DICEMBRE 2020 ANNO XLV-226 KISLEV 5781

 

 

Israele - USA

 

 

 

Questo matrimonio non s’ha da fare
Ovvero quanto è stato importante per i charedim il Pikuach Nefesh nel 2020?

di David Calef

 

L’8 novembre scorso la sinagoga Yetev Lev nel quartiere di Williamsburg a Brooklyn era aperta come tutti i giorni. Secondo le restrizioni imposte dal governatore di New York Andrew Cuomo, nella sinagoga, come del resto in tutti i luoghi di culto dello stato, non avrebbero potuto essere presenti più di 25 persone dato che Williamsburg è una zona arancione.

Ma quella domenica a Yetev Lev si trovavano un po’ più di 25 fedeli raccolti in preghiera: a giudicare dal video circolato sul New York Post, le persone presenti erano circa 7000. Ad eccezione della sposa e di qualche biscugina laterale, c’erano solo uomini, tutti senza mascherina e piuttosto bravi nel cantare Ad Heina, canzone popolarissima nei matrimoni chassidici. E come in tutte le scene fantozziane della vita c’era un sottofondo tragico. Il presidente della sinagoga, il rabbino Mayer Rispler, che a maggio aveva incoraggiato la comunità a obbedire alle ordinanze locali, era morto di Covid-19 in Ottobre.

I Satmar avevano un ottimo motivo per disobbedire. Erano lì per celebrare il matrimonio di Joel Teitelbaum, nipote del rabbino Aaron Teitelbaum (1947-), leader spirituale di una delle due fazioni in cui la comunità Satmar si è divisa qualche anno dopo la morte del Gran rabbino Joel Teitelbaum (1887-1979), fondatore della dinastia. La comunità Satmar aveva organizzato il matrimonio pubblicizzando l’evento con il passaparola e senza utilizzare i soliti mezzi (poster affissi nelle strade di Williamsburg e avvisi pubblicati nei tre giornali Yiddish della comunità). La gigantesca violazione delle norme anti-Covid è stata resa pubblica per la prima volta il 13 Novembre da Der Blatt (La Pagina), uno dei tre quotidiani di Williamsburg, e poi dal New York Post e da lì, la notizia ha fatto il giro del mondo.

Appresa la notizia, le autorità comunali di New York hanno comminato una multa di 15,000 dollari, che di per sé, è lecito immaginare, non farà molto per dissuadere i Satmar dall’organizzare altri raduni. Peraltro, sembra che i Satmar non tireranno fuori un centesimo.

Qualche giorno dopo l’articolo sul NY Post, Rick Wiles, pastore della Chiesa Flowing Streams in Florida, ha annunciato via twitter che avrebbe pagato lui la multa. Chi è Rick Wiles e perché vale la pena saperlo? Oltre ad essere un pastore di anime, Wiles è il fondatore di TruNews un sito web che promuove ogni sorta di teorie cospirazioniste. Soprattutto quelle antisemite. Secondo Wiles, il tentativo di mettere sotto impeachment Trump non è altro che un colpo di stato ebraico, Israele è responsabile della creazione dell’Isis e, last but not least, gli ebrei intendono uccidere i cristiani. Un ingenuo potrebbe immaginare che, appresa la notizia del bel gesto, i Satmar avrebbero risposto “No, grazie!”. Ed invece la comunità Satmar si è affrettata a ringraziare Wiles con il seguente tweet:

“GRAZIE! La nostra congregazione apprezza il gesto gentile di @TruNews di donare 15.000 dollari per pagare la severa multa comminata alla comunità Yetev Lev D’Satmar dal sindaco di NY Bill De Blasio che ha agito contro la libertà religiosa”

I Satmar sono un gruppo chassidico che prende nome dal città di Satu Mare (in ungherese Szatmár, città in Ungheria fino al 1920 e oggi in Romania). Alla fine della seconda guerra mondiale, i Satmar erano stati quasi completamente sterminati. Invece oggi sono oggi il gruppo più numeroso della comunità charedì, con circa 150.000 persone sparse tra Stati Uniti, Europa e Israele. I Satmar sono forse più noti di altri gruppi chassidici per via del loro antisionismo, per l’osservanza particolarmente rigida dell’halakhah e per l’estremo rigore con cui si autosegregano dal resto della società compresi gli altri ebrei.

La clamorosa violazione delle norme anti-Covid riscontrata in occasione del matrimonio segreto non è un’anomalia ma riflette piuttosto una sistematica e intenzionale negligenza dei Satmar nei confronti di regole anti-Covid come distanziamento personale e uso di mascherine. In questo, i Satmar si sono comportati come molti ebrei ultraortodossi negli Stati Uniti, in Canada e in Europa (vedi i numerosi matrimoni e bar mitzvah celebrati in segreto e spesso interrotti dalla polizia ad Anversa in Belgio, a Boisbriand in Canada, a Stamford Hill in Inghilterra e a Bnei Brak in Israele).

La comunità charedì, che comprende sia ebrei chassidici sia litvaks (lituani), è molto articolata; e il comportamento dei diversi gruppi che la costituiscono rispetto ai provvedimenti presi dai governi per contenere la pandemia non è stato affatto omogeneo. In Israele, per esempio, la comunità sefardita charedì che segue il rabbino Yitzhak Yosef ha osservato istruzioni e divieti. Ma, di fatto di fronte agli appelli e alle restrizioni dei governi, tra le comunità di charedim - chassidici e non - in moltissimi hanno continuato a frequentare le yeshivot, a riunirsi per pregare in gruppo e, come si è visto, a celebrare matrimoni con centinaia se non migliaia di invitati. In sostanza, i charedim hanno ignorato le disposizioni anti-Covid e in molti casi hanno protestato in modo violento contro la polizia che tentava di far rispettare le regole.

L’interesse della collettività? Non esattamente una priorità.

Diversi fattori hanno contribuito a questa negligenza. Da un lato, i Satmar non ricevono pressoché alcuna educazione scientifica a partire dalla prima adolescenza (12 anni), quindi ignorano e si disinteressano alle spiegazioni scientifiche dei meccanismi di contagio del coronavirus. Viceversa, sono piuttosto propensi a credere che lo studio della Torà garantisca immunità dal virus in linea con il principio Torah meigin u-matzil (la Torà protegge e salva). Quindi molti rabbini (ma certo non tutti) invece di accettare che certe pratiche (per esempio lo studio e le preghiere di gruppo) avrebbero reso le loro comunità particolarmente vulnerabili al coronavirus, hanno continuato a incoraggiare i fedeli a riunirsi nelle yeshivot e nelle sinagoghe.

Per quanto possa apparire inverosimile, le autorità rabbiniche charedì non hanno cambiato idea neanche quando è diventato evidente che la violazione delle regole anticontagio stava diventando un fattore importante nell’aumento dei casi di Covid-19 (vedi grafico).

 

I casi di Covid tra i charedim hanno continuato a salire anche dopo il secondo lockdown

 

In Israele, per esempio, secondo le analisi di Eran Segal, scienziato presso il Weizmann Institute, il 45% dei casi di Covid nella seconda ondata in Israele veniva dalle comunità ultra-ortodosse che costituiscono solo il 12.5% della popolazione. Per contro, dato che metà della popolazione charedì ha meno di 16 anni, la mortalità causata dal Covid tra i charedim risulta essere circa la metà di quella del resto della popolazione.

Quest’ultimo dato spiega, almeno in parte, la ragione per cui gli ultraortodossi non sembrano aver dato molta importanza al precetto Pikuah Nefesh (la salvaguardia di una vita umana prevale su qualsiasi altra regola religiosa) perseverando negli studi e nella celebrazione di riti e festività religiose. A sentir loro, il coronavirus non mette a rischio la vita delle persone. O almeno non abbastanza da sospendere temporaneamente riti collettivi giudicati rischiosi.

Altro fattore che concorre ad abbassare la consapevolezza dei rischi del Covid è la mancanza d’informazione su ciò che avviene al di fuori delle enclave charedì. Navigare su internet, guardare la televisione o leggere i giornali che non siano quelli della comunità è fortemente scoraggiato se non del tutto vietato. Queste prescrizioni sono violate di continuo ma comunque l’informazione non circola liberamente e soprattutto non è discussa in pubblico.

Infine, l’ostilità charedì verso i comportamenti necessari per contrastare l’epidemia si è strettamente intrecciata con posizioni ideologiche.

Negli Stati Uniti, i charedim hanno trovato nel partito repubblicano e soprattutto in Donald Trump un referente politico pronto ad assecondarne le pulsioni ribellistiche e a screditare tutte le norme di prevenzione del rischio raccomandate dalle autorità mediche e scientifiche. Per tornare ai Satmar, in un passato recente avevano votato per candidati democratici (per esempio Hillary Clinton nel 2016) ma il 3 novembre scorso hanno seguito l’esempio di altre famiglie chassidiche come i Belz, i Bobov, i Lubavitch e gli Skverer e hanno votato in massa per Trump.

In passato, gli ebrei charedim americani avevano appoggiato candidati di entrambi i partiti preferendo l’uno o l’altro a seconda delle promesse fatte in campagna elettorale riguardo questioni quali sussidi per alloggi popolari e scuole e soprattutto il diritto a gestire in maniera autonoma il proprio sistema educativo. Tuttavia, da almeno dieci anni, la stragrande maggioranza delle comunità charedì vota in maggioranza per il partito repubblicano.

E nel corso della pandemia, i Satmar, come tutti gli altri gruppi charedim, hanno trovato in Donald Trump il leader ideale che svalutando le misure di contenimento della pandemia ha ben rappresentato le convinzioni e i pregiudizi della maggioranza degli ebrei ultraortodossi.

Non deve aver nociuto a Trump, l’approvazione nel 2018 di una riforma dell’ordinamento carcerario, il First Step Act, che tra l’altro ha permesso a Solomon Rubashkin, noto imprenditore Lubavitch condannato a 27 anni di prigione per frode, di accedere a una scarcerazione anticipata.

Non è quindi un caso che, due giorni prima delle elezioni, i Satmar che si riconoscono nella fazione di Aaron Teitelbaum abbiano postato sul loro account twitter tre poster in cui invitano i membri della comunità a esprimere gratitudine (Hakarat Hatov) a Trump e a votarlo anche in virtù della riforma carceraria da lui approvata. Alle presidenziali del 2016, i Satmar avevano espresso analoga gratitudine votando Hillary Clinton anche in segno di riconoscenza per il suo ruolo nella riduzione di pena concessa dal presidente Bill Clinton a quattro chassidim Skverer uomini d’affari incriminati per aver frodato al governo federale 11 milioni di dollari.

A rischio di semplificare, verrebbe da dire che a orientare il comportamento dei charedim durante la pandemia nonché il loro voto negli Stati Uniti sia stato il criterio del Do Ut Des più che quello del Pikuah Nefesh.

In realtà, l’allineamento tra gli ebrei charedim e Trump riflette una profonda sintonia: quella tra una collettività estremamente conservatrice in materia di diritti civili e politiche sociali (a parte quelle di welfare di cui beneficia direttamente) e il partito che meglio interpreta istanze conservatrici, pronto a sovvertire le regole basilari della democrazia americana.

David Calef

 

 


Poster dei Satmar che invitano a votare Trump per ringraziarlo della riforma carceraria

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