Mostre

 

 

 

Quattro artisti ebrei in contemporanea a Torino

 

di Bianca Bassi

 

Appare curioso e quasi impossibile ma viene da chiedersi quale congiuntura particolare e favorevole abbia portato quattro diverse entità museali di Torino e dintorni ad esporre in quasi completa simultaneità quattro mostre monografiche dedicate ad artisti ebrei.

Non so se vi sia davvero un filo conduttore immaginario che può legare fra loro le tele e i nastri di gala di Vittorio Corcos, il filo di rame di Primo Levi, i film delle pellicole di Vivian Maier e le legature della memoria ricostruite da Michael Rakowitz. Ponendoli nell’ordine temporale dell’epoca di nascita narriamo di questa fortuita coincidenza che accade ora nella nostra città.

Al pittore Vittorio Corcos, toscano, nato nel 1859 e morto nel 1933, sono dedicate le immagini di questo numero.

Primo Levi, artista, o piuttosto un “artigiano competente”? In occasione dei cent’anni dalla sua nascita, per la prima volta in assoluto viene esposta alla GAM, Galleria di arte Moderna di Torino, la raccolta “Figure”, curata da Fabio Levi e Guido Vaglio. L’esposizione è quella delle sue magiche figure di filo di rame, per l’allestimento di Gianfranco Cavaglià e Anna Rita Bertorello, dalle sembianze di animali e di creature fantastiche, prestate da familiari ed amici stretti, contrassegnate ciascuna da significative frasi tratte dallo scrittore Primo Levi stesso o da autori a lui cari; viene così posta in risalto l’ecletticità e la genialità della sua persona. Le sue figure sono fisiche e oniriche al tempo stesso. Il filo di rame leggero e lucente, flessibile e versatile rappresenta secondo Fabio Levi una sorta di “cucitura” compiuta direttamente con le mani da Primo. Proprio quest’anno il documentario di Bruna Bertani su “Le mani di Primo Levi “andato in onda nel giorno dell’anniversario della nascita su Rai5 ha fatto emergere oltre a tristi significati del cattivo utilizzo delle altrui mani nel corso della terribile esperienza di Auschwitz, l’ uso più alto e migliore che il vero “homo faber” ne sa fare e ciò che esse hanno rappresentato per lui: la sua capacità di pensare e di essere, di analizzare ed interpretare la natura lavorando la materia e anche divertendosi molto nel saperla manipolare. Levi si era appassionato di argomenti scientifici anche attraverso i libri che il padre ingegnere gli regalava: tra questi, come lo stesso Levi ricorda nel dialogo con Tullio Regge, quelli della bella collana di divulgazione scientifica di Mondadori “L’architettura delle cose”. Lui aveva acquisito man mano, si direbbe, delle mani sagge e sapienti, intelligenti, ed operose, generose e dotate di senso artistico e critico al tempo stesso, capaci di lavorare e di inventare, ma anche di forgiare la materia che lo incantava e lo appassionava per la sua versatilità e duttilità. La sua opera è ora arte in senso proprio in quanto è posta a disposizione di tutti, per arricchirci ed impensierirci.

Vivian Maier, grandissima (a sua parziale insaputa) fotografa ebrea statunitense (New York, 1926 - Chicago, 2009) viene esposta nella Palazzina di caccia di Stupinigi nella bella mostra “Vivian Maier - In her own hands”, con i suoi i scatti segreti scoperti fortunosamente solo dopo la sua morte in povertà. Nata da padre di origine austriaca e da madre francese, crebbe da giovane lavorando con il padre nei mercati delle pulci, acquisendo un occhio per il valore delle piccole e grandi cose. Si mantenne poi in età giovanile facendo la bambinaia presso diverse famiglie ed assistendo anche una giovane persona con una grave difficoltà psichica. Presso una di queste famiglie, i Gensburg, da cui visse per 17 anni, Vivian Maier aveva un bagno privato, che le servì anche come camera oscura, avendola lei attrezzata per sviluppare i negativi e i suoi film. Viaggiò molto, sia in Francia, sia in America, sia in Oriente sempre accompagnata dalla sua macchina fotografica Rolleiflex e da un apparecchio Leica III c. In età più avanzata ebbe molte difficoltà economiche e infine non potè più permettersi di pagare l’affitto per i suoi scatoloni pieni di negativi fotografici. Solo nel 2007, due anni prima della morte di Vivian in ritiro e solitudine, John Maloof, un giovane americano, scoprì, ricostruì e svelò al mondo la storia di questo talento nascosto. Figlio di un rigattiere, Maloof, volendo fare una ricerca sulla città di Chicago, comprò all’asta per pochi soldi un box zeppo degli oggetti più disparati. In tal modo, senza saperlo prima, John Maloof scoprì un tesoro: mettendo ordine tra le varie cianfrusaglie (cappelli, vestiti, scontrini e perfino assegni di rimborso delle tasse mai riscossi), Maloof reperì una cassa contenente centinaia di negativi e rullini ancora da sviluppare che ritraevano scene rubate alla strada, attimi di gente comune diventati soggetto prediletto di una delle prime e oggi più famose “street photography”, la fotografia di strada, che ha dato immortalità ad attimi di vita quotidiana ritratti di una generazione d’America. La Maier stessa, ormai ricoverata in una casa di riposo, non poté mai sapere che stava divenendo così importante, né avrebbe mai immaginato che sarebbe diventata così famosa post mortem. L’identità di quest’artista sconosciuta la ritroviamo nella sua immagine riflessa in specchi e vetrine: la stampa dei negativi svela “la tata”, paragonata da chi l'ha conosciuta ad una Mary Poppins, austera e solitaria, dallo sguardo profondo, umano e pieno di mistero, avvolta in cappotti e cappelli anche nella bella stagione, in cui Vivian si mescola alla gente che ritrae e che di lei neppure sembra accorgersi. I nastri delle pellicole di quella Rolleiflex che la Maier portò sempre con sé per evadere dalla solitudine e monotonia della sua vita ci mostrano al contrario come lei seppe apprezzarla ed ora anche condividerla con tutti noi.

Michael Rakowitz , artista contemporaneo americano, nato nel 1973, vivente, espone a Rivoli sua poliedrica opera intitolandola Legatura imperfetta. Un omaggio a Francesco Federico Cerruti”. La sua esposizione è iniziata eccezionalmente il lunedì 7 ottobre per consentire all’artista di partecipare nella Sinagoga grande di Torino alla funzione della vigilia dello Yom Kippur. Figlio di madre ebrea irachena e padre polacco, è artista poliedrico, votato all’«imprendibilità» grazie a uno strategico utilizzo del nomadismo stilistico. Questa è la prima retrospettiva europea dedicata all’artista iracheno-americano, vincitore del prestigioso premio Nasher 2020 per la comprensione della scultura. In omaggio al bagaglio di competenze che il collezionista e imprenditore Francesco Federico Cerruti ha portato a Torino e in Italia e accresciuto durante gli anni della “legatura perfetta” nella della Legatoria Industriale Torinese (LIT), Rakowitz ha fatto rilegare a Torino da Luciano Fagnola un libro di preghiere in arabo-ebraico stampato nel 1935 a Baghdad e appartenuto all’ormai dispersa comunità ebraica irachena dalla quale proviene la sua famiglia materna. Essendo danneggiato, il volume secondo la tradizione avrebbe dovuto essere sepolto; l’artista ha invece scelto di portarlo a Torino per ripararne le parole e far nascere una nuova opera. Il libro uscì dall’Iraq seguendo lo stesso traumatico destino della comunità ebraica irachena dispersa. La sua rilegatura risulta “imperfetta”, perché è cucito con i punti, che ne lasciano intravvedere le cicatrici. La memoria appare uno dei fili conduttori principali dell’opera di Rakowitz.; per l’artista la distruzione di un popolo passa attraverso la distruzione della sua memoria, pertanto bisogna impedire che ciò possa accadere. Ora l’idea di volersi ricongiungere con i propri progenitori è concretizzata con l’esposizione del libro isolatamente, in un piccolo mobiletto a sé stante, che richiama l’attenzione del pubblico sulla sacralità dell’oggetto. La mostra di Rivoli è concomitante con la grande scultura pubblica “Lamassu” 2018, il toro alato assiro dal volto umano realizzato dall’artista per il progetto ‘Fourth Plinth’ collocato attualmente a Trafalgar Square a Londra. Lamassu raffigura la divinità protettrice assira, con il corpo di toro alato e il volto umano che proteggeva il Palazzo di Ashurnasirpal nel sito archeologico di Nimrud (Iraq), tristemente noto perché distrutto dall’ISIS nel marzo del 2015. È realizzata con 11 mila lattine riciclate di sciroppo di dattero iracheno e rimarrà a Londra fino a marzo 2020, proprio come monito per non dimenticare. Nella manica lunga del Castello di Rivoli sono esposte in anteprima le più importanti opere realizzate dall’artista in oltre vent’anni di attività ispirate all’architettura, all’archeologia, alla cucina e alla geopolitica dall’antichità a oggi. Le opere narrano le grandi trasformazioni storiche causate da guerre e da altri traumi, denunciando le contraddizioni della globalizzazione. Afferma Carolyn Christov-Bakargiev, direttore del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea: “Particolarmente sensibile alle sofferenze umane, Rakowitz è conosciuto soprattutto per i suoi progetti relazionali e partecipativi, concepiti anche per esistere fuori dai contesti tradizionali dei musei e delle gallerie”. Rakowitz espone anche enormi opere architettoniche che richiamano quelle distrutte dall’ISIS dal 2003 ad oggi. Il titolo, “Il nemico invisibile non dovrebbe esistere”, fa riferimento ad uno dei nomi della via che portava alla porta di Ishtar a Babilonia, e anche tanti piccoli oggetti e sculture in cartapesta che riproducono alcuni dei manufatti andati perduti durante la seconda guerra del Golfo. Piccoli oggetti antichissimi, libri e molto altro sono tutti riprodotti con materiali e colorazioni speciali per conservarne e perpetuarne il ricordo. Sulle teche di vetro che li contengono le frasi di spiegazione sono scritte in corsivo direttamente dall’autore e ci accompagnano e ci guidano all’essenza della comprensione di ciò che l’autore ci trasmettere. lo suo scopo è quello di far riapparire le opere andate perdute per non dimenticare e un po’ anche per consolarci rispetto ad accadimenti così gravi. In un’ area più piccola e oscura Rakowitz espone il documentario “Let it be” sulla fortuna e la caduta dei Beatles, nel 1970.

Nell’interessantissimo video e in tutta a sala ci sono chiari echi allegorici tra il crollo del favoloso quartetto e la rottura dei negoziati politici in Israele, Palestina e in tutto il Medio Oriente che allora sognava di unirsi sotto la bandiera del panarabismo con capitale Gerusalemme Est. Nel 1969 i Beatles progettavano una loro prima trionfale esibizione dal vivo in un grande concerto all’aperto in Nord Africa, negli anfiteatri di Tunisia e di Libia, già tutti i prenotati. Alla fine nonostante il tutto esaurito l'epico concerto nella "location esotica" non si sarebbe materializzato; l’anno della fine dei Beatles, il 1970, coincise perfettamente con quello della morte del presidente egiziano Nasser e questo con la fine del movimento di riscossa panaraba di quegli anni. Nove anni dopo l'Egitto, con Sadat presidente, firmò con Begin il trattato di pace israelo-egiziano,riconoscendo, primo fra gli Stati arabi, Israele come paese sovrano.

Quella pace oggi dura ancora.

Bianca Bassi

 

 


Dall'alto in basso:
Primo Levi, Gufo, filo di rame smaltato
Vivian Maier, autoritratto

Michael Rakowitz,
Bassorilievo assiro distrutto dall'ISIS,
collage di confezioni commerciali

   

 

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