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Lettere a Milena

 

di Giorgio Berruto

 

“Cara signora Milena, la giornata è così breve, con Lei e un altro paio di piccole cose è già passata e finita. Sì e no resta un poco di tempo per scrivere alla vera Milena, poiché quella ancora più vera è stata qui tutto il giorno, in camera, sul balcone, tra le nuvole”. Possiamo leggere oggi le lettere scritte da Franz Kafka alla sua traduttrice in ceco Milena Jesenska da marzo a dicembre 1920, con sporadiche riprese fino al 1924, anno della morte dello scrittore, grazie all’edizione curata per Giuntina da Guido Massino e Claudia Sonino, ricchissima di note e commenti. Le lettere, consegnate da Milena a un amico nel 1939, quando Praga era già sotto il tacco della Germania nazista, sono state pubblicate nel dopoguerra con tagli significativi, soprattutto nelle parti sull’ebraismo, quella di Giuntina è perciò la prima edizione integrale italiana. Nelle pagine di Kafka affiora la crisi dello scrittore e il tentativo anodino di superarla, insieme all’elaborazione di temi che affiorano in racconti come La metamorfosi e La tana, oppure in romanzi come Il castello. Qui, soprattutto, con un gioco dei ruoli in cui i protagonisti si incontrano e si perdono di continuo, si sviluppa l’unica relazione importante che Kafka ha avuto con una donna cristiana, Milena, che è sposata con l’ebreo Ernst Pollak.

Milena, scrive Kafka da Merano dove è convalescente nella primavera del 1920, “si affatica con la traduzione” e raggiunge “una fedeltà di cui non avevo sospettato la possibilità nella lingua ceca”. Sono i rivolgimenti della storia a moltiplicare i confini tra lo scrittore e la traduttrice: Kafka si trova all’estero (die Fremde), aspetto impensabile fino a due anni prima, quando i luoghi di questo libro epistolare - Merano, Vienna, Praga - appartenevano tutti alla medesima koinè culturale, al medesimo impero frantumato d’improvviso in tante piccole repubbliche. Le nuove frontiere indicano nella traduzione, di cui Milena è maestra, lo strumento per eccellenza di passaggio tra mondi diversi. Traduzione non solo dal tedesco di Kafka al ceco di Milena, ma anche da ebraismo a cristianesimo; da Praga carcere e tana all’estero, dove sono forse possibili brevi intervalli di tranquillità; dall’assenza di patria alla nuovissima patria nazione che, nel suo stesso sorgere, innalza e esclude. Traduzione, infine, dalla vecchiaia alla gioventù: “i miei 38 anni ebraici di fronte ai Suoi 24 anni cristiani”, che testimoniano di un lungo viaggio alle spalle “e poiché sono ebreo, un altro ancora più lungo”.

“Io sono spiritualmente ammalato, la malattia polmonare è solo un tracimare della malattia spirituale”. E allora, pur consapevole dell’impossibilità della guarigione, lo scrittore prova un senso di liberazione nel vedere i suoi testi in ceco. Milena è la gioventù, il coraggio che suscita attrazione e spavento, la vitalità. È, soprattutto, un fuoco che illumina, ammalia, scalda e “se ne viene quasi bruciati”. È la Beatrice angelicata “color di fiamma viva” che appare al viandante dell’oltretomba in cima al monte del Purgatorio, che lo sottrae alle tenebre e gli indica la via smarrita; il volto inafferrabile dopo il primo incontro, lo sguardo luminoso, Beatrice intercede presso le potenze celesti e infine si eclissa con naturalezza, senza ricorrere allo stanco cerimoniale degli addii. Di fronte a lei Kafka “come un animale assetato beve e intanto, di angoscia in angoscia, cerco un mobile sotto il quale poter strisciare, tremante e del tutto fuori di me”. Analizza se stesso con freddezza implacabile: “e forse non è neanche vero amore quando dico che tu sei la cosa a me più cara; amore è che tu sei per me il coltello col quale frugo in me stesso” (il narratore israeliano David Grossman ha ripreso questa immagine nel titolo di un suo romanzo). Invischiato nel fango della tana - Praga, l’ebraismo, l’estraneità, la malattia - Kafka è paralizzato come un animale notturno di fronte a un faro acceso. Preferisce all’incontro con Milena la sua continua possibilità: la traduttrice potrebbe venire “ma ora è meglio di no, perché dovresti ripartire”. Come un Kierkegaard novecentesco, personaggio di una tragedia senza dei, fato o destino, rifiuta di realizzare le possibilità perché, in questo modo, ne perderebbe l’apertura. “Dobbiamo smettere di scriverci e lasciare il futuro al futuro”, scrive alla fine, quando dopo l’incontro sul confine, a Gmünd, il distacco si sta già compiendo.

“Mi chiede se sono ebreo, forse è solo uno scherzo, forse chiede solo se appartengo a quel genere di ebraismo timoroso”. Timoroso a ragione perché gli ebrei sono letteralmente “minacciati dalle minacce”, scrive. Eppure, continua Kafka, “Lei non sembra avere alcun timore dell’ebraismo”. E ancora: “Quando parli del futuro, non dimentichi talora che sono ebreo?”. L’ebraismo di cui parla Kafka è quello di Praga e del mondo di cultura tedesca senza patria, senza radici, senza illusioni. Un ebraismo che per lo scrittore è alterità assoluta, di fronte alla quale l’unica risposta autentica è la volontà di disassimilazione. A questo si salda, nelle lettere, la nostalgia verso il mondo ebraico orientale, quello in cui è ancora possibile essere ebrei tra ebrei, far parte di un popolo insomma. E neanche di vera nostalgia può in fondo trattarsi, poiché quel mondo desiderato a Kafka non è mai appartenuto. “Se dunque mi avessero lasciato libero di scegliere quello che volevo essere, avrei voluto essere un piccolo fanciullo ebreo orientale”. È l’ebraismo occidentale senza dimora e senza futuro a essere “giunto - stavo quasi per dire: felicemente - alla sua fine”. Quando la comunità ebraica praghese è sconvolta dai pogrom del novembre 1920 scrive: “Emigrare, Milena, emigrare!” e vagheggia di trasferirsi nella Palestina mandataria, con la piena consapevolezza che non se ne farà nulla. Kafka indaga con il bisturi nel corpo dell’ebraismo occidentale, sapendo che “io sono il più occidentale di loro” perché non ha solo un presente e un futuro da conquistare, ma anche un passato ormai umbratile, lontano. “Ma”, aggiunge in un passo lancinante, “non ho la minima energia per questi obblighi, non posso portare il mondo sulle spalle, reggo a malapena la giacca invernale”.

Anche nelle ultime lettere, a distacco ormai avvenuto, Milena continua a essere “angelo degli ebrei”. Il 6 giugno 1924, tre giorni dopo la morte dello scrittore, firma un memorabile testo per ribadire che “tutti i suoi libri descrivono l’orrore di una misteriosa incomprensione, di una colpa innocente tra gli uomini. Era un artista e un uomo dalla coscienza talmente sensibile che sentiva anche dove altri, sordi, si credevano al sicuro”. Milena continuerà l’attività da giornalista e traduttrice, coniugata con un sempre più intenso impegno politico. Quando la Germania occupa la Cecoslovacchia entra nella resistenza clandestina e aiuta perseguitati politici e ebrei. Arrestata il 12 novembre 1939, è internata a Ravensbrück dove conosce Margarete Buber-Neumann, di cui Adelphi ha pubblicato Milena l’amica di Kafka; muore nel 1944 in campo di concentramento. Nel 1995 il suo nome è annoverato tra quelli dei Giusti tra le Nazioni.

 

Giorgio Berruto

Franz Kafka, Lettere a Milena, a cura di Guido Massino, Claudia Sonino, traduzione di Isabella Bellingacci, Giuntina 2019, pp. 440, 20

 

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