di Franco Segre

Da Brissago a Lugano

Superato il riconoscimento come ebrei, l’accettazione definitiva in Svizzera dipende dai risultati della visita medica: il dottore funzionario ci viene incontro e ci domanda a bruciapelo e con tono ironico: “Avete i pidocchi?” È una domanda per me insolita e incomprensibile: mi spiegano che si tratta di insetti che vivono tra i capelli delle persone contagiate, si moltiplicano rapidamente e sono molto fastidiosi. La nostra risposta è un “No!” convincente, e … la visita è già finita: siamo ammessi tra i rifugiati! Dopo una doccia calda ed una sobria colazione, siamo trasportati su una camionetta militare nella vicina Locarno, e poi, con un percorso più lungo, nella città di Bellinzona presso la sede di un grande asilo infantile, occupato dalle forze militari ed adibito a luogo di raccolta dei rifugiati in arrivo dall’Italia: ricordo un’enorme stanza rettangolare, piena di sacchi di sabbia, ciascuno con una coperta, che fungevano da letti per gli internati, in due zone separate, maschili e femminili con bambini. “Non aver paura, – mi spiega la mamma – qui dentro c’è anche il papà”. C’è un gran caos: tutti raccontano ai vicini le proprie vicende in un frastuono generale. Mangiamo e dormiamo sui sacchi, e raccontiamo ai vicini le nostre vicende, in attesa di conoscere dalla voce dell’altoparlante la nostra prossima destinazione.

Dopo quindici giorni di attesa, ci viene finalmente annunciata la nostra sistemazione provvisoria: saremo trasportati all’indomani a Lugano in un campo profughi, situato all’interno di un grande albergo, requisito dall’esercito, in attesa di conoscere il luogo definitivo di soggiorno, di lavoro e di studio.

Un nuovo viaggio militare ci trasporta da Bellinzona a Lugano. È pronto a riceverci il Grand Hotel Majestic, che, essendo un albergo in disuso per la guerra, è stato sequestrato dall’esercito ed adibito a campo profughi, con la sentinella alla porta. Oh meraviglia! È una sede di lusso di cinque o sei piani, su una collinetta che sovrasta il lago, vicino alla ferrovia. Sono stati fermati gli ascensori, tolti i tappeti ed ogni altro arredo ed i letti sono sostituiti da sacchi di paglia. Alla nostra famiglia è stata assegnata una camera al quinto piano con bagno (ovviamente senza acqua calda), con balcone e vista bellissima su Lugano bassa e sul lago, sul Monte S. Salvatore e il Monte Brè, su Campione d’Italia. Bisogna dimenticare di essere rifugiati per poter godere di quello splendido panorama! Ad ogni adulto viene assegnato un compito: le pulizie alla mamma, la cucina al papà con l’incarico di “pelatore di patate”. I ragazzi e i bambini devono dedicarsi ad attività e giochi collettivi. Ma il vitto è scarso: il papà e la mamma devono togliersi il boccone di bocca per dare cibo sufficiente a me e a mia sorella.

Si trascorre nel complesso una vita serena: le sofferenze dei rifugiati sono compensate dalla gioia di essere salvi e al sicuro. Ricordo il papà che, guardando dal balcone il paese italiano di Lanzo d’Intelvi che domina il lago dall’alto ed è tormentato dalle razzie tedesche e fasciste, porta le mani al naso dicendo scherzosamente: “Ecco l’Italia! Cucù!!”

Chiodini

Con il passare del tempo, nel grande Majestic di Lugano mi sento solo ed annoiato. I grandi sono indaffarati nelle occupazioni a loro assegnate ed i piccoli, come me, non si sono ancora organizzati nelle loro attività ludiche. Il tempo passa e le notizie che provengono da oltre il confine italiano non sono ancora lusinghiere. Una carta topografica dell’Europa, appesa alla parete di un corridoio di transito, indica, con chiodini spostati giorno per giorno dai passanti, la linea del fronte di combattimento appresa dai giornali: i commenti dei rifugiati sono a volte lusinghieri e ottimistici quando la linea si è spostata verso est, a volte sono rattristati dal più fosco pessimismo. Ogni giorno passo in quel corridoio e faccio il tifo come il sostenitore di una squadra di calcio.

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