DICEMBRE 2020 ANNO XLV-226 KISLEV 5781

 

 

Israele - USA

 

 

Salite e discese

di Alessandro Treves

 

Vi sono molteplici indubbie differenze fra le figure di Ester e Mordecai e quelle di Ivanka Trump e Jared Kushner. Ve ne sono forse di meno fra Donald Trump e Achashverosh. Ciononostante, alcune reminescenze riaffiorano, leggendo i commenti degli ebrei americani in Israele: una speranza di salvezza che si nutre dell’avere i nostri a corte, qualche dubbio sull’identità di lei (davvero una dei nostri?), la servile accettazione delle imbarazzanti bizzarrie del sovrano, la gioia feroce per la fine di Haman/Soleimani/Fakhrizadeh.

Non di tutti, ovviamente, ma di quella maggioranza di olim dagli Stati Uniti che nelle ultime come nelle precedenti elezioni ha preferito Trump, e che costituisce a tutti gli effetti una variante distinta dalla maggioranza dell’ebraismo americano, che aveva preferito invece Hillary Clinton, e ora Joe Biden, con rapporti di circa 3:1. Molti aspetti di questa progressiva differenziazione sociopolitica non sorprendono, e sono comuni ad altri casi di gruppi che sono emigrati lasciando nel paese di origine componenti in media più integrate e meno bisognose di àncore identitarie. Il caso specifico degli ebrei che hanno scelto di “tornare” dalla superpotenza globale alla piccola terra d’Israele, però, stimola l’immaginazione storica e porta a chiedersi che genere di motivazioni animassero i loro remoti confratelli anch ’essi tornati alla terra d’Israele, due millenni e mezzo fa, quando molti altri avevano invece scelto di rimanere in Mesopotamia.

La mappa annotata in caratteri cuneiformi su una tavoletta ritrovata al British Museum oltre un secolo fa, sbocconcellata, fra altre provenienti dall’Iraq, sembra dirci com’era la visione del mondo di chi viveva a Babilonia al tempo del primo Esilio, nel sesto secolo avanti l’Era Volgare. La capitale è al centro, sulle rive dell’Eufrate. Tutte intorno, la città sumera di Der, l’Assiria (Assur), l’Armenia (Urartu), la capitale dei Kassiti, Habban (collocata stranamente dalla parte sbagliata del fiume), quella dei Caldei, Bit Yakin, anch’essa un po’ fuori posto. Oltre le paludi, e la foce dell’Eufrate (e del Tigri, che non è rappresentato), Susa capitale dell’Elam. Tutto intorno, due cerchi rappresentano l’Oceano, o mare salato, al di là del quale alcuni triangoli, forse in origine sette, od otto, rappresentano nagu, regioni remote, possibili isole d’Oltremare. Di esse si parla diffusamente nel testo cuneiforme sul retro, ma in termini vaghi, la regione dagli “alberi meravigliosi”, quella col “bestiame con le corna”, ed il testo danneggiato non permette di identificarle in alcun modo. Sono ciascuna distante sette leghe, ashar tallaku, se ci andrete, familiari sonorità semite. La terra di Canaan non è menzionata. Il più breve testo sul recto cita però due volte il dio Marduk, e vien voglia di avvisarlo, guarda che fra poco il tuo nome verrà, come dire, preso in prestito da un giudeo, ma una brava persona.

La Meghillà di Ester viene dai più datata circa due secoli dopo, ma se Achashverosh fosse davvero da identificare con Serse I, quello sconfitto a Salamina, e non con uno dei successivi Artaserse, l’ambientazione sarebbe di soli cent’anni posteriore a Nabuccodonosor, e forse ancora meno all’incisione della mappa del mondo. Il quale Nabuccodonosor, o Nebuchadnezzar, non era propriamente babilonese bensì caldeo, di quella popolazione originaria del mondo semita occidentale, emigrata in Mesopotamia intorno al novecento a.C., in qualche modo più imparentata con i discendenti di Abramo, nella Torà presentato come originario, all’inverso, di Ur dei Caldei. In circa tre secoli i caldei si erano parzialmente integrati con le popolazioni indigene, arrivando a contendere con loro il potere a Babilonia, allora protettorato dell’impero assiro. Prima che ci riuscisse definitivamente il padre di Nebuchadnezzar, scrollandosi di dosso con la partecipazione ad una grande coalizione il giogo assiro, c’erano stati il caldeo Marduk-apla-usur che aveva appunto usurpato il trono del babilonese Marduk-bel-zeri, nel 780 a.C., e due generazioni dopo il caldeo Marduk-apla-iddina citato anche nel libro dei Re, con toni amichevoli, che c’era riuscito due volte, la seconda strappandolo al babilonese Marduk-zakir-shumi. Non era servita molta fantasia, agli autori della Meghillà, per coniare il nome dell’eroe buono, nonché autore ufficiale. Magari non ebraico ma dichiaratamente semita, in contrapposizione ai nuovi sovrani persiani, ma anche agli elamiti, che avevano costruito Susa, e che parlavano una lingua né semita né indoeuropea.

Anche le date dei tre “ritorni” dal primo Esilio, con Zerubabele, con Ezra e con Nehemia, rimangono molto incerte. Ma con profonde differenze, che il mito unificante dell’Esilio e la natura ideologico-fondamentalista dei libri di Ezra e Nehamia tendono ad offuscare. La vicenda di Zerubabele e dei suoi quarantamila, che sia descritta accuratamente o meno, si inserisce nel clima da secondo dopoguerra immediatamente successivo alla conquista persiana di Babilonia nel 539 a.C., solo mezzo secolo dopo la deportazione – forse c’era ancora chi si ricordava le note di Va’ pensiero. Anche chi contesta la storicità dell’Editto di Ciro rileva una generale politica persiana di ritorno delle popolazioni forzosamente trasferite alle loro terre d’origine, e di restauro dei luoghi di culto. Pur se esplicitamente attestata solo per l’area mesopotamica, è plausibile che si estendesse anche oltre quello che nella Mappa del Mondo era il limite della civiltà vera e propria, di cui valeva la pena parlare.

La Mesopotamia ha invece un po’ perso la sua centralità con Ezra e Nehemia, almeno due generazioni dopo, come l’Europa due generazioni dopo la Seconda Guerra Mondiale. La superpotenza persiana si estende dall’India ai Balcani. I ritorni di Ezra e Nehemia, non è chiaro se prima l’uno o prima l’altro, si collocano grosso modo nello stesso periodo delle vicende narrate nella Meghillà. I persiani hanno costruito a Persepoli ed a Susa, e l’atmosfera cosmopolita di Susa, che anche la Meghillà riflette, contrasta col trattamento che Ezra ed i suoi pochi ma spietati seguaci riservano, nella remota provincia di Yehud, ai locali, e a chi si è imparentato con donne del posto, verosimilmente già parenti alla lontana, almeno in parte. Empatia per gli autoctoni, zero. Sebbene all’inizio i locali si fossero persino offerti di partecipare alla ricostruzione del tempio. Un modello per i coloni nei territori occupati. Come ci domandiamo per questi, viene da chiedersi quanto anche per lo scriba Ezra e per i suoi contasse davvero il “ritorno” dall’Esilio, e quanto la ricerca di un’affermazione, o di una seconda occasione, in un contesto più facile, meno competitivo, dopo che forse non tutto era andato per il meglio in una delle capitali dell’impero. Nehemia, poi, che dopo 12 anni a Gerusalemme ritorna a Susa (quello, incontestabilmente, un ritorno) ci smonta, novello David Friedman, il mito del reinsediamento nella terra dei padri e suggerisce relazioni importanti con i tanti che l’alià non l’avevano mai fatta. Prefigura future generazioni di iordim, e di persone che si tengono agevolmente in bilico fra due mondi, lasciando invece che vada a colonizzare le pietrose colline della Giudea, fuori mappa, chi nel centro dell’impero, a Babilonia, Pasargadae, Ecbatana, Persepoli, Susa sente di aver già finito le sue carte. Ora che ha vinto Biden.

Alessandro Treves
Trieste e Tel Aviv

Link: The Babylonian Map of the World on JSTOR 

 

Mappa babilonese del mondo

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