DICEMBRE 2020 ANNO XLV-226 KISLEV 5781

 

 

Ricordi

 

 

Aldo Zargani, scrittore, ebreo, intimo amico

di Giorgio Gomel

 

Scrivo queste note in ricordo di Aldo qualche giorno dopo un Limmud dedicato alla sua commemorazione e ad una riflessione sul suo percorso di vita promosso con la famiglia da noi amici, attivi nel Gruppo Martin Buber-Ebrei per la pace.

Il mio legame con Aldo è stato sia biografico ed affettivo sia politico-intellettuale. Il coté personale risale alla Torino di quasi 60 anni fa: abitavamo nella stessa casa in Via C. Colombo, i Gomel al quarto piano, gli Zargani al quinto. Mia sorella Luisella e io giocavamo con Lina dai nostri rispettivi balconi affacciati sul cortile di un vecchio edificio degli inizi del ‘900, Lina una bambina di circa dieci anni più giovane di noi. Gli Zargani lasciarono poi Torino quando Aldo divenne dirigente della RAI a Roma. Lo rividi negli anni ’80 dopo i miei trascorsi torinesi e americani e fummo amici. Fu fra gli animatori del Gruppo Martin Buber: uno dei più attivi, appassionati, con una carica ideologica temperata dall’ironia scettica, la saggezza acuta, il gusto dello scrivere colto. Due i filoni della sua attività militante con il Gruppo: quello dell’impegno per la pace fra Israele e Palestina; quello della trasmissione della memoria e della battaglia contro il risorgere di pregiudizi ed atti antisemiti.

Divenne nel vocabolario affettuoso del Forum di discussione del Gruppo “Il rabbino di Via Baldo degli Ubaldi” (la strada dove ha abitato a Roma per molti anni).

Sulla memoria, l’apporto di Aldo nei suoi scritti e nel suo peregrinare per le scuole del paese è stato esemplare. A oltre 70 anni dalla liberazione, con la scomparsa dei testimoni diretti, dei sopravvissuti, il problema di come preservare e trasmettere la memoria resta una questione di importanza capitale. Da un lato perché questa memoria con il tempo si disincarna nel racconto della storia, affidata agli storici di mestiere. Dall’altro perché le singole vicende pur nella loro unicità possono essere rivissute nella narrazione. Il racconto, l’esperienza individuale possono essere uno strumento potente di conservazione e trasmissione della memoria. In questo la letteratura, da Primo Levi ad Aldo Zargani, con il suo “Per violino solo”, da Saul Friedlander a Simcha Guterman e tanti altri autori, ci ha aiutato e continuerà a farlo.

Sul fronte israelo-palestinese, delle guerre guerreggiate e della pace inseguita e agognata, ricordo una lettera all’Unità che firmammo, lui e io, nel 2006 dopo la guerra fra Israele e Hezbollah in Libano criticando Massimo d’Alema, allora Ministro degli esteri. Notavamo che in una sua intervista il Ministro ha parlato di “ebrei democratici”, e una distinzione così grossolana fra ebrei democratici e non democratici la consideriamo peggio che inopportuna. Particolarmente perché rivolta a una piccolissima minoranza di meno di 30.000 cittadini italiani, che, pur politicamente differenziata al proprio interno, si è sempre comportata, in ogni occasione, con ineccepibile fedeltà alla democrazia nata dalla Resistenza. Quando poi si giunge ad affermare che gli “ebrei democratici” sono rimasti in silenzio, si pretende che abbiano degli obblighi in più rispetto agli italiani che hanno la ventura di potersi definire democratici e basta. Non è comunque vero che gli ebrei “democratici” non si siano espressi per la pace e le trattative dal lontano 1948 fino a questo conflitto di luglio. Quando, per esempio, un documento del Buber che chiedeva, durante la guerra scatenata dagli Hezbollah, trattative con i palestinesi, è stato pubblicato il 27 luglio dal “Corriere della Sera”. Un’accusa di silenzio politico, deliberata quanto priva di prove, costringe inoltre noi ebrei a dover dimostrare a nostro carico che invece è vero il contrario. Possiamo farlo, ovviamente, ma ne siamo umiliati, perché ci si costringe a penose autodifese prive di senso. Noi siamo cittadini italiani che lottano per la sopravvivenza di Israele in un mondo islamico che ne nega l’esistenza, ma siamo in favore di trattative di pace e vogliamo la costruzione di uno Stato palestinese pienamente sovrano e democratico. Ma non riteniamo che sia nostro obbligo ostentare queste nostre opinioni in modo che se ne accorga anche il Ministro degli Esteri. Pensiamo invece che costituisca un obbligo del Ministro degli Esteri essere a conoscenza di questa sia pur piccola realtà ed evitare di esprimersi in modo aggressivo nei confronti di gente che, fra l’altro… l’ha anche votato.

In un articolo del gennaio scorso - “Come si dice in ebraico Che fare ?” (Doppiozero) - Aldo scriveva: Lo Stato ebraico talvolta sembra compiere atti che contrastano con gli interessi di sopravvivenza della sua popolazione, o di una parte di essa; si stanno ampliando i divari fra laici e religiosi, e oggi i religiosi ortodossi sembrano spadroneggiare con gravi conseguenze in prospettiva. È lontano il socialismo, lontano l’universalismo: la democrazia tanto vantata sta svanendo e le autorità si prodigano per aumentare la separazione dei cittadini ebrei ortodossi da quelli che ortodossi non sono. E per accrescere la divaricazione fra cittadini ebrei ed arabi. Questi atteggiamenti potrebbero mettere in grave pericolo la sopravvivenza dell’ebraismo israeliano, se non altro dal punto di vista morale.

Qualche volta Aldo era esageratamente critico di Israele, del degrado rispetto agli ideali di democrazia ed eguaglianza, del potere crescente della destra nazionalista e religiosa che governa il paese da tempo; anche un po’ apocalittico circa un futuro che coniughi l’essere stato degli ebrei - luogo di rifugio dalle persecuzioni e di riscatto di una nazione “normale” integrata in un Medio Oriente pacificato - e democrazia piena per tutti i suoi cittadini. In particolare era allarmato dalla commistione fra religione e politica nel paese, dal crescere del potere coercitivo dei partiti religiosi, lui difensore appassionato della laicità e dei diritti delle minoranze. Ero io ironicamente, spesso accusato dai nostri detrattori di quel radicalismo utopico o peggio tipici dell’ ebreo di sinistra, a placare, moderare a volte i suoi giudizi taglienti.

Giorgio Gomel

Aldo Zargani

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