DICEMBRE 2020 ANNO XLV-226 KISLEV 5781

 

 

Prima pagina

 

 

 

Lord Rav Jonathan Sacks:
cosa può dire ai giovani e agli studenti

di Rav Ariel Di Porto

 

La recente e improvvisa scomparsa di Rav Sacks ha colpito tutti. Il popolo ebraico ha perso una delle sue voci più lucide ed autorevoli, un vero maestro nel coniugare Torà e Chokhmà, che sapeva usare con la stessa padronanza due registri, quello della sapienza universale che ci ricorda che siamo umani, cittadini dell’impresa universale dell’umanità, e quello della Torà, che ci ricorda che siamo ebrei ed è la più grande eredità che sia stata affidata a un popolo.

Per un paio di generazioni di rabbini Rav Sacks è stato una figura paradigmatica, che ha saputo introdurre le grandi idee della cultura ebraica in un contesto più ampio, esprimendole con fierezza e dignità negli ambiti più svariati, in televisione, alla radio, nelle università, alla Camera dei Lord. Tutti noi siamo consapevoli di quello che abbiamo perso, ma penso che se ne avessimo la possibilità, vorremmo che Rav Sacks parlasse ancora ai nostri giovani, perché anzitutto Rav Sacks è stato un grandissimo educatore.

Possiamo considerarci fortunati perché Rav Sacks ha lasciato amplissima documentazione e testimonianza del suo lavoro, facendo da apripista a tante dinamiche che oggi a noi sembrano assolutamente normali, perché la pandemia ha accelerato dei processi che si andavano sviluppando, ma Rav Sacks è stato un pioniere nella diffusione telematica delle proprie idee, veicolandole a livelli differenti. Decine di migliaia di persone nel mondo settimanalmente ricevevano Covenant and Conversation, la derashà settimanale del Rav (ed era sempre un piacere leggerla), della quale recentemente è stata introdotta anche una family edition, con idee da sviluppare intorno alla tavola durante i pasti di Shabbat con bambini e ragazzi. Ha pubblicato numerosi volumi, testi più strettamente accademici e altri più religiosi, fra cui un machazor commentato per gli Shalosh regalim ed una Haggadà di Pesach commentata. In italiano sono stati tradotti solo due di questi volumi, quelli che si interessano maggiormente dei rapporti fra le religioni e le culture, due letture deliziose, La dignità della differenza e Non nel nome di D.

Tanti sono i temi che Rav Sacks ha affrontato nei suoi testi in lingua inglese: commentari alla Torà, riflessioni sul tema delle leadership nella tradizione ebraica partendo dal testo biblico, un volume sul rapporto fra fede e scienza (The Great Partnership), un altro sulla dignità del messaggio biblico all’interno del mondo contemporaneo (Radical Then, Radical Now), e molti altri...

L’ultimo volume pubblicato (Morality. Restoring the Common Good in Divided Times) fornisce una riflessione sulle dinamiche della società attuale e del suo funzionamento a livello macroscopico. Rav Sacks in questo suo ultimo lavoro sotto alcuni punti di vista chiude il cerchio, perché si rivolge al suo primo grande amore, la filosofia morale, riprendendo il titolo di un volume del 1971 del suo maestro, il filosofo Bernard Williams. Il pensiero di Rav Sacks si confronta con quello di Alasdair MacIntyre, che nella sua opera fondamentale After Virtue denuncia la nostra perdita di comprensione, a livello teoretico e pratico, della moralità; al contrario di MacIntyre però Rav Sacks non vuole dirsi pessimista, e crede che siamo ancora in tempo per mettere in campo quella che chiama “politica della speranza”.

Per rendere l’idea di quanto ricordavo poc’anzi, Rav Sacks ha prodotto un paio di anni fa un video di cinque minuti, disponibile su numerose piattaforme, dove veniva illustrata in termini molto semplici con dei piacevoli disegni l’impalcatura di quello che sarebbe poi divenuto un testo molto impegnativo: ci troviamo un mondo molto diviso, la domanda è se saremo in grado di creare un nuovo tipo di politica, la politica della speranza. I modelli politici costruiti unicamente su stato e mercato sono giochi a somma zero, se io vinco, tu perdi. Quando si parla invece di qualità morali queste dinamiche hanno un funzionamento molto differente, e possono condurre ad una moltiplicazione delle risorse. Alla competizione subentra la cooperazione. In tal senso diviene vitale il ruolo delle famiglie, delle comunità, dei gruppi religiosi, del vicinato, delle associazioni volontarie. Si ha così un cambiamento radicale nel funzionamento della società non più basata sul contract, ma sul covenant. Il fulcro di questa società non è l’io, ma il noi. Il contratto sociale dà vita ad uno stato, mentre il patto sociale crea una società. Vista la natura del messaggio da veicolare Rav Sacks, che padroneggiava il pensiero e la parola come pochi sanno fare, non usa alcun riferimento biblico o rabbinico per abbracciare un discorso universale, che coinvolge l’intera società, indirizzandola alla speranza. Una speranza che spesso tornava nei suoi discorsi pubblici, quella speranza che è stata il segreto e la chiave di lettura della storia ebraica, diversa dall’ottimismo, perché come scrive nella Dignità della differenza, l’ottimismo è la convinzione che le cose miglioreranno, mentre la speranza è la convinzione che, insieme, possiamo migliorare le cose.

Nell’ultimo mese sono state pubblicate centinaia di testimonianze commosse di allievi e colleghi, che hanno restituito un’immagine vivida di Rav Sacks, e hanno potuto fornire una rappresentazione delle innumerevoli sfaccettature della sua poliedrica personalità. Fra le molte, due mi hanno colpito in modo particolare. Sono state scritte da due suoi allievi che apprezzo molto per motivi diversi, Johnny Solomon e Menachem Butler; il primo è un giovane rabbino inglese che vive in Israele da alcuni anni, che regala autentiche pillole di saggezza nelle sue riflessioni quotidiane sul daf yomi, apprezzatissime dal pubblico italiano che segue il programma; il secondo è invece il coordinatore del programma per il diritto ebraico al Julis-Rabinowitz Program on Jewish and Israeli Law presso la Harvard Law School, ed è a mio avviso uno dei più straordinari bibliografi che il mondo accademico ebraico abbia sfornato negli ultimi decenni.

Nei loro brevi scritti condividono ricordi personali che li legano a Rav Sacks. Rav Solomon ad esempio ricorda che una volta Rav Sacks lo chiamò personalmente per ringraziarlo per un post nel quale veniva ricordato fra i maestri che più lo avevano ispirato: un leader religioso riconosciuto a livello mondiale che chiama un insegnante tutto sommato anonimo per ringraziarlo per un post su Facebook! Oppure la profonda devozione per l’amata moglie Elaine, che lo portava a pulirle le scarpe dal fango dopo una passeggiata in una giornata piovosa... idee grandiose che si alternano con piccoli gesti di gentilezza, che in realtà rappresentano una visione del mondo e della vita, con una concezione della teologia coraggiosa e moderna (“fede vuol dire vivere nell’incertezza”), accompagnata dall’idea che le azioni hanno la priorità, perché l’aspetto fondamentale dell’ebraismo è che portiamo D. nel mondo attraverso atti ed interazioni quotidiane, così come il libro della Genesi ritrae il dramma religioso in termini di vita ordinaria. I piccoli gesti fanno parte della “poesia della vita quotidiana”. Questa poesia matura sostanzialmente nell’ambito interpersonale, nei rapporti familiari, educativi, nella ospitalità e nella gentilezza rivolta agli estranei.

Menachem Butler invece ricorda la prima fra molte lettere che ricevette da Rav Sacks, quando era uno studente di Yeshivà che era in cerca di una visione più ampia, che lo indirizzasse nello studio del mare talmudico. Rav Sacks in risposta fornisce alcuni punti fondamentali, che dovrebbero essere fatti propri da ogni studente, indipendentemente dalla disciplina che apprende:

  • anzitutto è necessario coinvolgere nello studio tutte le proprie facoltà mentali e l’immaginazione, successivamente non si avrà così tanto tempo per studiare; negli anni della formazione vengono poste le basi per il proprio futuro e per questo bisogna sfruttare al meglio il proprio tempo;
     

  • in secondo luogo avere un riferimento, in questo caso rabbinico, e frequentarlo personalmente;
     

  • da ultimo, comprendere i principi più ampi di quanto si studia, senza fossilizzarsi sui particolari; ciò è di fondamentale importanza per chi vuole essere un leader: un leader spesso deve confrontarsi con situazioni inesplorate, e deve avere un indirizzo. Per questo in ambito rabbinico è indispensabile oltre al Talmud conoscere i grandi commentari alla Torà e le opere principali del pensiero ebraico, sviluppando una sensibilità per i principi generali nella materia studiata.

Ciò che accomuna però le testimonianze dei discepoli è l’onnipresenza di parole di incoraggiamento. Come amava dire, un buon leader crea molti seguaci, un grande leader crea altri leader, e Rav Sacks è stato un grande leader...

Rav Ariel Di Porto

 

Rav Jonathan Sacks

 

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