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MOSTRE

 

Il Museo di Arte Ebraica Italiana è lieto di presentare:

Mantova a Gerusalemme

Mostra-web virtuale e interattiva

 

La mostra è accessibile nel Portale Nazionale dei Musei di Israele

 

למעבר לתערוכה לחצו כאן

Per entrare nel sito in Inglese :  premere qui press here

 

Siete invitati a entrare nel sito-web e a scoprire la storia della Comunità di Mantova dal secolo XI all’inizio del XX, a visitare virtualmente a volo d’uccello la cittá, a scoprire scorci di vita della Comunitá ebraica mantovana attraverso foto e video; ad ascoltare la musica ebraica composta in quella cittá; a visitare le sue sinagoghe attraverso un tour a 360 gradi. Non perdetevi una spettacolare visione in 3d dell’arca santa del secolo XVI, oggi custodita presso il Museo di Arte Ebraica Italiana a Gerusalemme.

 

Progetto e cura: Dr. Andreina Contessa

Web-design: Prof. Moshe Caine

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


COMUNICATI

 




Fondazione MEIS di Ferrara (Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah)

 

COMUNICATO STAMPA

Si sono insediati oggi (11.1.2016) il nuovo Presidente - Dario Disegni - e il Consiglio di Amministrazione della Fondazione MEIS di Ferrara (Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah), rinnovati lo scorso 28 dicembre dal Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini.

L'insediamento è avvenuto presso la sede della Fondazione (Via Piangipane, 81) alla presenza del Sindaco di Ferrara, Tiziano Tagliani, mentre il Ministro Franceschini, che avrebbe dovuto partecipare personalmente, ma che impegni istituzionali hanno trattenuto a Roma, ha fatto comunque pervenire al Consiglio un caloroso messaggio di saluto e l'augurio di buon lavoro, ribadendo il sostegno del Ministero al nascente Museo.

Il primo adempimento del Presidente Disegni, che da oltre vent’anni riveste posizioni di responsabilità nel mondo delle fondazioni e delle istituzioni culturali e museali, e del CdA è stata l'approvazione di un avviso di selezione per l'individuazione della figura del Direttore del MEIS, avviso che verrà pubblicato domani (martedì 12 gennaio, ndr) sul sito www.meisweb.it.

L'approvazione dell'avviso di selezione rappresenta un ulteriore passo verso la realizzazione del MEIS di Ferrara, cui contribuiranno in misura decisiva, nei prossimi due anni, i sette milioni di euro stanziati attraverso il Piano Strategico Grandi Progetti Culturali del MiBACT.

Dario Disegni è Presidente della Fondazione Beni Culturali Ebraici in Italia e della Comunità ebraica di Torino. È, inoltre, membro degli organi direttivi di varie istituzioni culturali e museali, tra le quali la Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino e il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano.

Il CdA della Fondazione MEIS è composto da Carla di Francesco (nominata dal MiBACT), Renzo Gattegna (Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), Massimo Maisto (Vicesindaco del Comune di Ferrara) e Massimo Mezzetti (Assessore alla Cultura della Regione Emilia-Romagna).Ufficio Stampa MEIS - Fondazione Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah

Daniela Modonesi

333 2537218 • ufficio.stampa@meisweb.it0532 769137 • info@meisweb.it • www.meisweb.it

 



 

Resoconto sulla riunione di JSTREET, Washington, febbraio 2017

JSTREET , Israele e Palestina, ma anche l’America funesta di Trump

 

Negli ultimi giorni di febbraio Jstreet ha riunito a Washington nel suo incontro quasi annuale oltre 3000 partecipanti, un record nei suoi otto anni di esistenza, di cui oltre 1000 studenti.  Un impegno politico e organizzativo che riflette in parte la reazione veemente all’elezione di Trump alla presidenza, il rigetto della xenofobia che ha inquinato la campagna elettorale, la difesa dei diritti degli immigrati e  del pluralismo religioso e culturale cosi’ radicata nell’ethos degli ebrei americani e  l’apprensione circa gli atti antisemiti che hanno segnato questi primi mesi del 2017.

La forza di Jstreet sta nei numeri e nella vitalità di un movimento formatosi in antitesi con gli organismi ossificati  dell’ebraismo ufficiale  per lo più   pedissequi nel sostegno acritico ai governi di Israele, vilipeso  dagli uni e dagli altri come “nemico” di Israele e che invece ha saputo affermarsi e legittimarsi come parte importante dell’opinione pubblica ebraica in favore di Israele e della pace nella raccolta di fondi, nell’azione di lobbying al Congresso, sui media e nelle università. Lo dimostrano in quella sede gli interventi di Sanders, candidato alle primarie del partito democratico, Kaine, candidato vicepresidente con la Clinton, Pelosi,  leader della fazione democratica al Congresso  , Albright, segretario di stato negli anni clintoniani. Interventi in cui hanno risuonato con forza  la tradizione di voto ebraico per il partito democratico  - il 70 per cento anche nelle elezioni del novembre scorso - e il prevalere fra gli ebrei americani di un un’opinione progressista su questioni come l’immigrazione, la giustizia sociale, la separazione fra stato e chiesa,  i diritti civili delle minoranze. Un rapporto quasi idillico consolidatosi fra gli ebrei americani e il loro paese dagli anni ’50 del secolo scorso, segnato dalla loro integrazione nella società americana, dal successo in campo economico, socio-culturale, accademico, dal loro impegno nella battaglia contro le discriminazioni di cui soffrono le altre minoranze, rischia di frantumarsi in un’America chiusa in un nazionalismo aggressivo e  retrivo. In questo senso anche in seno al mondo ebraico dissensi e divisioni si fanno più acute. Mentre alcuni organismi ufficiali (AIPAC, Conference of Presidents), alcuni ebrei vicini alla corte di Trump (Kushner, Miller, l’ambasciatore designato in Israele Friedman) e Netanyahu difendono l’amministrazione Trump, filoisraeliana, ma con componenti antisemite,  Jstreet e altri movimenti “liberal”, ma anche un’organizzazione moderata come la Anti-defamation League,  lo criticano fortemente e combattono l’ondata di intolleranza verso altri soggetti deboli o emarginati.[1] Esemplare a questo proposito è stata la forte reazione contro il  divieto di ingresso  imposto agli immigrati da paesi mussulmani.

Anche il rapporto fra ebrei americani e Israele  si farà più  complesso e percorso da fratture. In una sessione sul tema Dahlia Scheindlin, di Mitvim - un think tank israeliano dedito a temi di politica estera -  e Noa Sattath, donna rabbino e direttrice dell’Israel religious action center del movimento riformato, hanno sottolineato la distanza crescente fra le opinioni prevalenti fra gli ebrei americani e quelli israeliani  in materia di democrazia , diritti umani , difesa delle minoranze, pluralismo religioso. Anche in base a indagini condotte dal Pew Research Center, mentre per i primi quei valori sono primari, per i secondi sono meno importanti ;  fra gli israeliani invocare i diritti umani implica spesso per riflesso condizionato difendere i palestinesi, il “nemico” ingrato e irriducibile.  In parte è una condizione  oggettiva a dissociare America o Diaspora e Israele su questo fronte: nella Diaspora gli ebrei sono una  minoranza e in quanto tale la tutela della democrazia e delle identità specie di minoranza sono per essi  una necessità esistenziale;  in Israele invece  gli ebrei sono maggioritari in uno stato “ebraico” retto da un governo “ebraico”.  La destra nazional-religiosa invoca e usa strumentalmente   valori “ebraici”, spesso pervertiti in chiave integralista,  mentre la sinistra invoca quelli della democrazia liberale.  Ciò rimanda alla questione spinosa e  irrisolta della natura di Israele come Stato ebraico e democratico, il come assicurare che Israele  sia  “lo  Stato degli ebrei” ma anche una democrazia per tutti i suoi cittadini, inclusi gli arabi e gli immigrati da paesi sottosviluppati che soffrono di disparità acute nell’istruzione, nell’allocazione della terra per abitazioni,  nel mercato del lavoro.

Su Israele, i palestinesi, le prospettive di pace, il dibattito ha oscillato fra la diplomazia e i movimenti della società civile. Domina il pessimismo circa la prima perché il governo al potere in Israele, sotto l’influenza della destra annessionista e contraria alla soluzione “ a due stati”, non propone altro che la difesa dello status quo, la continuazione dell’occupazione e uno stato binazionale dove i palestinesi saranno privi di diritti e ed ebrei ed arabi saranno attanagliati in una perenne guerra interetnica;  perché i palestinesi sono deboli, divisi fra Fatah e Hamas,   osteggiati dai paesi arabi e incapaci di decidere ;  perché manca un mediatore capace di forzare le parti al compromesso, siano gli Stati Uniti nell’era trumpiana, l’Europa in crisi di “disunione”, la Russia  protettrice del regime siriano o gli stati arabi potenziali alleati di Israele contro l’ISIS e la minaccia iraniana ma esitanti, malgrado l’offerta di pace della Lega araba ad Israele, nel dare ai palestinesi il sostegno economico e politico necessario per dare robustezza ad un accordo con Israele.  Lo ha ribadito  con realismo amaro Martin Indyck, che fu il negoziatore principale a fianco di Kerry nella lunga mediazione fra Israele e ANP del 2013-14.

Uno spunto importante è venuto in una sessione dedicata ai temi di sicurezza, in cui Commanders for Israel’s security - che raggruppa ex alti ufficiali dell’esercito e dell’intelligence  - ha esposto un piano di sicurezza per una soluzione del conflitto fondata sui due stati. Israele dovrebbe ultimare la costruzione della  “barriera di sicurezza”, impegnarsi a non costruire nuovi insediamenti al di là di questa, accettare in linea di principio l’offerta di pace della Lega araba, fissare un orizzonte per il suo ritiro unilaterale dal resto della Cisgiordania, conservando una presenza militare lungo la valle del Giordano per qualche tempo, per essere poi rimpiazzata da una forza multinazionale[2]

Più ottimismo invece nella società civile, circa l’impegno soprattutto delle ONG ad agire dal basso per sostenere  forme di convivenza fra i due popoli con l’auspicio che questo possa ridurre la barriera di diffidenza ed ostilità e tradursi  nel medio periodo in iniziativa politica. Per questo è necessario che l’opposizione in Israele affronti più apertamente temi sociali (istruzione, disuguaglianza) e non solo la questione della pace e della guerra, per formare un fronte che includa le classi diseredate, i mizrachim, gli ultraortodossi, sensibili a questi temi ma portati a votare per i partiti della destra. Fra i palestinesi, alla ricerca di una leadership moderna e moderata,  in assenza dal 2006 di elezioni per il Presidente e il Parlamento,  con un corpo politico diviso in tre tronconi - la Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza -  e, infine, con una sovranità di fatto  limitata persino nelle zone A e B della Cisgiordania, mentre nella zona C Israele esercita il pieno controllo,  gli insediamenti si estendono e l’attività edilizia ed economica dei palestinesi è soffocata,  molti spingono ad un’azione non violenta e diffusa di resistenza. Fallite la strada della trattativa e quella della violenza terroristica, una leadership alternativa potrà formarsi, più tecnocratica - come fu con Salam Fayyad, Primo ministro di Abu Mazen poi dimessosi - e  meno dipendente dall’OLP.


[1] Cfr. Mio articolo “ Trump, l’antisemitismo e gli ebrei americani”, Ha-Keillah n.5, 2016

[2] Security first, www.en.cis.org.il

 


 

La campagna SISO - Salva Israele, ferma l’occupazione - procede: le azioni prossime.

 

Il movimento SISO  promosso nei mesi scorsi  da un appello di 500 israeliani agli ebrei del mondo (v. sotto) si è irrobustito e organizzato con l’adesione e il sostegno appassionato di molti ebrei in più paesi della Diaspora. Condenso con brevità le indicazioni scaturite da un incontro  svoltosi alla fine di febbraio a Washington, che ha riunito  israeliani ed ebrei d’Europa, Nord America e America Latina per  definire soprattutto un piano d'azione fino a giugno.

Circa 30 movimenti e organizzazioni hanno aderito in Israele all'appello di SISO per un'azione comune di opposizione ai 50 anni dell'occupazione israeliana dei territori palestinesi.  Una minoranza in Israele, come noto, ma forse una "maggioranza silenziosa" di ebrei del mondo sostiene questa battaglia. Come fare emergere questo "silenzio", spesso  motivato da  sentimenti diversi - paura di esporsi, apprensione rispetto all'essere denunciati come utopisti, visionari o traditori, conformismo, scetticismo  circa la nostra stessa capacità di influire sugli eventi, rassegnazione alla mutazione tribale e sciovinista di Israele vissuta come ineluttabile - e spingere gli ebrei della Diaspora ad un'azione coesa e comune con quella minoranza di israeliani preveggenti è il compito che ci attende.

La dicotomia fra i valori morali dell'ebraismo e il sostegno acritico e indifferenziato a Israele si è fatta più acuta. Essa è evidente nel dibattito fra gli ebrei americani dopo la vittoria di Trump, uno dei temi dominanti nella conferenza di Jstreet che per nei due giorni successivi ha occupato 3000 persone, di cui oltre 1000 giovani.

Il programma che si è definito prevede quanto segue :

1- Seder di Pesach "alternativo" dell'11 aprile, da celebrarsi in sinagoghe, comunità, associazioni nel mondo, sulla base di testi preparati da Amos Oz, Leon Wieseltier, Jeffrey Sachs, Michael Walzer e altri pensatori, imperniati sul tema della libertà e liberazione, incompatibili con un regime di oppressione di un altro popolo, e del simbolismo del Giubileo biblico che nel 50esimo anno esige la liberazione degli schiavi.

2- Cerimonia del Ricordo delle vittime (Yom Ha-Zicharon) del 30 aprile. Da alcuni anni Combatants  forpeace e Parents’ Circle,  Ong israelo-palestinesi  celebrano  a Tel Aviv nel giorno ufficiale del Ricordo una cerimonia comune di ricordo di vittime di guerra e terrorismo delle due parti. L'idea è di trasmettere via live streaming una traduzione inglese dei discorsicommemorativi  la sera del 30 aprile e di svolgere in comunità, centri giovanili, sinagoghe, ovunque sia possibile, un momento di raccoglimento simbolico in parallelo.

3- Manifestazione indetta da Peace Now e molti altri movimenti e Ong contrari all'occupazione che  si terrà a piazza Rabin a Tel Aviv, la sera del 3 giugno. Parteciperanno ebrei della Diaspora aderenti a Jstreet, Jcall Europa - fra cui diversi italiani - e altri movimenti. Nei giorni successivi ci uniremo anche a una marcia della pace che si snoderà lungo la Linea verde, il confine di Israele pre-1967. Nei paesi della Diaspora si terranno quella sera veglie davanti alle Ambasciate di Israele con consegna di petizioni firmate, in sostegno ai temi della manifestazione.

4-  Fra le attività educative circa l'occupazione e i suoi costi, proiezione di film: “i coloni” di Shmuel Dotan, sulla formazione, l’ideologia e i guasti del movimento degli insediamenti e i "disturbatori" della pace, promosso da Combatants for Peace, sulle loro storie vissute di militari e terroristi-guerriglieri votatisi alla riconciliazione e alla pace.

 


La legge israeliana sulla legalizzazione degli insediamenti è immorale, antitetica ai valori ebraici e antidemocratica.

La legge detta di “regolarizzazione” testé approvata dal Parlamento israeliano legalizza retroattivamente insediamenti e strutture edificate su terreni di proprietà privata di palestinesi e delinea un quadro giuridico per futuri espropri. Per la prima volta dall’annessione di Gerusalemme il Parlamento di Israele legifera su territori palestinesi al di là dei confini internazionalmente riconosciuti. Proseguendo su questa strada i dirigenti di Israele porteranno alla scomparsa di uno stato di Israele ebraico e democratico. La condanna del mondo è unanime, compresi amici tradizionali quali il Regno Unito, l’Olanda, la Francia, la Germania e l’Unione europea nelle parole di Federica Mogherini. Netanyahu non ne sarà sorpreso in quanto lui stesso si era inizialmente opposto al voto del Parlamento, così come numerosi esperti legali e militari.

Perpetuare e legalizzare l’occupazione significa distruggere i fondamenti del progetto sionista: costruire uno stato del popolo ebraico fondato sulle norme della democrazia. Come il procuratore generale Mandelblit ha indicato il testo non resisterà all’esame della Corte suprema presso la quale già due ONG israeliane e 17 municipalità palestinesi hanno depositato un ricorso.

JCALL condanna la legge e fa appello alle istituzioni ebraiche d’Europa perché facciano sentire la loro voce come le numerose associazioni ebraiche americane che non hanno esitato ad esprimere pubblicamente le loro riserve rispetto ad una legge che se adottata in modo definitivo sarebbe immorale, antidemocratica e antitetica ai valori ebraici.

 

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SISO - Salva Israele, ferma l’occupazione

500 personalità israeliane hanno sottoscritto una dichiarazione-appello agli Ebrei del mondo perché si uniscano in un’azione comune rivolta a porre fine all’occupazione dei territori palestinesi. Un appello alla Diaspora perché non sia spettatrice silente e rassegnata dinanzi al pericolo che il persistere dell’occupazione conduca ad uno stato bi-nazionale senza diritti per i palestinesi e al degrado della democrazia all’interno stesso di Israele.Fra i firmatari (l’elenco integrale è disponibile sul sito www.siso.org.il) vi sono intellettuali, scrittori e artisti fra i più noti in Israele, accademici, fra cui un Premio Nobel e 48 vincitori del Premio Israele, ex-alti ufficiali dell’esercito, ex-ministri, parlamentari e diplomatici. Documenti sui programmi di SISO saranno disponibili anche in italiano su una pagina dedicata del sito www.jcall.eu. Al fondo dell'appello vi è modo di esprimere la propria adesione alla petizione che vi invitiamo a fare come risposta degli Ebrei del mondo.Per la prima volta un gruppo così ampio di Israeliani si rivolge direttamente agli Ebrei della Diaspora chiedendo un sostegno fattivo alla causa. “Mai dal 1948 - ricorda Alice Shalvi, insignita del Premio Israele per il suo contributo allo Stato di Israele - vi è stata la necessità come oggi di un’alleanza fra Israele e la Diaspora. Allora lottammo per dare vita a uno stato ebraico indipendente. Oggi dobbiamo investire ogni sforzo nel salvare l’anima di Israele e la sua dirittura morale”.L’appello è solo un primo passo. L’impegno è organizzare in Israele così come nel mondo ebraico una serie di iniziative - incontri, spettacoli, concerti, attività educative - per il periodo che va fino al giugno 2017, 50 anni dalla guerra del giugno 1967 e dall’inizio dell’occupazione.

Per informazioni: info@siso.org.iljmontell2012@gmail.com (Jessica Montell, Direttore di SISO)jcall.italia@gmail.comEuropean Jewish call for reasonwww.jcall.eu

 

SISO - SALVA ISRAELE, FERMA L’OCCUPAZIONE

Appello agli Ebrei del mondoSe amate Israele, il silenzio non è più un’opzione possibile.

Con l’avvicinarsi del 2017 che segna il cinquantesimo anno dell’occupazione israeliana di territori palestinesi, Israele è a un punto di svolta. La situazione attuale è disastrosa. Il protrarsi dell’occupazione opprime i palestinesi e alimenta un ciclo ininterrotto di spargimento di sangue, corrompe le fondamenta morali e democratiche dello Stato di Israele e danneggia la sua posizione nella comunità delle nazioni. La nostra migliore speranza per il futuro - il tragitto più sicuro verso la sicurezza, la prosperità e la pace - risiede in una soluzione negoziata del conflitto israelo-palestinese che conduca alla creazione di uno stato palestinese indipendente accanto e in rapporti di buon vicinato con lo Stato di Israele. Facciamo appello agli Ebrei nel mondo intero perché si uniscano a noi Israeliani in un’azione coordinata per porre fine all’occupazione e costruire un futuro nuovo per la salvezza dello Stato di Israele e delle generazioni future.

Sottoscritto da oltre 500 Israeliani, fra cui :

David Grossman, Amos Oz, Achinoam Nini (Noa), David Broza, Avishai Margalit, Avraham Burg, Edward Edy Kaufman, Ohad Naharin, Orly Castel Bloom, Ilan Baruch, Alon Liel, Elie Barnavi, Alice Shalvi, -Shakhar, David Harel, David Tartakover, David Rubinger, David Shulman, , Dani Karavan, Daniel Bar-Tal, Daniel Kahneman, Zeev Sternhell, Chaim Oron (Jumes), Haim Ben-Shahar, Chaim Yavin, Yair Tzaban, Yehuda Bauer, Judith Katzir, Joshua Sobol, , Yoram Bilu, Yael Dayan, Iftach Spector, Yitzhak Frankenthal, Mossi Raz, Michael Benyair, Micha Ullman, Menahem Yaari, Moshe Gershuni, Noga Alon, Nahum Tevet, Naomi Chazan, Nathan Sharon , av on Liebrecht, ami ichael, amm mooha, dit Doron, mos itai, mram itzna, nat aor, Colette Avital, Ronit Matalon, Shaul Arieli, Shimon Shamir, Akiva Eldar, Aharon Shabtai, Eva Illouz .

 

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L’orrore, conseguenza della colonizzazione

 

Con l’attentato perpetrato nel villaggio di Douma vicino a Nablus in Cisgiordania gli estremisti ebrei che si rifanno al movimento “Tag mehir” , il “prezzo da pagare”, hanno superato una soglia ulteriore nell’orrore.

Questa volta non si tratta di una chiesa, come quella di Tabgha, luogo santo della cristianità sulle rive di Tiberiade, devastata da un incendio lo scorso giugno o di una moschea, come quella di Al-Mugeir vicino all’insediamento di Shilo incendiata nel novembre 2014, ma di abitazioni di famiglie palestinesi. In una di queste viveva la famiglia Dawabsha. Un bambino di un anno e mezzo, Ali, è morto nell’incendio, il fratello Ahmed di quattro anni e la madre sono fra la vita e la morte.

Le forze di sicurezza israeliane ammettono di non essere sorprese dall’ondata di violenza provocata dai coloni. Appena qualche giorno fa, dopo la decisione della Corte Suprema di demolire edifici costruiti su terreni appartenenti a privati palestinesi a Beit El, centinaia di coloni oltranzisti hanno aggredito i reparti di polizia israeliana chiamati ad evacuarli applicando la legge. Per placare le fazioni della destra estrema nella coalizione di governo, il primo ministro Netanyahu ha dichiarato di avere approvato la costruzione di 300 nuove abitazioni nell’insediamento di Beit El.

È ora di porre fine all’impunità dei coloni. C’è da sperare che gli autori di quest’ultimo attentato, condannato dallo stesso primo ministro come atto “terroristico”, siano prontamente arrestati e giudicati severamente per omicidio.

È ora di porre fine all’espansione delle colonie che dà alimento a questo marciume.

È ora di porre fine a una spirale di violenza nella quale gli estremisti dei due campi si rafforzano vicendevolmente e di riprendere una trattativa seria per mettere fine all’occupazione e preservare il futuro di Israele come stato ebraico e democratico.

1 agosto 2015

 

Jcall.italia@gmail.com

www.jcall.eu 


 

Iran: l’accordo sul nucleare

 

JCALL prende atto dell’accordo concluso fra le nazioni del 5+1 e l’Iran che stabilisce un controllo internazionale sui limiti imposti al programma nucleare iraniano.

Dopo 12 anni di trattativa questo accordo dovrebbe scongiurare il rischio che l’Iran possa dotarsi di armi nucleari entro l’anno prossimo, come sarebbe potuto accadere, secondo la maggior parte degli osservatori, in assenza di un accordo. Detto accordo assicura che per un periodo di 15 anni l’Iran sarà soggetto a regolari ispezioni da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica al fine di garantire l’osservanza dei suoi impegni. Dovrebbe infine porre un freno alle ambizioni di altri paesi della regione (Arabia saudita, Turchia, Egitto) di dotarsi a loro volta di armi atomiche, limitando cosi il pericolo di proliferazione nucleare nel Medio Oriente.

L’accordo, atteso da una popolazione che ha subito anni di sanzioni da parte della comunità internazionale, permette all’Iran di ritrovare un posto nel consesso delle nazioni. Nel concluderlo, i paesi occidentali hanno affrontato una duplice sfida:

-          Da un lato il convincimento che il ritorno dell’Iran a rapporti economici normali con l’Occidente favorirà una graduale liberalizzazione del regime e lo spingerà a rispondere alla domanda di democrazia che proviene dalla società civile e al tempo stesso rafforzerà il peso delle forze di opposizione al regime;

-          Dall’ altro la speranza che l’Iran divenga un partner per contenere i conflitti nella regione. Nel processo di disgregazione in atto degli stati del Medio Oriente l’Iran è un attore indispensabile per cercare di risolvere i conflitti in Siria, Irak e Libano. L’Occidente spera che esso unirà le sue forze a quelle della coalizione internazionale per opporsi all’avanzata dello Stato islamico.

Certamente l’accordo non scaricherà l’Iran delle sue pesanti responsabilità per gli atti repressivi commessi dal regime dei mullah verso il popolo iraniano (oppositori, donne, omosessuali, intellettuali, ecc.) e dell’appoggio fornito a movimenti terroristici colpevoli di attentati contro Israele ed ebrei nel mondo, come quelli del 1992 e 1994 a Buenos Aires. Né potrà rimuovere dall’attenzione e dalla condanna del mondo le campagne antisemite e negazioniste né la volontà reiterata di annientare Israele.

Ma questo accordo, quantunque imperfetto, è preferibile all’assenza di accordi che non avrebbe impedito all’Iran nel breve-medio termine di conseguire armi nucleari. Dopo lunghi anni di confronto aspro con l’Occidente esso è la riprova tangibile che la diplomazia è preferibile alla guerra. Un Iran più vicino all’Occidente, più aperto al resto del mondo e dialogante con gli Stati Uniti costituirà in futuro un pericolo minore per Israele.

17 luglio 2015

Jcall-Italia

Jcall.italia@gmail.com

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Due popoli, due Stati, due mozioni...

 

Atto Camera

Mozione 1-00745

presentato da SPERANZA Robertotesto diVenerdì 27 febbraio 2015, seduta n. 383

 

La Camera,

premesso che:

    il diritto del popolo palestinese ad avere un proprio Stato entro confini riconosciuti ed internazionalmente garantiti, che conviva pacificamente con Stato di Israele, assicurando ad entrambi condizioni di sicurezza e stabilità, è da tempo una consolidata posizione italiana ed europea;

    largamente condivisa, a livello internazionale, è la convinzione che l'effettivo raggiungimento di tale risultato può avvenire soltanto attraverso il negoziato sul mutuo riconoscimento dei confini a partire da quelli del 1967 ed eventuali scambi di territori tra le parti, sulla soluzione dello status di Gerusalemme, nonché sulla questione del diritto del ritorno dei profughi palestinesi;

    largamente condivisa, a livello internazionale, è altresì la convinzione che tale risultato non può essere perseguito tramite il ricorso alla valenza e al terrorismo, richiamando in tal senso l'importanza del rispetto dei tre principi del cosiddetto quartetto (Usa, Russia, Onu e Unione europea), che presuppone, tra l'altro, il diritto dei due popoli a vivere al riparo da ogni violenza e atti di terrorismo;

    preoccupante e da deplorare è lo stallo intervenuto nel processo negoziale che rischia di alimentare violenze e di creare le condizioni per sanguinosi e tragici conflitti;

    come ribadito anche dalla risoluzione del Parlamento europeo - approvata a larghissima maggioranza il 17 dicembre 2014 - occorre evitare tutte le azioni che mettano in dubbio gli impegni assunti a favore di una soluzione negoziata, invitando entrambe le parti ad astenersi da qualsiasi azione suscettibile di compromettere la fattibilità e le prospettive di una soluzione fondata sulla coesistenza dei due Stati, evidenziando, tra l'altro, come l'espansione degli insediamenti sia illegale dal punto di vista anche del diritto internazionale e come sia altresì necessario promuovere il raggiungimento di una intesa tra tutte le forze politiche palestinesi che, attraverso il riconoscimento dello Stato d'Israele e l'abbandono della violenza, determini le condizioni per una convivenza pacifica;

    l'attuale altissima tensione nell'area, con una guerra civile in atto in Siria, la preoccupante fondazione del sedicente Stato islamico in un'area compresa tra Iraq e la stessa Siria, le fasi finali del negoziato sul nucleare con l'Iran reclamano un maggiore investimento politico e diplomatico nella soluzione del conflitto, anche attraverso la massima unità possibile di intenti tra l'Europa e gli Stati Uniti;

    l'Italia come altri Paesi ha già effettuato alcuni passi importanti nel riconoscimento delle prerogative della Palestina, ove si pensi al voto a favore del riconoscimento dello status della Palestina quale «Stato non membro osservatore delle Nazioni Unite», all'attribuzione dello status diplomatico pieno alla rappresentanza palestinese in Italia, al costante sostegno politico alle richieste palestinesi di divenire membri in diverse organizzazioni internazionali;

    l'Italia ha già più volte espresso la propria disponibilità a riconoscere formalmente, al momento opportuno e nelle appropriate condizioni, uno Stato palestinese accanto allo Stato di Israele e in pace con esso;     rilevante è già e ancor più dovrà esserlo in futuro il ruolo del nostro Paese - anche operando negli ambiti europei ed internazionali - per la cooperazione allo sviluppo e per il sostegno al rafforzamento delle istituzioni palestinesi nonché per rafforzare la cooperazione e la comprensione nel più vasto quadro mediterraneo e mediorientale, la pace, la sicurezza e lo sviluppo umano, sociale ed economico;

    la comunità internazionale deve garantire, in particolare in Europa, il pieno contrasto ad ogni rigurgito di violenza ed intolleranza nei confronti dei cittadini e delle comunità ebraiche che già hanno conosciuto, nel corso della storia, persecuzioni e, nel nostro Continente, un vero e proprio genocidio. I recenti episodi di antisemitismo, razzismo e xenofobia richiedono di riaffermare con forza che l'ebraismo è parte integrante dell'identità europea e che l'Europa è anche la casa degli ebrei,

impegna il Governo:

   a continuare a sostenere in ogni sede l'obiettivo della costituzione di uno Stato palestinese che conviva in pace, sicurezza e prosperità accanto allo Stato di Israele, sulla base del reciproco riconoscimento e con la piena assunzione del reciproco impegno a garantire ai cittadini di vivere in sicurezza al riparo da ogni violenza e da atti di terrorismo;

   a promuovere il riconoscimento della Palestina quale Stato democratico e sovrano entro i confini del 1967 e con Gerusalemme quale capitale condivisa, tenendo pienamente in considerazione le preoccupazioni e gli interessi legittimi dello Stato di Israele;

   a ricercare, a tal fine, un'azione coordinata a livello internazionale, e in particolare in seno all'Unione europea ed alle Nazioni Unite, in vista di una soluzione globale e durevole del processo di pace in Medio Oriente fondata sulla esistenza di due Stati, palestinese ed israeliano;

   ad attivarsi per sostenere e promuovere il rilancio del processo di pace tramite negoziati diretti fra le parti.

 

...............................................................................................................................................................................................................

Atto Camera

 Mozione 1-00746

presentato da ALLI Paolotesto diVenerdì 27 febbraio 2015, seduta n. 383

 

La Camera,

premesso che:

    è indispensabile una strategia generale che porti a una situazione nuova nel Medio Oriente dove sussistono conflitti in parte autonomi l'uno dall'altro, come quelli esplosi in Iraq e in Siria e determinatisi per la crisi di questi Stati e per la conseguente affermazione dell'Isis; il conflitto libico verificatosi in seguito all'eliminazione di Gheddafi senza che fosse maturato un nuovo equilibrio politico; le complesse problematiche causate dal dramma di un enorme numero di immigrati che opprime Paesi come la Giordania e il Libano; lo scontro israeliano-palestinese;

    in questo quadro il conflitto israeliano-palestinese è attualmente segnato da un armistizio che non elimina il rischio di una ripresa delle ostilità e che comunque non risolve in modo stabile e positivo la vicenda;

    le drammatiche conseguenze di carattere umanitario, politico e sociale del conflitto israeliano-palestinese costituiscono fonte di allarme e di preoccupazione. La necessità di una pacificazione è resa ancora più ineludibile dall'avanzata del fondamentalismo islamico che pratica il terrorismo in forme particolarmente efferate in Siria e in Iraq, che tende ad esportarlo in molti altri Paesi, colpendo contemporaneamente il resto del mondo islamico, gli ebrei, i cristiani, i credenti in altre religioni;

    di fronte allo stallo negoziale è auspicabile che la comunità internazionale dia un proprio contributo come mediazione costruttiva tra le parti e non con decisioni unilaterali che potrebbero determinare esiti controproducenti;

    la formula dei due Stati per due popoli conserva piena validità e si fonda sulla parallela esigenza di assicurare la compiuta realizzazione dello Stato palestinese e la sicurezza di quello israeliano;

    è interesse strategico dell'Italia e dell'Europa contribuire alla pacificazione nel Medio Oriente nell'ottica della stabilizzazione della regione mediterranea e dell'intensificazione della cooperazione con gli Stati rivieraschi;     lo Stato di Israele, pur fra contraddizioni ed errori, rappresenta nel Medio Oriente un insediamento di reale democrazia, è caratterizzato da un profondo pluralismo delle idee e delle posizioni, svolge un ruolo assai importante nella lotta a ogni forma di terrorismo ed esprime una storia dell'ebraismo che va rispettata e tutelata in contrapposizione a ogni forma di antisemitismo. È necessario che lo Stato d'Israele non proceda negli insediamenti;

    la costituzione dello Stato palestinese è un obiettivo condivisibile anche per dare una soluzione positiva a una lunga storia di battaglie politiche e di sofferenze. Perché esso sia compiutamente conseguito è necessario tuttavia un accordo fra le due parti in campo. Altrettanto necessario per il riconoscimento dello stato palestinese è che si arrivi ad una reale intesa politica tra Al-Fatah e Hamas che implichi il riconoscimento dello stato d'Israele e l'abbandono della violenza come strumento di soluzione del conflitto; riconoscere per essere riconosciuti è un'equazione ineludibile;

    un corretto processo di pace passa attraverso la libera e sincera condivisione delle responsabilità fra le parti, favorita in tutti i modi dall'Unione europea, dagli Usa e dall'Italia;

    in questo drammatico contesto merita di essere valorizzata la sensibilità che stanno dimostrando i Paesi arabi moderati, dall'Egitto alla Tunisia, dalla Giordania, al Marocco, dall'Algeria agli Emirati Arabi Uniti. Essi stanno svolgendo un ruolo essenziale nel contrapporsi alle correnti fondamentaliste e nell'operare in funzione di una pacificazione. È auspicabile che nel futuro lo stesso ruolo sia svolto anche da altri Stati di grande rilievo quali la Turchia e l'Arabia Saudita, e che in Iran prevalgano le tendenze riformiste,

impegna il Governo:

   a sostenere sia in sede bilaterale che multilaterale, di concerto con i partner europei, la tempestiva ripresa del negoziato diretto fra israeliani e palestinesi, come via maestra per la realizzazione degli Accordi di Oslo;

   a promuovere il raggiungimento di un'intesa politica tra Al-Fatah e Hamas che, attraverso il riconoscimento dello Stato d'Israele e l'abbandono della violenza, determini le condizioni per il riconoscimento di uno Stato palestinese;

   a promuovere in seno all'Unione europea un'azione più determinata sulla crisi del Medioriente ripristinando l'inviato speciale per il processo di pace ma soprattutto prospettando a entrambe le parti i vantaggi di un partenariato speciale con la stessa Unione, una volta che fosse concluso il conflitto.

(1-00746) «Alli, Rabino, De Girolamo, Mazziotti Di Celso, Cicchitto, Dorina Bianchi, Pizzolante, Scopelliti, Causin, Sammarco».

 


 

 

Perché JCALL sostiene il riconoscimento dello Stato di Palestina

 

Mille israeliani - intellettuali, ex-ministri e parlamentari - firmatari di un appello ai Parlamenti e governi europei affermano:“ L’esistenza e la sicurezza di Israele dipendono dalla creazione di uno stato palestinese accanto e in rapporti di buon vicinato con Israele. Non esiste un’alternativa al riconoscimento reciproco delle due entità nazionali, sulla base delle frontiere del 4 giugno 1967, con modifiche territoriali minori e concordate”. Anche JCALL ritiene che unasoluzione del conflitto negoziata fra le parti e basata sul principio di “due stati per due popoli” sia una necessità pragmatica e non rinviabile sia per gli israeliani che per i palestinesi.

Il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza una risoluzione che unisce l’atto simbolico del riconoscimento a una forte esortazione per la ripresa di seri negoziati fra Israele e l’ANP di Abu Mazen e insiste per un impegno dell’Unione Europea UE a sostegno di tali negoziati, finora miseramente falliti. Il contesto politico è per certi versi favorevole perché vi è un convergere di interessi fra Israele, gli stati arabi moderati e la stessa ANP contro l’estremismo degli islamisti e la disintegrazione del Medio Oriente.

Il governo italiano ha già riconosciuto la Palestina nel 2012 approvando la sua ammissione all’ONU con lo statuto di paese osservatore “non membro”. Con il riconoscimento dello stato di Palestina, il conflitto diverrebbe un più “normale”, di natura politico-territoriale fra due stati, che dovrannogiungere a un accordo sulle tante questioni irrisolte - confini, insediamenti, meccanismi di sicurezza, rifugiati, Gerusalemme.

Certamente si tratta di un atto in larga parte simbolico, giacché il controllo del territorio dell’eventuale stato sarebbe di fatto limitato all’area A della Cisgiordania (appena il 20%), mentre l’area B pur amministrata dall’ANP resta sotto la giurisdizione militare israeliana e l’area C che occupa il 60% della Cisgiordania è sotto il pieno controllo di Israele. E JCall è consapevole che unriconoscimento solo simbolico della Palestina potrebbe, a lungo andare, generare frustrazioni nella popolazione palestinese. Inoltre, Gaza resta nelle mani di Hamas e priva di un legame fisico e politico con la Cisgiordania, sebbene, sulla base degli accordi fra l’ANP e Hamas, la stessa ANP dovrebbe essere riconosciuta come unico governo legittimo della Palestina nella sua interezza. Tuttavia, lo stesso riconoscimento darebbe ad Abu Mazen un sostegno politico dimostrando alla sua gente che è con la diplomazia e non con il terrorismo nichilista di Hamas che si ottengono risultati.

 


 

 

Attentati di Copenhagen : tristezza e indignazione

Due attentati omicidi hanno colpito a Copenhagen gli stessi obiettivi simbolici di quelli di Parigi il mese scorso : un incontro organizzato per difendere la libertà d’espressione e una sinagoga. Poi in Alsazia, un cimitero ebraico è stato profanato.

JCALL esprime sgomento e indignazione per questi atti barbari che provocano lutti ulteriori e solidarietà sentita alle famiglie delle vittime.

Ancora una volta si colpiscono insieme la democrazia e gli ebrei. Sappiamo, in virtù di una storia lunga di secoli, che coloro che attaccano la democrazia non risparmiano gli ebrei e che ogni aggressione ad ebrei mette in pericolo la democrazia. Come scrisse Goethe, “Gli ebrei sono il barometro del grado di umanità dell’umanità”.

Accogliamo con soddisfazione la mobilitazione dei governi europei contro l’ antisemitismo. Ci sconcertano le dichiarazioni del Primo Ministro di Israele che fanno appello all’emigrazione degli ebrei europei a causa di questi attentati.

Solo un sostegno fermo ai valori democratici potrà sconfiggere le ideologie dell’odio propalate dai terroristi islamisti di Copenhagen e Parigi.

 

 

 

17 febbraio 2015

 

 


 

 

La confisca di 400 ettari in Cisgiordania è un nuovo ostacolo alla pace

 

JCALL, la rete ebraica europea per Israele e per la pace, condanna fermamente la recente decisione di Israele di confiscare 400 ettari di terreni in Cisgiordania nelle vicinanze di Betlemme in reazione all’assassinio nel giugno scorso di tre giovani israeliani. Quell’assassinio pur orribile non può giustificare in uno stato di diritto alcuna forma di ritorsione collettiva contro la popolazione. Una tale iniziativa indebolirà inoltre l’Autorità palestinese e il suo Presidente Mahmud Abbas, partner imprescindibili per giungere a un accordo di pace. Al termine dell’operazione “Margine protettivo” nella striscia di Gaza, il messaggio che tale decisione trasmette è chiaro: con Hamas si negozia, con l’Autorità palestinese si estende la colonizzazione.

JCALL ritiene che solo una ripresa di negoziati fra Israele e l’Autorità Palestinese con una volontà effettiva di ambo le parti di giungere a una soluzione basata sul principio di “due stati per due popoli” potrà porre fine al circolo perverso della violenza.

JCALL sostiene coloro che in Israele si oppongono a tale decisione provocatoria, destinata a danneggiare ulteriormente l’immagine di Israele, che rischia di dovere affrontare, come ha ricordato il Ministro della Giustizia Tzipi Livni, una “intifada diplomatica” d’inusitata intensità.

 

2 Settembre 2014


 

 

Fra Israele e Gaza la tregua è essenziale, ma è solo la prima tappa

 

JCall, il movimento di ebrei europei per la pace e per una soluzione “a due stati”, condanna fermamente la rottura da parte di Hamas della tregua umanitaria negoziata qualche giorno fa. Di fronte al pericolo di un inasprimento del conflitto, JCall sostiene una tregua immediata e prolungata fra Israele e Hamas sulla base delle proposte egiziane.

Non si può passare sotto silenzio la grave responsabilità di Hamas nella genesi del conflitto. Pensiamo ai lanci di razzi diretti in modo indistinto contro la popolazione civile di Israele che avrebbero causato molte vittime in assenza del sistema antimissilistico; i numerosi tunnel sotterranei la cui unica funzione è lanciare azioni offensive nel territorio di Israele; il rifiuto di una qualsiasi soluzione pacifica del conflitto.

Esistono responsabilità anche da parte israeliana: gli arresti di massa in Cisgiordania, sotto detenzione amministrativa senza processo, di persone sospettate di essere implicate nel rapimento e omicidio di tre adolescenti israeliani nonché, nel più lungo periodo, l’immobilismo, ovvero la mancanza di un’iniziativa propositiva  rispetto all’offerta di pace della Lega araba e al negoziato con Abu Mazen, perseguendo una soluzione esclusivamente militare del conflitto con i palestinesi.

Lo stato di Israele ha pieno diritto di difendere i suoi cittadini dalla violenza di Hamas. Tuttavia, una difesa legittima non può essere condotta a qualsiasi prezzo, soprattutto per le sue conseguenze sulla popolazione civile palestinese. Il bilancio del conflitto è tragico: un numero di vittime altissimo, fra cui centinaia di civili. A ciò si aggiunge la distruzione di abitazioni di decine di migliaia di residenti di Gaza.

Israeliani e palestinesi hanno sofferto troppo. Occorre uscire da questo ennesimo ciclo di violenza e offrire ad entrambi i popoli la speranza di un futuro migliore.Ciò esige un mutamento radicale nelle condizioni di vita della popolazione a Gaza, ponendo fine all’embargo (con l’eccezione delle armi e delle forniture a scopo militare) e assicurando un aiuto internazionale per la ricostruzione delle infrastrutture e delle abitazioni (sotto un rigido controllo che garantisca che gli aiuti non siano destinati a usi militari). È necessaria inoltre la messa a punto di un meccanismo internazionale di supervisione per assicurare la distruzione dei tunnel e la smilitarizzazione della striscia di Gaza per offrire al popolo di Israele le garanzie di sicurezza che a giusto titolo richiede.

Tuttavia, il superamento della crisi in corso non può essere altro che la prima tappa verso la soluzione politica di cui JCall dalla sua creazione nel 2010 afferma l’urgenza. Occorre a tal fine una ripresa di trattative serie fra Israele e l’Autorità palestinese. Occorre che l’Autorità palestinese, già impegnata senza ambiguità sulla via della co-esistenza pacifica con Israele assuma la piena responsabilità per tutti i territori palestinesi, inclusa Gaza. Bisogna infine avvalersi della mobilitazione della comunità internazionale per giungere a una soluzione a due stati, la sola che, con la fine dell’occupazione e della colonizzazione ebraica della Cisgiordania e il riconoscimento da parte di Israele della necessità di uno stato palestinese sovrano, permetterà ai due popoli di vivere in sicurezza e in rapporti di buon vicinato, entro confini sicuri e riconosciuti.

 

4 Agosto 2014


 

 

 

 

Sinistra per Israele esprime la sua ferma condanna verso chi, nei due campi, in questi giorni in Medio Oriente non abdica all'uso della violenza come strumento di risoluzione dei conflitti e la sua profonda vicinanza ai due popoli, prime vittime di questo conflitto.Le cronache di questi giorni ci propongono, ancora una volta, quelle strazianti immagini e racconti di morti innocenti la cui responsabilità prima cade sull'ostinata non volontà di reale dialogo delle parti e urge, quindi, non solo un immediato cessate il fuoco ma un deciso rilancio del processo di Pace.Non possiamo rimanere indifferenti, e perciò vanno evitate tutte le posizioni unilaterali, come quelle che paiono dare colpa di quanto accaduto solo a Israele da un lato, invocando embarghi o boicottaggi o posizioni simili, o che riducono i civili palestinesi di Gaza come complici di Hamas, quando ne sono ostaggi, riducendo la gravità della perdita di vite umane. Rigettiamo quindi l'approccio schematico e approssimativo dalle opposte tifoserie, anche qui da noi. Questo serve solo a fare crescere sentimenti di odio ignorante e di antisemitismo nel mondo, senza un legame reale con la situazione israelo-palestinese.Vogliamo evitare di entrare in questa rissa permanente che in nulla aiuta la causa della pace. Ci sentiamo vicini a Israele nel tentativo di difendersi dall'attacco terroristico, ma crediamo che la forza delle armi rivolta contro i civili, e non solo per responsabilità israeliana, debba smettere al più presto. Crediamo che l’unica soluzione sia quella politica: che possa finalmente avere una visione di lungo respiro e che permetta ai palestinesi e a gli israeliani di avere un futuro davanti. Due stati liberi e con tutte le garanzie per i due popoli che abitano quella regione.  Il direttivo di Sinistra per Israele www.sinistraperisraele.it

 

 


 

 

From the political vacuum to the resurgence of violence

 

Who could have seriously believed that the failure of Israeli-Palestinian negotiations would lead to a statu quo ante? We have said it for many years: this “low-intensity“ conflict (the language used by chancelleries) is a time bomb requiring a continuous attention. Once again, civilian populations pay for the lack of courage of their leaders.Today we stand besides the Israeli civilian population who has been the target of hundreds of rockets these last three days. So far, no Israeli casualties have been reported, which does credit, not to Hamas, but to chance and above all, to the Israeli antimissile defense system established by the army.When the Hamas and other groups of Palestinian terrorists send their rockets on Israeli cities and urban centers, their purpose is to kill and to get political credit for it. In that sense, they are the first ones accountable for this new escalation. However, this Palestinian responsibility must not blot out the sufferings endured by the civilian population of Gaza.We know that Israeli bombings, supposedly aimed at Palestinian military leaders, reach civilians as well. We know that the policy conducted by Israel for years, a policy intent on pursuing the colonisation, offering no political perspective to Palestinians, is also responsible of the actual situation.Calling for an end to violence and for the renewal of negotiations is hardly audible today in the region. However, we have known for a long time that there is no other way out.The international community must step in to resume discussion on this issue and to avert the return of stagnation if a cease-fire occurs. As David Grossman has said, paralysis is not a policy but an illness requiring care.Nothing short of a political action can provide a way out of current and future deadly clashes. The sooner the better.

 

Du vide politique au retour de la violence

 

Qui pouvait sérieusement croire que l’échec des négociations israélo-palestiniennes déboucherait sur un retour au statu quo? Nous le disons depuis longtemps: ce conflit «de basse intensité» (dans le langage des chancelleries) est une bombe à retardement qui nécessite une attention continue. Et, une fois de plus, les populations civiles paient le manque de courage de leurs dirigeants.

Nous nous tenons aujourd’hui aux côtés de la population civile israélienne qui a reçu, depuis trois jours déjà, des centaines de roquettes. Qu’aucune victime israélienne n’ait été encore à déplorer n’est pas à porter au crédit du Hamas mais à la chance, et surtout au système de protection anti-missiles mis en place par l’armée.

Lorsque le Hamas et les autres groupes terroristes palestiniens envoient leurs roquettes sur les villes et les centres urbains israéliens, c’est pour tuer et pour en tirer un crédit politique. Ils sont, en ce sens, les premiers responsables de cette nouvelle escalade. Mais ces responsabilités palestiniennes ne doivent pas nous masquer les souffrances endurées par la population civile de Gaza.

Nous savons bien que les bombardements israéliens, dont l’intention annoncée est de cibler des responsables militaires palestiniens, touchent également des civils. Et nous savons que la politique menée depuis des années par Israël, une politique de poursuite de la colonisation qui n’offre aucune perspective politique aux Palestiniens, est aussi responsable de la situation actuelle.

Appeler à la fin des violences et à un retour aux négociations est difficilement audible aujourd’hui dans la région. Pourtant, nous savons depuis longtemps qu’il n’y a pas d’autre issue.

La communauté internationale doit s’impliquer pour reprendre en main ce dossier et éviter, en cas de cessez-le-feu, un retour à l’immobilisme. Comme le dit David Grossman, la paralysie n’est pas une politique mais une maladie qu’il faut soigner.

Seule une action politique peut offrir une voie de sortie aux affrontements meurtriers actuels et à venir. Le plus tôt sera le mieux.


 

 

 

 

Comunicato stampaAppello di JCALL ai Leaders europei

 

Jcall (www.jcall.eu) è nato nel 2010 come movimento d’opinione di ebrei di più paesi europei sulla base di un “Appello alla ragione”, presentato al Parlamento europeo. Sezioni di JCALL operano in Francia, Belgio, Svizzera, Paesi Bassi, Germania, Italia. Sosteniamo una soluzione del conflitto basata sul principio di “Due stati per due popoli”, condizione essenziale perché con la formazione di uno stato palestinese accanto e in rapporti di buon vicinato con Israele, Israele stesso resti uno stato democratico la cui esistenza sia legittima, riconosciuta e sicura. La nostra azione si muove su due direttrici principali. Un primo ambito è quello delle comunità e istituzioni ebraiche nei nostri paesi dove il dibattito sul futuro di Israele nel Medio Oriente è vivace e la pluralità di posizioni sul tema indice di una sensibilità appassionata e preoccupata. Jcall ritiene che gli ebrei della Diaspora, solidali con il popolo e lo Stato di Israele e convinti che esso debba restare uno stato democratico, in cui gli ebrei siano maggioritari ma gli arabi godano dei pieni diritti civili, politici e sociali di una minoranza nazionale, debbano fare sentire la loro voce critica allorché dissentano dalle azioni del governo di Israele.Il secondo ambito concerne il nostro impegno di cittadini nei rapporti con le opinioni pubbliche, i Parlamenti e i Governi dei nostri paesi. Rivolgiamo oggi ai Capi di Stato e di Governo dei paesi europei l’appello qui sotto accluso perché i Governi europei si adoperino attivamente con gli Stati Uniti per spingere israeliani e palestinesi a un accordo di pace. Un appello analogo è stato trasmesso da Jstreet, un’associazione ebraica americana ispirata a principi analoghi, all’Amministrazione statunitense.

 

Jcall-Italia

Jcall.italia@gmail.com

www.jcall.eu

 


 

 

 

 

APPELLO  AI  LEADER EUROPEI PER PRESENTARE A ISRAELIANI E PALESTINESI UN ACCORDO-QUADRO  CONCORDATO CON GLI STATI UNITI 

 

 Ai Capi Stato e di Governo dei paesi europei,

 

I negoziati fra Israele e l’Autorità nazionale palestinese, avviati nove mesi orsono sotto l’egida degli Stati Uniti, si sono interrotti alla fine di aprile senza risultati. Ognuna delle parti in causa accusa l’altra di essere responsabile del loro fallimento. Non essendo filtrate informazioni ufficiali circa il contenuto della trattativa, conformemente agli impegni assunti all’inizio,  ci è difficile trarne un bilancio. Peraltro riteniamo che il ritorno allo status quo antecedente sia foriero di pericoli. Per questo ci rivolgiamo a Voi e Vi chiediamo di unirvi all’Amministrazione americana per proporre  un accordo-quadro al fine di preservare la soluzione di “due stati per due popoli”, la sola che permetterà ai Palestinesi di conseguire una piena esistenza nazionale in uno stato sovrano e a Israele di restare uno stato democratico con una maggioranza ebraica. Questo accordo-quadro avrebbe il merito di spingere le due parti a reagire e a rivelare i loro punti di disaccordo e di convergenza possibile. Permetterebbe loro di riprendere le trattative e di cercare di giungere a un accordo sulla base dei principi seguenti :

-        Il ritorno ai confini precedenti la guerra del ’67 con scambi concordati di territori di eguale entità al fine di tenere conto della realtà sul terreno e di limitare il numero di Israeliani che dovranno ritornare all’interno dei confini dello stato di Israele,

-        Misure di sicurezza offerte alle parti, garantite dalla presenza di una forza multinazionale, soprattutto degli Stati Uniti.

-        Indennizzi finanziari agli Israeliani abitanti negli insediamenti in Cisgiordania che dovranno ritornare all’interno di Israele

-        Diverse opzioni offerte ai profughi palestinesi e ai loro discendenti al fine di una soluzione definitiva del  problema. Riceverebbero indennizzi e potrebbero optare fra lo stabilirsi all’interno del futuro stato palestinese o nei paesi dove attualmente risiedono o in paesi terzi (con l’accordo dei paesi in questione) o in Israele (per una minoranza simbolica e con l’accordo dello stesso Israele).

-        Gerusalemme capitale dei due stati sulla base dell’assetto delle popolazioni e dei quartieri municipali : i quartieri abitati prevalentemente da Ebrei saranno parte integrante dello stato di Israele, quelli abitati da Arabi faranno parte del futuro stato di Palestina. I luoghi sacri saranno protetti da accordi internazionali e accessibili a tutti

-        Il riconoscimento reciproco  del diritto degli Ebrei  ad un proprio stato e analogamente dei Palestinesi ad un proprio stato senza pregiudizio per i pari diritti dei loro cittadini rispettivi

 Senza un intervento internazionale vi è il grave rischio del degenerare della situazione che accentuerebbe il conflitto fra le due popolazioni

 

Georges Bensoussan, storico, Francia; Alain Finkielkraut, filosofo, membro dell’Accademia di Francia, Francia; Daniel Cohn-Bendit, parlamentare europeo, Germania; Michel Serfaty, rabbino, Francia; David Meyer, rabbino, Belgio; Pierre Nora, storico, Francia; Gad Lerner, giornalista, Italia; Stefano Levi della Torre, saggista e pittore, Italia.Seguono altre 500 firme

 


 

 

 

Comunicato sulla decisione dell’Unione europea di non finanziare le attività israeliane nei territori occupati

 

L'Unione europea ha pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 19 luglio nuove linee-guida secondo le quali dal 2014 non un euro nella forma di doni, premi o altri strumenti finanziari erogati dalle istituzioni dell’Unione europea potrà essere destinato a enti o società israeliane insediate nei territori  occupati, ovvero i territori al di la della Linea verde, comprese le  alture del Golan e Gerusalemme est. Questa decisione è coerente con la posizione europea di non riconoscere la sovranità di Israele su quei territori.

Solo gli enti e le società israeliane con sede legale all'interno dei confini di Israele pre-1967 potranno continuare a beneficiare del sostegno finanziario europeo. Eccezione sarà fatta per le ONG israeliane operanti nei territori o a Gerusalemme est, le cui attività riguardano la protezione di residenti nei territori e la promozione del dialogo di pace in linea con la politica della UE.  L’Unione Europea, dopo aver per anni avvertito di agire in tal senso, è per la prima volta passata all' azione. Se la tradizionale posizione di non sostenere progetti nei territori era attesa, la sua formalizzazione in un quadro vincolante ha provocato forti reazioni in Israele; la sua attuazione avrà effetti economici per ora difficili da valutare.

Sin dalla sua creazione, JCALL invoca la fine dell’occupazione e la creazione di uno stato palestinese. JCALL non può che comprendere quindi la decisione dell’Unione europea, pur valutando con preoccupazione, come tutti gli amici di Israele, il peggioramento delle relazioni fra Israele stesso e la UE.

JCALL si è sempre opposta alle campagne di boicottaggio dirette contro Israele il cui reale obiettivo è la delegittimazione di Israele con il pretesto della denuncia dell'occupazione.

E' grave che per anni i governi di Israele non abbiano tenuto conto degli avvertimenti espressi ripetutamente in  tal senso dai rappresentanti europei. Le autorità israeliane farebbero un errore fatale qualora pensassero di poter imporre impunemente l'occupazione della Cisgiordania e di Gerusalemme est. Il tentativo americano di rilanciare la trattativa fra le parti, oggi in corso, è forse l’ultima possibilità per Israele di preservare la soluzione a due stati, la sola che può assicurarne il futuro come stato  democratico con una maggioranza ebraica.

www.jcall.eu

JCall.Italia@gmail.com

 

 


 

 

Comunicato di JCALL  sulla morte di Ariel Sharon

 

Al momento della  scomparsa di Ariel Sharon  - 11esimo Primo ministro della stato di Israele -  Jcall lo ricorda come parte di quella prima generazione di pionieri che ha edificato lo stato.

Il suo nome resterà strettamente legato alla difesa di Israele a cui consacrò  la sua esistenza. Nelle vicende controverse della sua vita egli fu allo stesso tempo  l’audace  comandante militare che ribaltò le sorti della Guerra del Kippur attraversando il canale di Suez e circondando la terza armata egiziana e  il Ministro della difesa che condusse Israele alla disastrosa invasione del Libano nel 1982. Poco dopo una commissione ufficiale d’inchiesta nominata dal governo di Israele lo riconobbe indirettamente colpevole di avere trascurato il pericolo di un eccidio allorché le milizie cristiane occuparono i campi palestinesi di Sabra e Shatila.

Per quanto ci riguarda, ricordiamo che dopo essere stato fra i principali artefici della colonizzazione israeliana nei territori occupati Sharon in due occasioni  procedette a smantellare insediamenti : la prima volta a Yamit nel Sinai nel quadro del trattato di pace con l’Egitto e la seconda nel 2005 con il ritiro dalla striscia di Gaza. In quell’occasione Sharon evacuò anche quattro piccoli insediamenti nel nord della Samaria, segno forse che immaginava di proseguire nell’opera di smantellamento delle colonie nel resto della  Cisgiordania affinché Israele potesse restare, come lui stesso affermò, uno “stato democratico a maggioranza ebraica”.

Sfortunatamente la malattia ci ha impedito di sapere se avrebbe attuato questo piano lasciando ai suoi successori la responsabilità di portarlo a compimento.

 


 

 

 

Mr. Naor GillonAmbasciatore dello Stato di IsraeleRomaJcall sostiene il Foro delle ONG israeliane per la pace che il 17 gennaio 2014 manifesterà pubblicamente in Israele al fine di sottolineare che “la maggioranza si è espressa in favore della pace”. Questo slogan si riferisce alla maggioranza della popolazione di Israele che secondo i sondaggi conferma da tempo il suo appoggio alla soluzione a due stati.Jcall ritiene che i negoziati in corso con la mediazione degli Stati Uniti siano un’opportunità da non mancare per risolvere il conflitto israelo-palestinese e salvare così la soluzione a due stati, la sola che possa assicurare a Israele un futuro in quanto stato democratico a maggioranza ebraica.La preghiamo, Sig. Ambasciatore, di trasmettere questo nostro messaggio al governo di Israele. Lo stesso messaggio sarà consegnato nella giornata di domani ai Suoi colleghi in diversi altri paesi europei.

- David Chemla, Segretario generale di JCall Europa- Gérard Unger, Presidente di JCall France- Willy Wolsztajn, Segretario generale di JCall Belgio- David Calef, Coordinatore di JCall Italia

 


 

Per non dimenticare

A settant'anni dall'inizio delle persecuzioni naziste contro gli Ebrei italiani, non dimenticare significa non solo ricordare i nomi delle vittime delle retate, dei rastrellamenti, delle rappresaglie, delle stragi, della barbarie, degli eccidi, delle deportazioni perpretrate dai tedeschi nei vari angoli d'Italia : sul Lago Maggiore ed a Meina, a Roma Firenze e Genova, a Bologna Ferrara e Milano, a Venezia e Trieste, alle Fosse Ardeatine e in decine di altre località.

Non dimenticare significa non solo ricordare le vittime attraverso la nobile iniziativa delle "pietre d'inciampo" ma anche tramandare i nomi di quanti hanno rischiato la propria vita per salvare gli ebrei, italiani e stranieri, singoli e famiglie intere, con naturale generosita', spesso in assolute condizioni di precarieta' e senza pretendere ricompense : i Salvatori, i Giusti fra le Nazioni ("Hassidei Umot HaOlam").

Fra la calata dei tedeschi in Italia, l'8 settembre 1943 e il giorno della Liberazione di tutta la penisola, 25 aprile 1945, migliaia di non ebrei italiani, civili e militari, funzionari di polizia e carabinieri, maestri e contadini, preti frati e monache, portinai e coinquilini, hanno fornito spontaneamente, con generosita' ed a loro completo rischio un rifugio, un nascondiglio, un aiuto materiale di cibo, vestiario, carte d'identita' e carte annonarie false, negli appartamenti cittadini, nelle pensioni, nelle campagne, negli ospedali, nelle scuole,negli uffici, nei conventi ed in vari altri Istituti religiosi.

Di alcune migliaia di Salvatori italiani, solo poco piu' di cinquecento hanno finora ottenuto per iniziativa dei salvati il piu' che doveroso debito di riconoscenza dello Stato d'Israele ai Giusti fra le Nazioni, espresso da tempo con la creazione di "Giardini dei Giusti" e di lapidi in memoria nell'Istituto Yad VaShem sul "Monte del Ricordo" di Gerusalemme.

Il Comites d'Israele invita tutti coloro, italiani o provenienti da altri Paesi, che negli anni delle persecuzione nazista in Italia hanno trovato rifugio presso famiglie e/o Enti ospitali e che per varie motivazioni non hanno avuto finora occasione o la possibilita' di esprimere un riconoscimento ufficiale ai loro Salvatori e/o ai loro discendenti, affinché contattino di propria iniziativa il Dipartimento per i Giusti fra le Nazioni ("Hassidei Umot HaOlam") dell'Istituto Yad VaShem , comunicando tutte le informazioni possibili ed i dati richiesti nel sito www.yadvashem.org del medesimo Istituto.

Yad VaShem si impegnerà a esaminare attentamente ogni caso sottoposto e a valutare se corrisponde ai criteri di attribuzione del riconoscimento di Giusto fra le Nazioni che sono i seguenti:

·         Avere salvato la vita di almeno un ebreo

·         Aver messo in pericolo la propria vita, o la propria posizione nel caso di autorità religiose e alti funzionari dello Stato

·         Aver svolto questo in maniera del tutto disinteressata

·         Non aver compiuto altri atti in senso contrario nei confronti di altri ebrei

 

Anche dopo settant'anni : per non dimenticare non e' mai troppo tardi.

 


 

Attività svolte o promosse dal GSE anno 2013-2014 / 5774

 

  • 23/10/2013     “M.O. Riflessioni non scontate” con Pietro Marcenaro

  • 01/12/2013     Proiezione de “Il Mundial Dimenticato” al Museo Diffuso

  • 11/02/2013     Presentazione di “Quelli di Paraloup”

  • 22/01/2014     Presentazione di “Di pura razza Italiana”

  • 11/03/2014     Presentazione de “La legalità del male” all’Istoreto

  • 19/03/2014     Presentazione di “Salvatori e Salvati”

  • 25/03/2014     Presentazione di “Attentato alla Sinagoga di Roma”

  • 27/03/2014     Inaugurazione del Giardino dei Giusti

  • 24/04/2014     Rav Di Porto -Lezione 1: “Fratelli 1 e 2”

  • 13/05/2014     Rav Della Rocca - Lezione 2: “Rapporto tra Maestro e discepolo”

  • 14/05/2014     Proiezione “Senza nulla chiedere” su Marco Levi

  • 22/05/2014     Rappresentazione “Non c’è nulla di cui aver paura” al Teatro Vittoria

  • 08/06/2014     Gita a Caraglio alla mostra su Escher

  • 11/06/2014     Rav Di Porto- Lezione 3: “AAA - Fratelli cercansi”