DICEMBRE 2020 ANNO XLV-226 KISLEV 5781

 

 

Libri

 

 

La generazione del deserto

 

di Anna Segre

 

 

Siamo una generazione di nati nel viaggio, siamo clandestini alla vita, sospesi a metà, nati dopo la schiavitù e prima della libertà. Così Lia Tagliacozzo descrive la sua generazione, che è anche la mia, la generazione di chi non ha vissuto la Shoah ma ancora non appartiene del tutto al dopo perché le ferite sono troppo profonde e recenti. Una generazione cresciuta in un periodo in cui di memoria non si parlava quasi per nulla, a cui le storie di famiglia sono state narrate a pezzi e bocconi, e talvolta taciute, e che solo ora con fatica cerca di ricostruirle. In verità ci sono anche famiglie come la mia in cui le vicende relative a nascondigli, fughe, false identità, vita da profughi sono state ripetute spesso, e raccontate a noi bambini fin da quando eravamo piccoli, ma anche in questo caso le vicende perdevano di concretezza, assumevano i contorni della fiaba o del racconto di avventure, richiamavano la nostra attenzione su alcuni dettagli e ne tralasciavano altri. Quindi forse anche noi a cui è stato narrato molto ci ritroviamo a volte confusi e spaesati come quelli a cui è stato raccontato troppo poco.

Lia Tagliacozzo è più o meno mia coetanea ma le vicende della sua famiglia, soprattutto dal lato paterno, durante la Shoah, sono state ben più terribili di quelle della mia e questo spiega il diverso rapporto con la memoria. Nel suo caso il percorso di riscoperta ha richiesto decenni e tuttora non può dirsi del tutto concluso. Il racconto alterna sapientemente le vicende di allora e la storia di come e quando sono venute alla luce, tra ricerche, domande destinate a rimanere senza risposta e rivelazioni improvvise. Quasi un giallo, con indizi, testimoni, scoperte e colpi di scena inaspettati (che quindi non ritengo sia corretto raccontare: mi limiterò a dire che alcuni punti mi hanno fatto stare così male da non dormirci la notte mentre provavo a immaginare cosa possa significare per un’adolescente scoprire una verità così sconcertante).

Il libro inizia descrivendo con divertente cattiveria una serata in un centro culturale ebraico romano con un gruppo di giovani scrittori ebrei italiani. È dal confronto con loro, “cattivi e arroganti in un modo cerebralmente vezzoso, deliziosamente irritante” che nasce il titolo, che assume su di sé consapevolmente il peso di tutte le reminescenze bibliche che evoca. I riferimenti al Tanakh e alla cultura ebraica sono infatti continui e non banali. Così come sono intelligenti e mai banali le riflessioni e le digressioni che spesso accompagnano la narrazione.

Nell’alternanza continua dei piani temporali, spesso collegati dal ritorno degli stessi luoghi e degli stessi oggetti, conosciamo a poco a poco le vicende della famiglia Tagliacozzo, di Roma e della famiglia Cividalli di Firenze, narrate prima separatamente, anche se con continui rimandi le une alle altre, e poi successivamente accostate nel penultimo capitolo, “emersioni”, in cui si parla di nuove scoperte su entrambi i fronti. Non mancano i riferimenti alla vita dell’autrice e della sua famiglia di oggi, genitori, fratelli, marito, figli, e al loro rapporto con la memoria. E così il libro, anche se in apparenza parla di cose di cui si è parlato molto (sulla Shoah in Italia crediamo di sapere molto di più di quanto sappiamo realmente), è comunque una lettura affascinante, e ancora di più lo è per chi, come me, si ritrova in pieno in molte riflessioni e considerazioni. In particolare le domande incalzanti (per esempio, come ci si può sentire a chiudere la porta ci casa senza sapere se e quando si tornerà?) aiutano a capire che la persecuzione non è stata una passeggiata per nessuno, nemmeno per i salvati. Importante anche il richiamo della nostra attenzione sulle vittime che potremmo definire indirette della Shoah, i malati che in clandestinità non hanno potuto essere curati adeguatamente o che sono stati costretti ad affrontare viaggi e spostamenti che ne hanno peggiorato le condizioni di salute. Due capitoli simmetrici e opposti si intitolano “storia di un giusto”, quello che salvò la famiglia materna dell’autrice, e “storia di un infame”, colui che tradì il nonno paterno; il nome di costui, chi lo conosceva/conosce e chi decise/decide di svelarlo o tacerlo, costituisce una sorta di giallo ulteriore, ricco di colpi di scena inaspettati. Infine l’ultimo capitolo, Inventario, è quello che maggiormente si apre all’oggi e al domani.

Un libro intelligente, scritto bene, che aiuta a pensare.

Anna Segre

 

 

Lia Tagliacozzo, La generazione del deserto. Storie di famiglia, di giusti e di infami durante le persecuzioni razziali in Italia, Manni,2020, pp.256, € 16

 

 

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