorni precedenti le giuste attenzioni nei confronti della natura e dell'ambiente? “Lo sviluppo della tecnologia e del dominio dell’uomo sulla natura - secondo Giorgio Israel - ha implicazioni anche sulla natura dell’uomo. Per la prima volta nella storia l’uomo possiede i mezzi per intervenire non soltanto in modo massiccio sul decorso della propria vita biologica, ma anche sulle modalità di procreazione, sconvolgendo e addirittura prospettando la possibilità molto concreta di mettere da parte quelle modalità che hanno dominato l’esistenza della specie dalla notte impenetrata dei tempi fino ad oggi. Le implicazioni sono immense, perché le modalità di procreazione artificiale mettono in discussione la rete di relazioni parentali su cui si è sempre retta la civiltà umana. Quale che sia il giudizio che si può dare di questa prospettiva, essa non è fantascienza, è realtà. Sottrarsi alla considerazione di questa problematica è peggio che chiudere gli occhi di fronte ai fatti: è irresponsabile”.

Nuovi tempestosi e inediti problemi si addensano all'orizzonte della storia. “Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, poiché in esso aveva cessato da tutta la Sua opera che Egli stesso aveva creato per poi elaborarla” (Gen. 2,3).

L'elaborazione della creazione, prendiamone atto, continua.

Emanuele Azzità

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