DICEMBRE 2020 ANNO XLV-226 KISLEV 5781

 

 

Ricordi

 

 

L’eredità di Guido Fubini

di Daniele Trematore

 

Parlare di Guido Fubini sulle pagine del foglio che contribuì a fondare e di cui fu uno dei più infaticabili animatori non è un’impresa facile, tanti e vari furono i suoi interessi e le sue attività. L’occasione dei dieci anni dalla morte dell’avvocato torinese, scomparso nel 2010 dopo una vita intensa segnata da eventi drammatici (le leggi razziali) ma anche da grandi conquiste (l’Intesa), si presenta come il giusto pretesto per riproporre il suo pensiero, ancora oggi attuale, non solo a chi lo ha già conosciuto, ma anche alle nuove generazioni.

Ho iniziato ad occuparmi di Guido Fubini qualche anno fa, grazie a Fabio Levi, che mi mise tra le mani L’antisemitismo dei poveri, un libretto di appena cento pagine, uscito per la prima volta nel 1984, nel quale il giurista torinese esponeva le sue idee sull’antisemitismo – di cui egli stesso era stato direttamente vittima a destra come a sinistra. E mi si è aperto davanti un mondo: quello del giurista, capace di penetrare la logica dei meccanismi propri degli ordinamenti giuridici (La condizione giuridica dell’ebraismo italiano resta, da questo punto di vista, uno dei suoi lavori più acuti); quello dello storico in grado di spaziare dalla storia (non solo ebraica) antica a quella contemporanea; quello dell’intellettuale Fubini, polemista agguerrito e ironico, ma soprattutto politico animato dal “pallino per la giustizia” e impegnato nella difesa dei diritti delle minoranze.

Non da ultimo, c’è l’uomo Fubini, autore di due autobiografie – L’ultimo treno per Cuneo (1991) e Lungo viaggio attraverso il pregiudizio (1996) – che mostrano le sue doti di scrittore (ancora troppo poco considerate) raccontando con uno stile asciutto e privo di retorica la sua fuga dall’Italia fascista e poi la sua partecipazione alla Resistenza: pagine che andrebbero lette nelle scuole per mostrare gli effetti concreti della legislazione antiebraica sulla vita degli ebrei nel nostro Paese e la passione civile che animò molti giovani della generazione di Fubini, vissuti certamente a pane e fascismo, ma capaci di grandi gesti di resistenza politica (basti pensare alla scritta “Abbasso Hitler” che Fubini stesso incise, all’età di soli tredici anni, sulla porta del gabinetto del liceo “d’Azeglio” di Torino).Molto oggi resta di Fubini, a partire dalle sue riflessioni su Israele: egli fu tra gli anticipatori della formula “due popoli, due Stati”. Facendosi portavoce delle posizioni più progressiste della sinistra israeliana, delle quali «Ha Keillah» sarebbe stata la principale portavoce, Fubini sostenne fermamente il diritto dei palestinesi ad avere una propria patria, scontrandosi già alla fine degli anni Sessanta con la dirigenza ebraica del tempo che lo considerò un “traditore”, ma nello stesso tempo – da figlio della diaspora quale si considerava – non smise mai di difendere Israele, vedendo nelle reazioni di fuoco scatenatesi contro lo Stato ebraico dopo la guerra in Libano del 1982 un antisemitismo mascherato da antisionismo, del quale una parte della sinistra italiana si era fatta portavoce già dalla guerra dei Sei giorni. A tal proposito Fubini, da militante socialista con un passato giellino e azionista, ebbe il coraggio per primo in Italia di parlare di antisemitismo di sinistra, al quale dedicò un articolo sulla rivista «Il Ponte» già nel 1967, e di denunciarne il pericolo quando il tema era sottovalutato (se non rifiutato) da molti, soprattutto in area comunista. Nel 1976 Fubini fece partire, proprio da «Ha Keillah», una vivace polemica con Vittorio Sermonti, autore dello spettacolo La religione del profitto, che riproponeva il legame tra la religione ebraica e il denaro; e rimase “sconvolto” – come raccontò con rara onestà intellettuale – quando sempre da sinistra Norberto Bobbio, in una lettera a lui indirizzata il 22 settembre 1982, lo invitò a considerare i “difetti” dell’ebreo capaci di provocare atteggiamenti antisemiti.

Resta poi ancora, di Fubini, la critica pioneristica alle interpretazioni rassicuranti dell’antisemitismo fascista, letto sin dal dopoguerra come un mero prodotto di importazione tedesco, che solo alla fine degli anni Ottanta una storiografia più matura iniziò ad indagare come un’ideologia connaturata al regime. Fubini, ben prima dell’affermarsi di un diffuso interesse per la vicenda antisemita italiana, seppe seminare dubbi, evidenziando le “spiegazioni del tutto insufficienti” di studiosi del calibro di Luigi Salvatorelli, Giovanni Mira, Federico Chabod, Attilio Milano, Renzo De Felice e Denis Mack Smith.

Cifra di tutto il suo itinerario, nel quale l’esperienza pratica fa tutt’uno con la riflessione teorica, fu il suo impegno laico a favore dello Stato di diritto e della legalità costituzionale, espressosi particolarmente nel campo della libertà religiosa. Impegno che, fondendo competenza giuridica e passione politica, lo portava a fare dei problemi che via via incontrava non astratte questioni di principio, ma questioni dai risvolti concreti. Il pensiero qui non può non andare subito al processo al magistrato Giovanni Durando, che Fubini accusò personalmente di antisemitismo e che si ritrovò a combattere senza l’appoggio del mondo ebraico, in un’Italia dove l’accusa di deicidio, che Durando aveva rivolto al popolo ebraico per aver voluto processare Eichmann a Gerusalemme, non era stata ancora abolita dalla tradizione cattolica. Ciò che interessava a Fubini non era vincere il processo (che vide Durando assolto anche in Cassazione), ma far sì che non fosse più ritenuto “normale” un particolare modo di considerare gli ebrei, “che contro l’ebreo sia lecita ogni ingiustizia mentre non sarebbe lecito all’ebreo far giustizia, che l’ebreo possa essere colpito ma non possa colpire, che l’ebreo possa essere giudicato ma non possa giudicare”.

Questo ci dice molto del suo impegno teso ad andare alla radice dei problemi per combattere, prima ancora che l’antisemitismo, l’ignoranza e il pregiudizio. Basti ricordare la vicenda di Dosolina Sforni, un’ex deportata a cui il Ministero del Tesoro aveva negato il diritto alla pensione con la motivazione che fosse necessario fornire la “documentazione sanitaria” da Auschwitz, come se un campo di sterminio fosse una casa di cura. Fubini comprese anche in questo caso l’implicazione del problema: a vent’anni da Auschwitz la società italiana ignorava ancora la realtà del genocidio ebraico. E, ancora una volta da solo, tra diffide e ricorsi respinti, ingaggiò una battaglia giudiziaria che, grazie alla sua determinazione, diventò politica e raggiunse il senatore Umberto Terracini, il quale con un vibrante discorso riuscì ad ottenere giustizia per la signora Sforni.

E poi c’è la lezione sul diritto alla diversità; diritto che Fubini declina dal punto di vista giuridico, come conquista all’autodeterminazione, ovvero come diritto dell’ebraismo di organizzarsi autonomamente e quindi degli ebrei di essere se stessi. Per Fubini il principio di eguaglianza giuridica non è sufficiente: gli ebrei devono lottare non per essere come gli altri assimilandosi o uniformandosi alle società in cui vivono, ma per rivendicare la propria specificità. E questa battaglia dell’uguaglianza in nome della diversità, che costituisce il perno di tutto il suo agire politico, trova in Fubini un ulteriore sbocco, aprendo ad un aspetto del suo pensiero oggi decisivo: quello della diversità come unica risposta culturale all’antisemitismo. Ora, è vero che Fubini scrive che l’antisemitismo non è estinguibile perché “fa parte della storia del popolo ebraico, così come la forma della mano fa parte del guanto”, ma al contempo sembra dirci che soltanto la diversità, o meglio l’educazione alla comprensione e all’accettazione del diverso, ci può salvare. Un’educazione che dovrebbe cominciare dalle scuole e che vedrebbe protagoniste le giovani generazioni, nelle quali Fubini non smise mai, anche in tarda età, di riporre le proprie speranze. Ed è su questa sfida che oggi possiamo rinvenire tutta la pregnanza del suo pensiero.

 

Daniele Trematore

 

Guido Fubini

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