DICEMBRE 2020 ANNO XLV-226 KISLEV 5781

 

 

 

Non ti farai idolo

di Federigo De Benedetti

 

 

C'è gente che dichiara: “Ammiro gli ebrei per l’enorme contribuito che hanno dato al progresso della nostra cultura”, affermazione lusinghiera ma che può dare spazio ad alcune domande: è un criterio corretto per giudicare un popolo - cosa comunque azzardata, che per inciso a me fa venire in mente motti del Ventennio come “Gli Italiani sono un popolo di santi poeti e navigatori’?” Di più: non ci sono mai stati cretini fra gli ebrei, o anche solo illetterati? E poi: perché lo stesso pensiero viene espresso solo a proposito degli ebrei e non dei russi, dei tedeschi… e a questo punto degli antisemiti (Shakespeare, Voltaire, Maupassant, Schiller, Henry Ford ecc.)?

E poi cosa si intende per ‘nostra’ cultura? Perlopiù con questa espressione ci si riferisce a un progresso legato alle opere e agli autori importanti dell’età moderna. Ma quali autori e artisti e opere sono “importanti” e cos’è “il progresso’”? Le Cantate di Bach sono importanti; e la canzone “Io sì (Seen)” di Laura Pausini? E le opere del marinista Francesco Fulvio Frugoni? E I cipressi che a Bolgheri del Carducci?

“Io sono un Dio geloso” vuol dire, credo, che anche la sua Creazione – cielo, mare, terra, piante, uccelli, pesci, animali, esseri umani in qualche modo è gelosa, teme l’affermarsi di tutto ciò che non è vita, le icone e i suoi adoratori. Penso a Tullio Levi: Tullio aveva una vita culturale intensa, visitava mostre, musei e città, leggeva una quantità di libri, amava la musica (non era uno snob, gli piaceva La Traviata), ma ciò non gli impediva di avere un’intensa vita sociale: amava la sua famiglia, la Comunità, aveva molti amici giocava a Burraco; e in più curava tre orti (il suo e quelli dei figli) e, possibilmente con altri, faceva gite in montagna, sciava, saliva sul cratere dello Stromboli, nuotava, andava in barca a vela: non aveva idoli.

«… penso che l'arte sia la forma di vita di chi veramente non vive: un compenso o un surrogato» (Montale).

Nella Bohème il poeta Rodolfo, per mitigare il gelo nella stanza, butta nella stufa le pagine delle sue poesie, accompagnando il gesto con una risata: ragazzi, il freddo è freddo.

Alcuni passano gran parte della vita in luoghi chiusi: biblioteche, musei, teatri, cinematografi, chiese, cappelle, sacrestie: non c’è un po’ di solipsismo in tutto ciò?

I promessi sposi sono un capolavoro indiscusso, ma Manzoni era sessuofobico, afflitto da agorafobia, distonico, scisso fra le due educazioni ricevute, una religiosa e l’altra illuministica, pietoso nei confronti di alcuni ma sprezzante delle folle, e pessimo padre.

D’accordo quasi totalmente sull’amore per capolavori delle arti, per carità, purché prima vengano le notti stellate e le distese di girasoli, poi i quadri di Van Gogh, e prima i pastori d’Abruzzo in carne e ossa, anche se buzzurri e ignoranti al punto da non capire una parola di italiano, e dopo, molto dopo, la stupenda poesia di D’Annunzio - il quale del resto si guardava bene dal frequentarli, i suoi pastori, anche perché puzzavano. Alcuni dicono che il Vate è stato l’inventore dell’olio di ricino usato per “ridurre alla ragione” gli avversari; non so, comunque preferirei che il legame fra le opere e i loro autori non fosse sempre l’Attak, ma in molti casi lo sputo. Vogliamo parlare di Céline? No, preferirei di no.

Il ragionier Fantozzi specialmente nei confronti del suo “Direttore megagalattico” era un gran leccapiedi, ma volete mettere Virgilio quando si arruffianava Mecenate e Augusto?

Mi chiedo se non sia quantomeno eccesivo che l’ammirazione per quelle opere si estenda senza riserve oltre che agli artisti anche ai loro maestri, discepoli, discepoli dei discepoli, luoghi in cui sono nati o dove sono vissuti, nonni, fratelli e sorelle, amanti, amici, governanti, cameriere… e per contro nella bollatura a fuoco dei giovani che nei weekend invece di andare alla Galleria Sabauda si intruppano in piazza Vittorio e in vita loro è tanto se hanno letto un libro che sia uno? In questo periodo gli assembramenti sono assolutamente da evitare, ma per ragioni sanitarie, e non solo in piazza Vittorio ma anche alla Sabauda.

Silvia, la giovane figlia del cocchiere di casa Leopardi dagli occhi ridenti e fuggitivi, chissà se, incolta e tamarra anche lei, non partecipava, a Recanati, allo struscio domenicale antenato della movida? E non sono adorabili ben oltre i versi di Leopardi, le cassiere dei supermarket dagli occhi ridenti e fuggitivi al di sopra delle mascherine e in genere la gioventù che lascia le case, e per le vie (e le piazze) si spande; e mira ed è mirata, e in cor s’allegra?

Quanti giganti del pensiero hanno rivendicato una propria superiorità - anche rispetto alla politica - che a ben vedere si manifestava solo in una direzione? Gadda ad esempio amava l’ordine, per anni era stato in piena sintonia con l’ideologia fascista e solo nella seconda metà del ’44, a Firenze, press’a poco in coincidenza con la liberazione della città, concepì il progetto di Eros e Priapo, per la critica “un violento pamphlet contro il fascismo”, in realtà più ancora contro le donne – Gadda era un furioso misogino - in cui non si fa cenno alla Guerra dì’Africa né a quella Mondiale (prima di allora approvate senza riserve) e neppure alle leggi razziali. Anche Borges si definiva antifascista, ma era un ammiratore del dittatore Videla ed era stato commensale di Pinochet, che aveva evitato che il Cile (con Allende) sprofondasse nel caos del comunismo (!). Entrambi, in fin dei conti piccoli borghesi non meno di noi, antifascisti tardivi, ben che vada alla Badoglio.

Duchamp beffeggiava il culto dei capolavori; perché a noi non dovrebbe essere consentito? A un certo punto della sua vita Gauguin si recò in Polinesia, dove “si mise” con una nativa di tredici anni, che riteneva adatta per realizzare gli obiettivi artistici che si era prefisso, ma dopo qualche tempo la lasciò, andandosene da un’altra parte. Da noi oggi il turismo sessuale, oltre che reato grave, è considerato moralmente ripugnante, ma tant’è.

Alla fine del romanzo Lezioni di anatomia, Philip Roth, scrittore anche nella finzione, viene ricoverato in ospedale dopo anni che soffriva di una male che alla fine era parso incurabile; lì se Dio vuole invece guarisce; guarisce ma per precauzione viene trattenuto per qualche giorno; non sapendo cos’altro fare passa il tempo a girare per le corsie, vedendo ogni tipo di malati, finché capisce di aver finora considerato le sofferenze altrui solo come materiale per il suo lavoro.

Immagino che Monna Lisa abbia fatto da modella (da materiale) a Leonardo per tutti i quattordici anni che gli ci vollero, a lui, per portare a termine la Gioconda. Intanto la vita fluiva, ma con una lentezza… “Maestro mi prude il naso”, “Mi scappa di far acqua”, “A star sempre qui seduta mi fa male il culo”,”Ho le formiche ai piedi…” Era una donna reale con tanto di mestruazioni e via dicendo, e negli anni lentamente sfioriva (ma lui si rendeva conto che ogni tentativo di star dietro a quei mutamenti sarebbe naufragato?) La Gioconda era e continua a essere una cosa “destinata all’eternità”, eppure presenta screpolature, “craquelure”, segni evidenti di invecchiamento del dipinto: possibile, anche lei?

In fin dei conti neanche gli idoli sono eterni, tutto si corrode.

Federigo De Benedetti