Memoria

 

 

 

Suicidi dimostrativi

 

di Silvana Calvo

 

 

 

1936, Stefan Lux

Così iniziava una nota di agenzia del 3 luglio 1936 apparsa l’indomani su molti giornali svizzeri:

«NELLA SALA DELLA SdN, Ginevra, 3 (ag). Mentre si stava traducendo il discorso del signor Barcia, delegato spagnuolo e Ministro degli Esteri, echeggiò nella sala un colpo di arma da fuoco. A sinistra della tribuna presidenziale, dove sono riuniti i reporter fotografici e cinematografici, uno di essi, certo Stefano Lux, reporter fotografo cecoslovacco, si era sparato un colpo di rivoltella nella regione del cuore. Il gesto provocò una immediata sospensione dei lavori dell’assemblea. Il ferito fu trasportato all’ospedale in condizioni gravissime. Durante il trasporto pronunciò queste parole: ‘È il mio ultimo gesto’.»

 Autore e vittima dello sparo, Stefan Lux, era un ebreo di nazionalità cecoslovacca che si era fatto accreditare quale giornalista e fotografo per poter entrare nella sala dove si tenevano le sedute plenarie della Società delle Nazioni. Era un intellettuale poliedrico, oltre che giornalista era scrittore, poeta, drammaturgo e regista cinematografico. Sua è stata la direzione, nel 1920 del film Gerechtigkeit (Giustizia), la prima pellicola contro l’antisemitismo prodotta in Germania.

Le parole pronunciate prima di uccidersi e le carte che lasciò spiegavano il motivo del suo gesto: attirare l’attenzione del mondo, e soprattutto delle organizzazioni internazionali, sulle persecuzioni contro gli ebrei in Germania.

Quattro giorni più tardi, il 7 luglio, il giornale socialista Libera Stampa di Lugano gli dedicò un editoriale per spiegare meglio il motivo del suicidio, ossia una disperata denuncia della drammatica situazione degli ebrei in Germania:«... Al di là delle cifre, delle formule, dei compromessi, dei verbali, dei discorsi, delle montagne di carta, c’è la vita che palpita coi suoi dolori, con le sue sofferenze, con le sue tragedie, e c’è la morte con la sua misteriosa e terribile realtà insanguinata.

Questo deve aver pensato lo sventurato ebreo che si è suicidato a Ginevra: offrire ai freddi, agli apatici, ai teorici uomini di Stato, col suo sacrificio, il senso di una realtà spaventosa. Sotto una dittatura fascista ci sono centinaia e migliaia di uomini condannati al supplizio, votati al suicidio. C’è la tragedia degli uomini, degli esuli che percorrono il mondo tra inenarrabili sventure, alcuni dei quali non trovano altra soluzione al problema dell’esistenza che quella di puntare due canne di rivoltella in direzione del cuore.»

     

 

1938, Angelo Fortunato Formiggini

Le prime notizie, invero ancora piuttosto vaghe, sul suicidio dell’editore Formiggini, avvenuto il 29 novembre 1938, approdarono sui giornali ticinesi il 13 dicembre, quindi a ben due settimane dal fatto. Tre giorni dopo Libera Stampa era in grado di essere più precisa:

     

Dall'alto in basso:

Stefan Lux,
Angelo Fortunato Formiggini,
Szmul Zyegelbojm

«In merito al suicidio dell’editore Angelo Fortunato Formiggini “Giustizia e Libertà” ha da Roma alcuni particolari. Il Formiggini si è gettato nel vuoto dall’alto della Ghirlandina a Modena, sua città natale, il giorno primo dicembre. Si stavano facendo i lavori nella torre e l’accesso al pubblico ne era proibito. Formiggini, deciso a compiere il gesto meditato, si recò dal podestà e dopo una conversazione nella quale ostentò la consueta serena gaiezza, riuscì a ottenere il permesso di salire. Dodici minuti dopo il suo corpo era disteso sul selciato. Ma essendo caduto in piedi, l’urto non aveva sfigurato il suo viso.

Nelle tasche gli sono state trovate alcune barzellette piene di atroce ironia contro il regime e che la questura naturalmente ha sequestrato e 30 mila lire da lui destinate ai poveri di Modena. Questa offerta non solo conferma la generosità del donatore ma attesta il significato umano del suicidio, atto di disperazione morale e non materiale. Perché il Formiggini ha voluto, col suo sacrificio, elevare , morendo, una protesta clamorosa contro l’infamia razzista della nuova politica italiana.»

 

1943, Szmul Zyegielbojm

Szmul Zyegielbojm era un importante esponente e combattente bundista. Era un politico e sindacalista nonché membro del Consiglio nazionale del governo polacco in esilio. Nella sua ultima lettera, indirizzata al Presidente della Repubblica polacca Wladyslaw Raczkiewicz e al Primo Ministro Generale Wladyslaw Sikorski, tra l’altro così si espresse:

«Le ultime notizie che ci hanno raggiunto dalla Polonia chiariscono senza alcun dubbio che i tedeschi ora stanno uccidendo con crudeltà sfrenata gli ultimi resti degli ebrei in Polonia. Dietro le mura del ghetto è in atto l'ultimo atto di questa tragedia.

La responsabilità per il criminale omicidio dell'intera nazionalità ebraica in Polonia ricade innanzitutto su coloro che lo stanno compiendo, ma indirettamente ricade anche sull'intera umanità, sui popoli delle nazioni alleate e sui loro governi, che fino ad oggi non hanno preso provvedimenti concreti per fermare questo crimine. Osservando passivamente questo omicidio di milioni di bambini, donne e uomini indifesi torturati, sono diventati partecipi della responsabilità.

Sono obbligato a dichiarare che, sebbene il governo polacco abbia contribuito in larga misura a informare l'opinione pubblica nel mondo, non ha ancora fatto abbastanza. Non ha fatto nulla che non fosse di routine, nulla che avrebbe potuto essere appropriato alle dimensioni della tragedia che si sta verificando in Polonia.

Secondo i dati ufficiali del Bund trasmessi dal rappresentante del governo, di quasi 3,5 milioni di ebrei polacchi e circa 700.000 ebrei deportati in Polonia da altri paesi, solo 300.000 erano ancora vivi ad aprile di questo anno. E l'omicidio continua senza fine.

Non posso continuare a vivere e a tacere mentre i resti degli ebrei polacchi, di cui sono rappresentante, vengono assassinati. I miei compagni nel ghetto di Varsavia caddero con le armi in pugno nell'ultima eroica battaglia. Non mi è stato permesso di cadere come loro, insieme a loro, ma appartengo a loro, alla loro fossa comune.

Con la mia morte, desidero esprimere la mia più profonda protesta contro l'inazione in cui il mondo osserva e permette la distruzione del popolo ebraico.»

In Svizzera la notizia della morte di Zyegielbojm arrivò presto ma senza nessun accenno né al suicidio né ai motivi che lo provocarono. Ad esempio, il 15 maggio, tre giorni dopo il fatto, Libera Stampa pubblicò un trafiletto d’agenzia nel contenitore “Da un giorno all’altro”:

«È morto improvvisamente a Londra il capo del partito socialista ebreo polacco Zygielbein, che faceva pure parte del comitato nazionale polacco a Londra. Aveva 48 anni. Partecipò attivamente alla difesa della Polonia, specialmente durante la lotta per Varsavia.»

Eppure, nonostante tutto, la notizia riuscì a trapelare perché troviamo un accenno indiretto in un articolo di Guido Lodovico Luzzatto (Odis) che due mesi dopo, l’8 luglio, sotto il titolo “Le cifre e la ragione” scriveva:

«Davanti alle cifre, che ci si comunicano, dei milioni di ebrei sterminati nel ghetto di Varsavia e altrove in Polonia; delle migliaia di morti di fame in Grecia, il pensiero si irrigidisce, ogni commento ammutolisce. Un suicidio a Londra ha voluto protestare contro la rassegnazione del mondo davanti a questo orrore.»

 

Forse può sembrare improprio estrapolare questi suicidi a fronte delle migliaia di ebrei che si sono tolti la vita per disperazione negli anni della persecuzione nazista e fascista. Ci siamo permessi di farlo perché sono casi particolari. Non si tratta di morti per motivi personali e privati ma di gesti dimostrativi.

Il primo, quello di Stefan Lux, avvenuto in un momento nel quale la persecuzione non era ancora giunta all’apice mortifero, ha mostrato che l’accumularsi di campagne di odio antisemita, leggi discriminatorie e persecuzioni di ogni tipo rendevano la vita sempre più invivibile. È possibile che la platealità del gesto, avvenuto peraltro in Svizzera, abbia fatto capire, forse per la prima volta, ai lettori dei giornali di allora che le notizie sulle persecuzioni degli ebrei che la stampa riportava di tanto in tanto non erano inezie ma si riferivano ad una realtà drammatica che fino ad allora si era preferito ignorare o banalizzare. Per ricordarlo, il regista Costa Gavras ha dedicato a Stefan Lux la prima scena del film Amen (2002), basato sul testo Il Vicario di Rolf Hochhuth.

La notizia della morte di Angelo Fortunato Formiggini ha avuto un impatto forte soprattutto nella Svizzera italiana dove l’editore era conosciuto ed apprezzato. Il suicidio è avvenuto a ridosso dell’approvazione delle “Leggi razziali italiane”. Ha impressionato il fatto che la notizia sia stata occultata dalla stampa italiana. Certamente la vicenda ha contribuito a screditare ulteriormente la politica razzista di Mussolini che era già piuttosto malvista. Va ricordato che il fatto è avvenuto poco dopo la Kristallnacht quando l’opinione pubblica non poteva non sapere, perché i giornali descrivevano i pogrom e le distruzioni di sinagoghe, negozi e abitazioni di ebrei. Parlavano anche delle centinaia di ebrei, talora intere famiglie, che si erano tolte la vita, soprattutto in Austria.

La morte di Szmul Zyegielbojm invece è passata pressoché inosservata. Come spiegare questo fatto? Non basta certo dire che la notizia potrebbe essere stata sommersa da altre notizie inquietanti provenienti dalla guerra. Forse nel 1943 l'assuefazione a notizie sulle persecuzioni contro gli ebrei era tale da aver affievolito la sensibilità. La morte di Zyegielbojm, pur avendo un grande significato, non è ricordata come merita neppure oggi.

Silvana Calvo

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