DICEMBRE 2020 ANNO XLV-226 KISLEV 5781

 

 

Libri

 

 

Apeirogon

Il conflitto arabo - israeliano e le geometrie non euclidee

di Beppe Segre

 

Un titolo complesso per un libro straordinario.

Apeirogon è la forma geometrica di un poligono con un numero infinito di lati di lunghezza qualsiasi. In greco apeiron significa illimitato, infinito.

Peraltro il termine “per” è la radice indo-europea per “provare, rischiare”.

Visto nell’insieme un apeirogon si avvicina alla forma di un cerchio, ma ad un ingrandimento ogni piccola parte appare come una linea retta. Ogni luogo è raggiungibile, ogni cosa è possibile anche se sembra impossibile. Allo stesso tempo si può arrivare in ogni luogo all’interno di un apeirogon e il senso dell’intera forma ci accompagna nel viaggio, anche quello che non è ancora stato immaginato.

 

Il libro

Si tratta di un’opera di cui si parlò molto al Salone del Libro di Torino dell’anno scorso, quando lo scrittore Colum Mc Cann annunciò l’intenzione di scrivere un libro sul conflitto arabo – israeliano.

Il libro è stato poi pubblicato quest’anno in olandese, inglese, francese, è stato osannato dalla critica dalla Civiltà Cattolica al Guardian, Spielberg ne ha acquisito i diritti per preparare la sceneggiatura per un nuovo film sulla storia del popolo ebraico, dopo Schindler’s List e Münich.

C’è anche stato un duro attacco pubblicato sul sito di Al Jazeera. La giornalista e scrittrice palestinese Susan Abulhawa ha scritto un lungo articolo dal titolo “Apeirogon: un altro passo falso colonialista dell’editoria commerciale”. In estrema sintesi: non ci può essere simmetria tra le condizioni degli israeliani, e quelle dei palestinesi, mentre questo libro - secondo la scrittrice palestinese - “mistifica la situazione della colonizzazione della Palestina presentandola come un ‘conflitto complicato’ fra due parti eguali”.

È da sottolineare che l’articolo è comunque accompagnato dalla dichiarazione di Al Jazeera: ”Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera”.

Si presenta come “romanzo” ma il nucleo principale dell’opera non è frutto di fantasia ma racconta le vite parallele di due persone reali e vive, Bassam Aramin, arabo musulmano, e Rami Elhanan, ebreo israeliano, che hanno combattuto in campi avversi, sono diventati grandi amici, l’arabo studia la storia della Shoà e l’ebreo sostiene la fine dell’occupazione. Entrambi hanno perso la bambina più piccola, uccisa dalla guerra.

Sono stati co-direttori in Parents’ Circle, l’associazione, che non ha uguali nel mondo, che riunisce famiglie israeliane e palestinesi che hanno avuto figli o altri parenti vittime della guerra e che dalla riflessione sulle sofferenze subite hanno sviluppato l’orrore per la guerra e imparato a dialogare con il nemico.

Il testo è suddiviso in tantissimi piccoli capitoli, la cui numerazione parte dal numero 1 e cresce regolarmente fino a 500, e poi salta a 1001, da 1001 si torna indietro, 500, 499, 498, … fino ad arrivare ad 1, Sono dunque in tutto 1001, e secondo alcuni commentatori 1001 evoca il libro Le Mille e una Notte: anche qui, come nelle Mille e una Notte si raccontano storie ed è in gioco la vita. Questa numerazione così strana evoca il concetto di simmetria: la storia dei due padri, la tragedia delle due bambine, la struttura del libro, le riflessioni sulla pace e sulla guerra: tutto si ripete.

Parola per parola, pausa per pausa, respiro per respiro.

Il capitolo centrale, 1001, presenta i due protagonisti della storia.

 

Rami

Il mio nome è Rami Elhanan, ho 67 anni, faccio il progettista grafico, sono israeliano, ebreo, gerosolimitano da sette generazioni. Potresti chiamarmi “laureato” in Shoah. Mia madre è nata nella Città Vecchia di Gerusalemme, da una famiglia ortodossa, mio padre è arrivato qui nel 1946, raramente ha raccontato cosa ha visto nei campi, tranne che qualche volta a Smadar, io ho avuto qualche problema a scuola, ma non grande. Poi ho iniziato a lavorare. Insomma, più o meno una vita normale. Sono padre di Elik e di Guy e di Yjgal, e anche di Smadar, l’ultima.

Smadar aveva tredici anni e si trovava per caso in Ben Yehuda Street a Gerusalemme, nel 1994, quando tre palestinesi, provenienti da un villaggio presso Nablus nella West Bank si fecero esplodere in un tratto di strada affollato, uccidendo otto persone, loro stessi e cinque passanti.

 

Bassam

Il mio nome è Bassam Aramin, sono palestinese, musulmano, arabo, ho 48 anni, ho vissuto in molti posti, in una grotta vicino a Hebron, poi sette anni in una prigione israeliana, adesso in una casa con giardino in Gerico vicino al Mar Morto. Mio padre allevava capre sulle colline, mia madre venne alla luce dopo 15 tra fratelli e sorelle. Erano nati in un villaggio vicino a Hebron, e lì erano vissuti i loro genitori e i loro nonni prima di loro. Vivevamo in una grotta, piena di libri, con i tappeti sulle pareti, fresca in estate e tiepida d’inverno, mangiavamo bene, eravamo felici allora, avevamo quello che desideravamo.

Quando ero un ragazzo, con i miei amici innalzai una bandiera palestinese nel campetto della scuola. Compimmo quest’atto, che era vietato perché era la nostra bandiera, perché, lo sapevamo, avremmo fatto impazzire di rabbia i soldati israeliani.

Sono il padre di Araab e di Areen e di Muhammad e di Ahmed e di Hiba e anche di Abir, l’ultima nata.

Abir aveva dieci anni, e fu uccisa da una sconosciuta guardia di confine in Gerusalemme Est. Era andata nel negozio vicino a scuola, a comperare dolcini, e fu colpita da un proiettile ricoperto di gomma. La bambina era ancora in vita, bisognava portarla all’ospedale, ma la strada dal checkpoint a Gerusalemme era chiusa. L’ambulanza è stata trattenuta a un checkpoint, per ore, e lei è morta giunta in ospedale.

Il Comandante della polizia di confine scrisse poi nel suo verbale che le pietre erano state lanciate da lì vicino e che i suoi uomini si trovavano in un pericolo mortale. Il militare che aveva sparato aveva solo 18 anni.

 

La struttura del racconto

Il racconto è dunque strutturato in capitoli indipendenti, di dimensioni e significato molto diversi.

Alcuni ritornano più e più volte, in unagonia infinita, sulle due vittime Smadar e Abir, e sono strazianti nel ricordare la bellezza delle bambine e la tenerezza degli affetti familiari, e per contrasto la descrizione atroce del corpo di Abir, cui un proiettile ricoperto di gomma, partito da 15 metri di distanza, abbastanza grande da essere visto, ma troppo grande per essere evitato, ha frantumato le ossa del cranio e del corpo di Smadar, frantumato e dilaniato dall’esplosione delle bombe.

Così Rami ricorda sua figlia: “Il suo nome si trova nel Cantico dei Cantici, uva della vite, frizzante, vivida, piena di gioia, bella, semplicemente molto bella. Era una brava studentessa, nuotava bene, sapeva ballare e anche suonare il piano, e amava il jazz. Noi la chiamavamo Principessa, era esattamente cosa sentivo per lei, ogni padre conosce questo sentimento”

Alla sera Rami leggeva a Smadar la versione per bambini di La Mille e una Notte in ebraico e gli occhi della bambina brillavano a sentire le avventure di Ali Babà e i 40 ladroni e di Aladino e la lampada magica.

Abir usciva da scuola e andava al negozio a comperare dolcini. Per due shekel avrebbe potuto comprare un braccialetto con la scritta “Mi ama, non mi ama”, invece comperò caramelline di tutti i colori, legate insieme a formare braccialetti. Ritornata vicino ai cancelli della scuola, Abir diede il secondo braccialetto a sua sorella. Lei non fece in tempo a mangiarli.

Altri capitoli riportano pensieri e azioni di personaggi importanti della storia e della cultura, che sono vissuti in tempi diversi, in ogni parte del mondo, e che riflettono sulla guerra, sulla vita e sulla morte.

Così leggiamo del carteggio dell’estate 1932 tra Einstein e Freud, i personaggi più autorevoli del loro tempo, che sentivano la responsabilità morale di fermare la guerra. Einstein domanda se sarà mai possibile “dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione per liberare la civiltà dalla fatalità della guerra”. Freud risponde dichiarandosi lusingato di essere stato interpellato, ma che non gli sembra probabile l’ipotesi di contrastare le tendenze violente dell’umanità. Propone comunque un’autorità centrale con il compito di controllare tutti i conflitti, ed oltre a questo ciò che si deve cercare è una “comunità di sentimenti”.

Così apprendiamo che Francois Mitterand, già Presidente francese, affetto da un tumore doloroso e senza speranze, partecipò ad una cena raffinata nella sua casa di campagna, con sua moglie, i suoi figli, i suoi amici più stretti, ed alla fine della cena si alzò in piedi, bevve un sorso di vino da una bottiglia di Château Haut-Marbuzet e dichiarò: “La sola cosa che interessa è vivere”. Dopo di ciò non mangiò più nulla e otto giorni dopo morì.

Ci sono riflessioni e principi morali come “la migliore jiad è quella per la conquista di se stessi”, e “è tradizione sia in Israele sia in Palestina - hachnasset orchim in ebraico, marhaba fi analgharib in arabo – di offrire pane e sale agli stranieri”. Si ricordano Gandhi e la decisione di contrastare il colonialismo britannico solo con metodi pacifici, Rav Hillel e l’amore per il prossimo, la via crucis di Gesù, Borges e i suoi racconti magici, John Cage e la sua sperimentazione musicale, pensieri ispirati da armi (kalashnikov, bottiglie Molotov, ….) o luoghi tragicamente significativi (Deir Yassin, Theresienstadt, …), ma anche le migrazioni di milioni di uccelli su nel cielo sopra Israele, dall’Europa all’Africa del Nord, oggetto di studi degli ornitologi israeliani e palestinesi, e centinaia di altri riferimenti a storie di ogni tempo e di ogni luogo, come tessere di un gigantesco puzzle che si ricompongono in un racconto straziante ma anche pieno di speranza, che è la vita.

Nel capitolo 500, nel punto centrale dell’opera Bassam dichiara: “quando hanno ucciso la mia bambina, hanno ucciso in me la paura. L’eroe fa un amico del suo nemico. Questo è il mio compito. Io posso fare tutto oggi. Certe volte mi sento come se provassimo a vuotare l’oceano con un cucchiaino. Ma un giorno il mio nipotino vivrà in pace. Deve succedere. È solo questione di tempo. Guarda il Sud-Africa, l’Irlanda del Nord, la Germania, la Francia, il Giappone e anche l’Egitto. Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe stato possibile? I tedeschi hanno ucciso sei milioni di ebrei, ed oggi, guarda, abbiamo un console israeliano a Berlino ed abbiamo un ambasciatore tedesco a Tel Aviv. Vedi, nulla è impossibile. Non ho più tempo per odiare. dobbiamo imparare. Investiamo nella pace, non nel sangue”.

 

Perché questo titolo?

L'Apeirogon si può intendere come il simbolo dell'umanità e del collegamento di ogni essere vivente con tutti gli altri, è dunque il simbolo di un cambiamento fondamentale del modo di pensare. Le ricerche sulle geometrie non euclidee consentirono di vedere la rappresentazione della realtà fisica da un nuovo punto di vista e di ripensare ad alcune entità ritenute immutabili fino ad allora, con l'elaborazione di nuovi concetti.

Allo stesso modo l'azione di Rami e di Bassam permette di concepire in modo completamente nuovo i rapporti con i nemici e di immaginare un futuro diverso.

Nella geometria dell’Apeirogon ogni luogo è raggiungibile, ogni punto può essere toccato anche se sembra impossibile.

Beppe Segre

 

Colum Mc Cann, Apeirogon, a novel, Bloomsbury Publishing London, 2019, pp.463, £ 18,99

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