DICEMBRE 2020 ANNO XLV-226 KISLEV 5781

 

 

 

 

L'incontro tra culture, l'Occidente, l'Islam

di Giorgio Gomel

 

L'incontro interculturale

In un 2009 che appare lontano Barack Obama in un discorso tenuto all’Università del Cairo affrontò la questione del rapporto fra Occidente e Islam sul piano della democrazia, dei diritti umani, della parità della donna, della libertà religiosa. Una filosofia ispirata al pluralismo, al rispetto delle differenze di culture, etnie, religioni che dovrebbe tuttora insegnare qualcosa a noi europei, in un’Europa dominata dal rigetto dello straniero e del diverso, impaurita dal suo trasformarsi in una società multietnica, chiusa nell’ossessione della sicurezza e della difesa di un’identità autoctona, localistica.

L’incontro tra culture e “diversità” è un fatto problematico in quanto impone a individui e gruppi di ripensare la definizione di sé, l’identità. L’identità umana si forma come intersezione di molteplici riferimenti o appartenenze collettive. All’ossessione della differenza e delle gerarchie fra identità, propria di atteggiamenti razzisti, non bisogna però opporre il mito di un’uguaglianza astratta fra gli uomini, perché le differenze esistono ed è il confronto fra di esse a generare progresso. Occorre evitare “l’avvento di un mondo in cui le culture, animate da una passione reciproca, non aspirassero ad altro che a celebrarsi l’un l’altra, in una confusione in cui ciascuna di esse perderebbe il fascino che avrebbe potuto esercitare sulle altre, e la propria ragione di esistere[1]

La tolleranza dell’altro, come principio su cui fondare le relazioni umane, poggia sulla capacità di affermare la propria identità e nello stesso tempo di riconoscere nell’altro le differenze e un uguale diritto di affermazione delle stesse. L’identità non va però affermata in modo esclusivistico, etnocentrico. L’individuo o il gruppo devono essere disposti a mettere in dubbio i propri riferimenti culturali ponendoli in rapporto e anche in conflitto con quelli dell’altro. Nella storia dell’Occidente troppo spesso concezioni falsamente universalistiche, totalizzanti – di matrice cristiana, illuministica o marxista – hanno negato le differenze, rifiutando come residuo o reazione al progresso o alla redenzione ogni specificità culturale altrui.

In generale non ritengo che vi siano ricette facili per lo sviluppo di società multiculturali. Pensare che il conflitto tra culture possa essere soppresso è illusorio, ma trovare gli antidoti perché le relazioni interculturali siano sì dialettiche, ma non di dominio non è possibile, se non si abbandona la vecchia prassi per cui la cultura minoritaria è chiamata ad assimilarsi a quella egemone.

 

 Occidente e Islam

 Ritengo un errore cedere alle seduzioni del relativismo più volgare secondo cui i sistemi di valori sono uguali e indistintamente validi. Vi sono diversità “neutre” – attinenti al modo di vestire, di mangiare o di comunicare – che non implicano gerarchie di valori. Per esempio, sulla questione del “velo” un atteggiamento liberale nella tradizione del pluralismo culturale di tipo anglosassone va preferito ai dettami della “laicité” francese che ne impone assolutisticamente il divieto. Ma vi sono diversità relative a valori fondamentali - i diritti umani, la parità fra i sessi, la democrazia, le libertà individuali - che distinguono le società.

 La mancanza di democrazia è il limite maggiore del mondo arabo-islamico, dominato da regimi autoritari e percorso dall’agitazione di movimenti integralisti che raccolgono il consenso di masse depauperate e oppresse da quei regimi. L’estremismo politico e religioso islamista si nutre del risentimento e della frustrazione degli esclusi dalla società. Così trovano consenso, come soccorritori dei poveri e dei disperati, come fornitori di una rete di assistenza sociale alternativa a quella dello stato burocratico, movimenti come Hamas nella striscia di Gaza o la Jihad islamica in Egitto. Per questo occorre annientare politicamente e militarmente la violenza integralista, il fanatismo di un Islam wahabita, che glorifica in un’apoteosi di nichilismo omicida l’atto di “martirio”; ma bisogna anche comprendere ed agire al fine di estirpare le radici di questo male, con il progresso economico-sociale, la democratizzazione, la partecipazione dei giovani e delle donne alla forza lavoro, la liberazione della politica dal dominio della religione.

       Giorgio Gomel


[1] Claude Lévi-Strauss, prefazione a Le regard éloigné, Plon, 1984

 



Leo Contini, Dipinto frammentato

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