Libri

 

 

 

L’asino del Messia

di Paola De Benedetti

 

Wlodzimierz, Vladimiro e Wlodek sono i nomi che segnano tappe della vita di Goldkorn: il nome polacco che ha portato per sedici anni, fino a che il suo paese gli ha tolto la cittadinanza e l’ha costretto all’esilio; il nome che gli è stato attribuito all’arrivo nello Stato di Israele e infine il nome che lui porta oggi, il diminutivo del suo nome polacco.

Il libro non è un’autobiografia, non è (soltanto) un romanzo di formazione (gli entusiasmi del ragazzo sedicenne sbarcato in Israele nel 1968, l’anno successivo alla guerra dei sei giorni, si dissolveranno di fronte al problema irrisolto della pace); potrebbe essere definito un’antologia biografica, fatta di scoperte, di memoria, di riflessioni, di incontri, tra il 1968 e il 2019 senza una rigorosa sequenza temporale.

Agli entusiasmi iniziali per il nuovo paese si sovrappone la nostalgia per il verde, per i boschi polacchi, nostalgia che condivide con coetanei immigrati dalla Polonia che lui cerca per poter ascoltare e parlare la lingua della prima patria; ma che Israele sia un luogo che può riservare particolari sorprese lo scopre subito: il giorno dell’arrivo a Gerusalemme, appena entrati nella casa assegnata, la famiglia riceve il benvenuto da un vicino di casa: è Zygmunt Bauman; con Bauman Goldkorn continuerà a confrontarsi, condividendo il malessere creato dall’incapacità di Israele di raggiungere la pace con i vicini; malessere che porterà nel 1971 all’emigrazione di Bauman, che congedandosi consiglia al diciannovenne Goldkorn di leggere Gramsci.

Frequenta il liceo e si innamora della lingua ebraica leggendo Michael shelì - Michele mio - di Oz, e poetesse israeliane, soprattutto Lea Goldberg.

Scopre la città vecchia di Gerusalemme, la porta di Giaffa da cui sono passati, a cavallo, imperatori, sultani, combattenti, e da cui deve entrare il Messia a cavallo di un asino; il monte del Tempio - il chilometro quadrato più conteso al mondo - e osserva come il sovrapporsi della memoria e dei luoghi crea qualcosa di morboso, di artificiale.

Scopre da ragazzo il mondo arabo verso cui nasce un grande interesse; paragonando la miseria ebraica dell’Europa orientale di prima della Shoah e la miseria araba che gli si presenta, prova la stessa empatia, e conclude dichiarandosi “devoto della memoria degli sconfitti”; riflettendo sui fantasmi della Shoah per gli ebrei e della Nabka per gli arabi osserva che, lavorando onestamente con la storia e la memoria, “il divenire è meno fantasmatico” e conclude: “La teshuvà, il pentimento, è una categoria politica, non soltanto etica”.

In Israele incontrerà, anche come giornalista, protagonisti della vita politica e culturale: notevoli gli incontri con Shimon Perez del 1993, con Yoram Kaniuk, con Yehoshua e la lunga intervista del 2017 ad Amos Oz; così come coinvolgente è il racconto delle esperienze nei suoi viaggi, dei giorni trascorsi in Lituania, in Polonia: lui (polacco, israeliano, giornalista italiano) fa un giro memorabile in taxi per Varsavia nel 2009 con Marek Edelman (90 anni) e Majus Nowogrodski (89), emigrato in America, che non si incontravano da settant’anni; e ancora il viaggio verso il villaggio dove il 10 luglio 1941 all’arrivo dei tedeschi i cittadini chiusero tutti gli ebrei in un granaio cui diedero fuoco. E riflette: “Con i frammenti delle memorie distrutte, con gli stracci gettati, cuciremo il vestito del Messia. Quegli stracci sono la nostra immaginazione e solo se saremo bravi a raccontare diventeranno vestito da re”.

È in Polonia alla ricerca dei suoi fantasmi; partecipa a Varsavia a una manifestazione dove la lettura di uno striscione in yiddish e una telefonata dalla sorella da Tel Aviv gli fanno sentire nostalgia per Israele.

… e molto altro ancora. Chiusa l’ultima pagina verrebbe voglia di ricominciare la lettura.

                                                                  Paola De Benedetti

Wlodek Goldkorn, L'asino del Messia, Feltrinelli 2019, pp. 224, € 16

 

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