DICEMBRE 2020 ANNO XLV-226 KISLEV 5781

 

 

Prima pagina

 

 

 

Detorinesizzarci?

HK

 

Nell’ultima assemblea del Gruppo di Studi Ebraici ci siamo resi conto di quanto la malattia e poi la scomparsa di Tullio Levi ci avessero resi orfani. Discutendo sul ruolo attuale del Gruppo ci siamo interrogati sulle prospettive per il futuro e abbiamo provato a prefigurare nuovi scenari. Se, da un lato, è comprensibile la stanchezza dello zoccolo duro che ha dato vita al Gruppo una cinquantina di anni fa, il ricambio generazionale, pur presente e significativo, non appare comunque sufficiente. Pur nella varietà delle opinioni che sono state espresse dall’assemblea è emerso un punto fermo: l’importanza di Ha Keillah nel panorama della stampa ebraica italiana. È quindi fondamentale che il Gruppo continui ad esistere, se non altro in quanto editore del nostro giornale (che pure, inutile nascondercelo, si trova ad affrontare difficoltà analoghe). Due sono le strade possibili, che ovviamente non si escludono a vicenda e, anzi, sono necessarie entrambe. La prima è il coinvolgimento della generazione successiva (cioè quella dei figli dei figli dei fondatori del Gruppo): una strada che è già stata percorsa negli anni scorsi con l’organizzazione di attività in collaborazione con I Giovani Ebrei Torinesi e soprattutto, come i nostri lettori avranno notato, con la preziosa collaborazione di alcuni giovani nella vita del nostro giornale (fondamentale, per esempio, il contributo di Beatrice Hirsch negli ultimi numeri, sia in prima persona sia per la sua rete di contatti in giro per il mondo).

La seconda strada è quella di allargare il nostro campo di azione. Ormai viviamo in un contesto in cui la connotazione locale dei gruppi perde sempre di più la sua ragion d’essere: un fenomeno a cui la pandemia ha impresso una brusca accelerazione. In una riunione con zoom o simili vediamo sullo stesso schermo (tutti in primo piano, tutti raggiungibili direttamente in ogni istante per mezzo delle chat) i nostri famigliari connessi da una stanza attigua esattamente come coloro che si trovano a Roma, Milano, Gerusalemme, Tel Aviv, Parigi, Londra, New York, Tokio, Melbourne, ecc. L’incontro su Israele del 15 novembre è stato un esempio evidentissimo delle possibilità, in parte ancora inesplorate, che questi strumenti ci offrono: non solo 210 collegamenti da ogni parte del mondo ma anche un’inattesa e interessante disomogeneità ideologica che ci ha portati a discutere e chattare con persone che mai e poi mai avrebbero messo piede in una sala in cui si svolgesse un’attività promossa da un gruppo come il nostro.

Vittorio Alfieri aveva parlato della necessità di “spiemontesizzarsi”. A differenza del giovane conte che poteva permettersi di trasferirsi a Firenze, noi che tendenzialmente non abbiamo intenzione di lasciare la nostra regione (e, anzi, in questo momento ci viene proibito di farlo) possiamo comunque seguire in parte la sua strada attraverso gli schermi dei nostri computer e dei nostri smartphone. E sempre di più sentiamo il desiderio di incontrarci virtualmente, discutere, dialogare, confrontarci, organizzare eventi con amici che vivono in Italia, Israele o in qualunque parte del mondo. Lo abbiamo già fatto, lo stiamo facendo, si tratta di farlo in futuro sempre di più.

Amici di tutto il mondo, uniamoci.

 

Dipinto di Leo Contini

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