DICEMBRE 2020 ANNO XLV-226 KISLEV 5781

 

 

Storia

 

 

 

 

 

Il leader sbagliato

Il Gran Muftì di Gerusalemme Hajj Amin al-Husseini

 

di Emanuele Azzità

 

 

 

Il Gran Muftì è un artista e quando mi incontra esibisce un'aria particolarmente eccitata, come all'incontro di un amico che si apprezza. È dotato di quella sorta di magnetismo che permette a chi lo controlla di trasformare, con il solo entrare in un luogo, tutta l'atmosfera che vi regna. In gioventù aveva organizzato una compagnia teatrale a Gerusalemme. L'osservo con particolare attenzione: in quel volto c'è ben poco di buono e certamente nulla di disinteressato, ma intelligenza e grande fascino, anche se fasullo”. (Carlo Panella, Il libro nero dei regimi islamici: 1914-2006, oppressione, fondamentalismo, terrore; Ed. Rizzoli, Milano 2006, pag. 36). Così scrisse di Hajj Amin al Husseini la scrittrice inglese Freya Stark che lo incontrò all'hotel Zia di Baghdad nel 1941. In quell'aprile, quattro generali iracheni con un colpo di stato spodestarono il governo filo britannico per instaurare un regime filotedesco. Il 10 maggio il Gran Muftì lanciò la sua prima Jihad a sostegno dei nazisti. Cinque settimane dopo gli inglesi ripresero il controllo del paese. Il fallito pronunciamento, poi detto “guerra corta”, non fu abbastanza breve per impedire il sanguinoso pogrom contro gli ebrei di Baghdad.

 

Al-Husseini scappò nella Persia dello Shah nel Consolato giapponese. Nel suo libro Spie per l'Italia (Editore: i libri del no, 1968) Giorgio Pillon ricorda come la popolarità di al-Husseini, per alcuni un papa arabo, fosse solo dovuta alla propaganda dei fascisti e dei nazisti che lo aiutarono in tutti i modi. I servizi segreti italiani lo prelevarono poi da Teheran e in un viaggio rocambolesco arrivò a Roma l'11 ottobre 1941. Mussolini lo incontrò pochi giorni dopo. Da Roma passò a Berlino per essere ricevuto da Hitler il 28 novembre di quello stesso anno.

 

Il 5 novembre 1914 il sultano ottomano invitava i suoi sudditi alla guerra santa. È vero che tutti i paesi entravano o erano in guerra, ma l'impero ottomano faceva qualcosa di più incitando gli arabi alla Jihad. Bet Ye'or nel suo libro Comprendere Eurabia ricorda come in quel periodo il sangue armeno scorresse “a fiumi ... dall'Iraq alla Palestina, sotto gli occhi e nella piena consapevolezza degli ufficiali tedeschi e turchi, così come delle popolazioni locali” In quel genocidio furono trucidate, tra armeni, assiri e greci del Ponto, almeno 2.750.000 persone.

 

Le province arabe passarono dai turchi al mandato dei paesi europei. Alla Conferenza di Sanremo dell'aprile 1920, le potenze vincitrici della Prima guerra mondiale, ossia Francia, Inghilterra, Giappone e Italia, tracciarono le linee rette della spartizione.

 

Nel 1917 la Gran Bretagna occupò la Palestina e nel 1920 Herbert Samuel fu nominato Alto Commissario. Il brillante esponente del partito liberale inglese fu il primo ebreo dopo due millenni a governare la Terra d'Israele. La sua nomina trovò una notevole opposizione fra i militari che temevano disordini da parte degli arabi cristiani e musulmani. Samuel, durante il mandato di cinque anni, mediò tra le diverse comunità. A Gerusalemme le famiglie-clan più importanti erano due: i Nashashibi e gli Husayi, chiamati poi Husseini. I primi (shafiiti come il 70% della popolazione), più prestigiosi, erano dei moderati sulla scena politica. I secondi (hanafiti) avevano posizioni estremiste antiebraiche e antisioniste. Samuel era un sionista, ma cercò di rallentare l'immigrazione ebraica per avere la fiducia degli arabi. Così nominò Hajj Amin al-Husseini Gran Muftì di Gerusalemme e della Palestina. Una prerogativa fino ad allora del Sultano a cui l'Alto Commissario era succeduto. La scelta fu fortemente contestata dai capi musulmani per i quali il poco più che ventenne rampollo non era una personalità autorevole; per la scarsissima formazione religiosa non lo si poteva certo annoverare tra coloro che nel mondo musulmano venivano definiti sapienti. Non aveva una qualifica religiosa: dopo il conseguimento di un diploma tecnico a Istanbul era diventato ufficiale di brigata nell'esercito ottomano di stanza a Smirne. Nel novembre 1916 con un congedo per malattia ritornò a Gerusalemme e ci rimase. Nel dicembre dell'anno successivo arrivarono gli inglesi. Animatore della rivolta antiebraica e antibritannica del 4 aprile 1920, criticò apertamente il laicismo di Atatürk e si schierò contro i leader arabi musulmani di Gerusalemme che lo denunciarono alle autorità britanniche. Dopo i fatti dell'aprile 1920 fu condannato a 10 anni di carcere. Non scontò neanche un minuto perché era già scappato a Damasco da re Faysal, che di lì a poco a sua volta sarebbe fuggito in Iraq per l'arrivo delle truppe francesi. Nel 1921, alla morte del precedente Gran Muftì, suo cugino, Lord Samuel gli concesse la grazia. Questo permise ad Amin al-Husseini di far parte di una rosa di cinque candidati e di essere prescelto come Gran Muftì dal governatore britannico. La carica fruttava 200 mila sterline l'anno che avviarono un grandioso lavoro di restauro della Moschea di al-Aqsa con l'intento di promuovere Gerusalemme come una delle capitali del mondo islamico. Contemporaneamente partì una campagna d'odio verso gli ebrei.

 

Se Amin al-Husseini odiava gli ebrei, odiava anche gli arabi! Negli anni '30 organizzò squadre omicide che colpivano ebrei e arabi non aderenti alla Fratellanza Musulmana. L'incarico di Gran Muftì, che avrebbe dovuto essere di cinque anni, lo conservò a oltranza. Da una parte incitava alla violenza, dall'altra assecondava le autorità britanniche con inviti alla riappacificazione. Nel 1937 ben undici capi villaggio e le loro famiglie furono trucidati dai suoi uomini. Quando fu spiccato il mandato di cattura lui era già in Libano.

 

Per la forte opposizione araba i britannici rinunciarono alla costituzione di uno stato ebraico in Palestina e contingentarono l'immigrazione ebraica sottoponendola al consenso arabo. Di nuovo una mano tesa di Londra verso Al-Husseini e lui alzò la posta: l'immigrazione ebraica avrebbe dovuto cessare e agli ebrei non sarebbe stato consentito di vivere con degli arabi in Palestina!

 

La caduta dell'impero ottomano e del suo esoso erario costituiva per gli arabi un notevole sollievo. Nello stesso tempo un brivido di ribellione correva per tutto il Medio Oriente con l'organizzarsi dei primi movimenti panarabisti. La Gran Bretagna assecondò parte del nazionalismo arabo; già nel 1914, allo scoppio della guerra, per proteggere il Canale di Suez da Germania e Turchia, aveva messo il regno d'Egitto sotto la protezione della Corona. Nel febbraio dell'anno successivo i turchi inviarono un corpo di spedizione nel Canale con l'intento di incitare gli egiziani alla Jihad. L'operazione fallì per l'intervento dei capi religiosi islamici che invitarono la popolazione alla calma sostenendo che l'occupazione inglese era vantaggiosa per l'Egitto, che poteva oltretutto usufruire dell'assistenza governativa britannica per i pellegrinaggi alla Mecca. Gli inglesi fornivano sostegno militare, ma anche contributi ai religiosi. Il malcontento verso il giogo coloniale non assunse così i connotati di estese sommosse. Il dominio inglese fu “soffice” e mediato dal sostegno interessato dei poteri locali. Una politica vincente che alla lunga pesò sul bilancio di Londra. Ottomani e tedeschi nella Prima guerra mondiale e il nazismo nella seconda non riuscirono a scalfire l'impero inglese.

 

Nel libro Quarto Livello di Carlo Palermo (Editori Riuniti -1996) si sottolinea come le SS e i nazisti si rifacessero ai Cavalieri dell'Ordine Teutonico, riconosciuti dal papa nel 1198, e nel cui Ospedale di Santa Maria di Gerusalemme potevano entrare solo i tedeschi. Amin al-Husseini, dal canto suo, si vantò di aver convertito Hitler all'Islam. Di certo il Führer non fu mai musulmano, il Gran Muftì era solito vantarsi di ogni cosa anche se falsa. Tuttavia c'erano collegamenti tra Islam e nazismo. Il misticismo ascetico dei sufi e il culto del ritorno alla Madre Natura piacevano ai nazisti. Per Hitler l'Islam era una religione di guerrieri che avrebbe potuto benissimo adattarsi alle tribù germaniche. Su La Croix (gennaio 1940) anche il cardinale Tisserant denunciò le somiglianze tra nazismo e sufismo. La conquista del mondo era il sogno dei nazisti e dei califfi. Il sufismo era invece estraneo al mondo arabo tradizionale.

 

Gli unici capi arabi schierati apertamente con i nazisti furono al-Husseini e Rashid Ali al-Gailani che guidò il famigerato governo iracheno della “guerra corta”. Al-Gailani, si vantava di discendere da Abd al-Qadir al-Gailani un mistico del sec XII considerato uno dei padri del sufismo. Pure lui scappò a Berlino. Ambedue appartenevano alla Fratellanza Musulmana, un'organizzazione politica fondata in Egitto nel 1928 che si opponeva alle aristocrazie religiose islamiche rivolgendosi direttamente ai lavoratori arabi impegnati nel Canale di Suez e che cercava di coniugare la modernità con la tradizione islamica auspicando l'applicazione della sharia, l'odio verso gli ebrei e la nascita di una grande nazione che riscattasse gli arabi dall'umiliazione del dominio coloniale; più o meno come Hitler nei confronti del Trattato di Versailles.

 

I nazisti non appoggiarono il nazionalismo arabo. Al-Husseini chiese al Führer una dichiarazione congiunta a favore dell'indipendenza araba contro gli ebrei e il colonialismo ma la proposta cadde nel vuoto. Gli alleati dei nazisti, Italia, Spagna e Francia di Vichy, erano nazioni coloniali. La Germania aveva anche avuto un' alleanza nella Prima guerra mondiale con i turchi già dominatori del mondo arabo e fornito ispirazione ai giovani turchi e a Kemal Atatürk, un nemico per i Fratelli Musulmani.

 

I nazisti stabilirono un forte legame con l'Islam balcanico affidando al Gran Muftì il comando della famigerata Handschar, le SS bosniaco-musulmane, il cui simbolo era la scimitarra turca, che attuò lo sterminio degli ebrei bosniaci.

 

Nel dopoguerra al-Husseini riparò in Egitto e continuò la sua attività terroristica antiebraica con un appoggio anche della Lega Araba. Fu re Abdallah I di Giordania (ex Emiro di Transgiordania) a destituirlo dalla carica di Gran Muftì poco prima di essere lui stesso assassinato in un attentato al quale al-Husseini non era estraneo. Amin Al-Husseini morì a Beirut nel 1974 nove anni dopo Rashid Ali al-Gailani.

 

Per Mustafa Abbasi, storico arabo-palestinese del Telhai College (Israele), nella Seconda guerra mondiale la popolazione araba era schierata con gli inglesi (Haaretz del 31 maggio 2019). I 12.000 volontari arabo-palestinesi dell'esercito britannico combatterono contro i nazisti in Europa e in Africa pagando con la vita anche al fianco dei volontari ebrei della Brigata Ebraica, ma nella maggioranza dei casi in modo separato. Secondo Abbasi la popolazione araba era convinta che bisognasse sostenere i britannici contro i tedeschi. In gran parte l'élite arabo-palestinese con i numerosi regnanti mediorientali, tra i quali l'emiro della Transgiordania Abdallah e i numerosi capi tribù e capivillaggi, erano apertamente favorevoli agli inglesi. Il filo-nazista al-Husseini dunque non può essere ritenuto un leader palestinese perché la società arabo-palestinese era contro il nazismo. Nel marzo del 1949, secondo Yediot Ahronot un gruppo di profughi palestinesi avrebbero tentato di uccidere Al-Husseini come la vera causa della nakba, ossia l'esodo della popolazione civile palestinese durante le guerra civile del 1947-48, al termine del Mandato Britannico, e quella arabo israeliana del 1948 scatenata dai paesi arabi subito dopo la proclamazione dello Stato d'Israele.

 

 

Emanuele Azzità

 

 

Il Gran Muftì di Gerusalemme Hajj Amin al-Husseini a colloquio con Adolf Hitler

 

 

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