di Chiara Melli

Ornella,

io che ero tua allieva alla scuola media Artom di Torino quando ci insegnavi le storie di Torà, le feste ebraiche e tanto altro, all’epoca ti chiamavo “la signora del rabbino”.

A dispetto di questo appellativo, per me tu non sei stata l’ombra di nessuno.

Sei tu la persona che in quella mia età un po’ bislacca avevi annodato i primi, fondamentali fili con la mia ebraicità. Lo facesti con il tuo carattere allegro, ironico, schietto, disponibile, con il tuo accento poco sabaudo e con la tua meravigliosa umanità.

Durante le tue lezioni ci catturavi anche con narrazioni autobiografiche. Come non posso ricordare qui quella che mi è rimasta così impressa che, se chiudo gli occhi, rivedo la scena e risento la tua voce.

Eri bambina quando giunse dalla campagna una giovane contadina venuta per aiutare la vostra famiglia nelle faccende di casa. La ragazza, appena saputo che eravate ebrei, incominciò a guardarvi in modo strano e a girarvi intorno come a cercare qualche cosa. Interrogata, infine, raccontò che al suo paese si diceva che gli ebrei avessero la coda come le scimmie o i diavoletti.

Finisti il racconto ridendo, spiegandoci a che cosa potesse portare l’ignoranza, ma senza ergerti a giudice.

Un insegnamento vivo, che va in profondità.

Grazie Ornella.

E soprattutto grazie per quei primi fili che mi aiutasti a tendere, quei fili, quel legame con le mie radici ebraiche. Sono stati come l’ordito del telaio, indispensabile supporto sul quale tessere la trama.

Ti raccontai tutto questo in una lettera che ti spedii molti anni fa. Per me fu fondamentale dirti che eri stata importante nella mia formazione e raccontarti quanta gratitudine provavo per questo. Quella gratitudine e quell’affetto che mi hanno accompagnata fino a oggi e che continueranno a nutrire un vivo ricordo di te. Un ricordo che sia per tutti noi di benedizione.

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