Lo spazio dell’imbarazzo

di Claudio Millul

Ebrei e arabi nella società israeliana

Per tre punti passa un piano euclideo. Ma quanti punti occorrono per definire un piano scabroso e accidentato?

Cercare di farvi partecipi della mia esperienza personale di oltre cinquanta anni di vita in Israele riguardo al rapporto con la popolazione araba del paese, alle molteplici dinamiche tra questa forte minoranza (oltre il 20% della popolazione) e il variegato profilo della società ebraica, mi crea non poco imbarazzo: innanzi tutto perché io stesso sono abbastanza confuso e, in secondo luogo, perché la mia esperienza è del tutto personale; come si fa a mantenere un minimo di obiettività che permetta a questo messaggio di chiarire le idee di chi segue da lontano, con amore e timore, le travagliate vicende di questo strano paese?

Da quando vivo in Israele, a Haifa, ho abitato per trent’anni in un edificio in cui il 50% degli inquilini era arabo: rapporti di cordiale vicinato con tutti e di civile coabitazione fra tutti. Il comitato appendeva auguri per le festività di tutte le confessioni: ebrei, cristiani, mussulmani, ortodossi e maroniti. Quando il mio primo nipote venne una volta da noi – aveva 6 anni- mi disse: ”Nonno, allora si può dire che a Haifa ebrei e arabi vivono insieme pacificamente ?

E con tutto ciò un inquilino ha rotto l’incanto: era un arabo cristiano che detestava i musulmani e ne ha fatte di tutti i colori a diversi coinquilini senza distinzione di sesso religione o razza.

Per più di 40 anni ho insegnato al Technion, nella facoltà di Architettura. Progressivamente il numero degli studenti arabi è salito fino ad arrivare negli ultimi anni a classi in cui superava il 30%. Ma nonostante nei risultati delle valutazioni il profilo delle loro capacità non fosse distante dalla “curva di Gauss”, il loro inserimento nella vita professionale è sempre stato di fatto molto più difficoltoso.

Da 20 anni svolgo attività professionale indipendente, in società con un amico che è stato in passato mio studente. Circa il 50% dei nostri progetti (piani regolatori, ecc.) ha per clienti Comuni arabi (tutti rigorosamente all’interno del confine verde). La pratica del nostro studio ci ha fornito innumerevoli occasioni di contatti e collaborazioni continue con sindaci, amministratori, colleghi e cittadini della comunità araba.

Questi molteplici piani della mia esperienza personale sono vissuti sullo sfondo della quotidiana esposizione alle notizie di cronaca e al dibattito sui media, in cui i numerosi aspetti dei rapporti tra ebrei e arabi, come pure i numerosi episodi di violenza all’interno della società araba, nonché la loro influenza sulla vita civile e politica del paese, si riflettono con vertiginosa frequenza come su un globo di specchi che gira nel buio frastornante di una pista da ballo.

Lo “spazio dell’imbarazzo“ è questo: la discrepanza tra una esperienza personale “normale” composta di rapporti con la società araba diversi e variabili nel tempo, ma sostanzialmente equilibrati e positivi (come si dice qui “all’altezza degli occhi”) e l’amara consapevolezza che la società israeliana è lontana anni luce da questa “normalità”.

Fatti di cronaca

Ma lasciamo parlare i fatti: il problema endemico e irrisolto della violenza nella società araba è all’ordine del giorno nelle cronache quotidiane degli ultimi anni in Israele e, anche secondo l’opinione della società araba, richiede interventi concreti e immediati.

Omicidi sempre più frequenti, più che raddoppiati negli ultimi 5 anni, fino ad arrivare al numero pauroso di oltre 130 nel 2021. Prevalenza di vittime femminili, ma anche non pochi giovani e addirittura bambini, vittime innocenti di scontri tra clan o gruppi mafiosi, o dirigenti politici, a causa di conflitti o interessi locali di origini diverse. L’andamento delle vittime negli ultimi 10 anni parla chiaro: più o meno stabile sui 60 omicidi annui fino al 2018, ha subito un’impennata di oltre il 100% negli ultimi 3 anni (contro un calo tra l’ 80 e il 25% nei restanti settori della popolazione).

Minacce e ricatti nel settore agricolo e commerciale, sia in Galilea nel nord del paese, sia nella zona tra Beer Sheva e Arad nel sud, con furti di prodotti e attrezzature agricole, incendi e distruzioni violente di piantagioni, magazzini e infrastrutture, contro chi non è pronto a sottostare e pagare i prezzi del ricatto richiesto.

Violenza stradale e sparatorie “dimostrative”, in particolare tra la popolazione beduina nel sud del paese, dispersa in alcune città e cittadine ma soprattutto in una miriade di insediamenti (tendopoli) non riconosciuti nella zona di Beer Sheva, che mettono in serio pericolo il normale scorrimento del traffico e della vita locale.

Scontri violenti tra Arabi e Ebrei nelle città “miste” (Gerusalemme Est, Lod, Acco, Haifa) in passato nelle dimostrazioni del “giorno della terra”, e più recentemente negli eventi del Maggio ’21, a sfondo religioso/politico. Scoppiati nel periodo di ricorrenze nazionali e religiose dei due settori della popolazione (Id-el Fiter, giorno della Nachba, giorno di Gerusalemme, Shavuot) sono dilagati in altre zone del paese arrivando a un triste bilancio di 520 episodi di violenza nell’arco di 10 giorni, che hanno provocato vittime civili, feriti da ambedue le parti, disordini e scontri con la polizia, incendi e gravi danni in abitazioni, luoghi di preghiera, edifici civili e automobili.

La maggior parte dei partecipanti ai disordini da parte araba erano giovani senza specifica appartenenza politica, disoccupati, in parte collegati a gruppi criminali. Frustrati dalla sensazione di abbandono da parte dell’amministrazione pubblica, e dal fenomeno promosso dai “nuclei toranim” del sionismo religioso, che si insediano sempre più numerosi all’interno delle città miste per “bilanciare” il rapporto demografico tra arabi ed ebrei, quei giovani si opponevano con una violenza disperata e incontrollata che è giunta fino a deplorevoli episodi di linciaggio di cittadini innocenti.

Per contro gruppi di facinorosi ebrei appartenenti all’estrema destra, fatti giungere con appelli sui media e con mezzi di trasporto organizzati, contribuiscono a versare olio sulle fiamme già dilaganti.

Da eventi a icone

Gli eventi del Maggio ’21 hanno assunto un’immagine iconica di riferimento dalla quale è difficile liberarsi,  che è comodo sfruttare per chi intende  rinfocolare ulteriori scissioni nell’ambito della ambigua “politica delle identità’’. Tutto questo nonostante che gran parte dei commentatori politici e autorevoli studiosi tendano a ridimensionarli come problematiche costanti nell’equilibrio precario tra maggioranza e minoranza, lontani da costituire una pericolosa svolta nazionalistica capace di incrinare la fondamentale volontà di inserimento civile equilibrato e dignitoso della popolazione araba nella compagine sociale e politica del paese.

“La violenza non si taglia per settori col coltello: il problema non è un settore sociale violento, bensì la reazione violenta di una minoranza nell’ambito di una società violenta” è la sintetica definizione di Mursi Abu Moch, ex sindaco di Baka el G’arbia, impegnato per anni nello sforzo per lo sviluppo e l’integrazione della sua città nell’area metropolitana di Hedera. E questa sembra essere la diagnosi corretta sulla quale impostare interventi per un futuro migliore.

Ma la piazza non sceglie questa direzione. Le forze di scissione sempre più prevalenti nel dialogo politico fanno di tutto per congelare le immagini stereotipate e manichee di “destra sionista ebraica forte” contro “sinistra democratica debole alleata con gli arabi”.

 

Dalla ricerca delle colpe all’impegno comune

Non si può dire che i passati governi siano  rimasti a guardare passivamente. Senza inoltrarci nel labirinto denso dei rapporti di ricerca accademici, delle commissioni di indagine parlamentari, o delle sporadiche decisioni “ad hoc” inderogabili per spegnere incendi occasionali, già nel 2015 il governo di Netanyahu con la Risoluzione 922 iniziò un processo di iniziative per “lo sviluppo economico della popolazione delle minoranze” articolato su diversi piani e settori di intervento, e sostenuto da stanziamenti di non poca rilevanza, che ha riscontrato risultati non trascurabili.

Ma l’impostazione era inficiata sempre da una vernice di paternalismo cinico e ambiguo, in bilico tra l’interesse di soddisfare fasce di elettorato e attivismo locale (non assenti nella società araba) e la propaganda allarmista sulle “masse di arabi che si riversano alle urne”. Paternalismo peraltro simmetrico e non meno nocivo di un vittimismo endemico contrapposto automaticamente dalla controparte araba. Difficile costruire su queste basi un rapporto di rispetto e fiducia reciproca con risultati costruttivi.

Di fatto la consapevolezza dell’urgenza di interventi efficaci e di larga portata già si era risvegliata nella coscienza delle parti in gioco. Due approfonditi rapporti pubblicati nel 2019 e nel 2020, hanno offerto nuove basi operative per affrontare il problema:

  1. Il “Progetto strategico per la lotta contro la violenza e la criminalità nella società araba” elaborato dai rappresentanti della leadership nazionale dei cittadini arabi (la Commissione Superiore di Sorveglianza, e il Comitato Nazionale dei Sindaci delle città arabe), con la collaborazione di esperti sociali e commerciali Palestinesi.

Il piano proponeva per la prima volta una strategia di terapia radicale del problema del “terrore civile” fondata sul approccio del ”collective impact”, finalizzata alla responsabilizzazione e al rinnovamento della società civile, che coinvolgesse la collaborazione attiva tra comunità, amministrazione locale e statale, sottolineando l’importanza dell’educazione, del dialogo di tolleranza e dell’incentivazione di una reazione di “rigetto culturale” della violenza, capace di promuovere una condanna esplicita delle organizzazioni criminali e la loro delazione alle forze dell’ordine.

 

  1. Il “Rapporto finale della commissione interministeriale per affrontare il problema della criminalità e la violenza nella società araba”. Diretta dal direttore generale del ministero di Netanyahu, la commissione era composta dai direttori generali di otto ministeri (interni, sicurezza interna, lavoro e servizi sociali, uguaglianza sociale, giustizia, abitazioni, economia, tesoro) in stretta collaborazione con i rappresentanti del “comitato dei sindaci delle città arabe”.

Questo documento costituisce un’importante presa di coscienza da parte dello Stato riguardo all’urgenza di affrontare il problema ed alla sua diretta responsabilità di iniziativa.

Sulla base del riconoscimento dei pesanti dislivelli socio-economici esistenti tra la società araba e la maggioranza ebraica (eredità di decenni di preferenza sionista), della scarsa efficacia delle attività di tutela della legge e della sicurezza personale nella società araba, il rapporto  distingue tra i fenomeni di violenza locale (da risolvere con misure preventive e con promozione di iniziative locali per aumentare l’occupazione giovanile) e la lotta contro la delinquenza organizzata che deve essere articolata su quattro piani di intervento focalizzati: 1 localizzazione e individuazione delle organizzazioni a delinquere e loro neutralizzazione. 2  impedimento dell’infiltrazione di queste organizzazioni nell’amministrazione pubblica locale. 3 rafforzamento delle infrastrutture economiche e sociali a livello locale. 4 elaborazione di meccanismi di direzione e di controllo della realizzazione dei diversi interventi.

Il piano governativo comprendeva iniziative per una drastica riduzione del commercio illegale di armi, dei fenomeni di ricatto e di “mercato grigio”, in una politica di generale rinnovamento della presenza delle forze dell’ordine sul territorio. Riguardo alla soluzione di problemi di fondo (tra i quali abitazioni e infrastrutture economiche culturali e sociali) il piano governativo rimanda alle responsabilità di bilancio dei ministeri competenti.

L’importanza fondamentale di questi due eventi, allo scadere del governo di Netanyahu e del periodo di ”interregno”, sta principalmente nel costituire un momento di svolta radicale nei rapporti tra maggioranza ebraica e minoranza araba e nella costituzione di una politica di intervento fondata sulla reciproca collaborazione.

Da qui inizia una nuova strada, che passa per il riconoscimento dell’eguaglianza politica dei partiti arabi nella dinamica parlamentare, l’inserimento del partito Ra’am  di Mansur Abbas nella nuova coalizione governativa, l’approvazione del bilancio con gli importanti stanziamenti per la società araba (di cui abbiamo riferito in un precedente articolo) e, infine, l’approvazione di un piano di interventi quinquennale che permetta l’inizio di lavori concreti. Senza ulteriori rinvii e anche senza illusioni populistiche di risultati immediati.

Un anno di inizi

Il 24/10/2021, con l’approvazione della Risoluzione N° 549 il governo di Bennet vara un piano quinquennale (2022–2026) che traduce in misure operative i programmi concordati dalle precedenti commissioni. Il Ministro della sicurezza interna Bar Lev (laburista) e il suo vice-ministro Segaloviz dirigono questa complessa operazione che viene definita come “la decisione pluri-settoriale più vasta mai proposta al tavolo del Governo riguardo al rinnovamento della società araba”.

Dopo circa un anno dal decollo, un primo bilancio dei risultati non lascia spazio a dubbi: diminuzione del 30% dei casi di omicidi, requisizione di oltre 1.300 armi illegali (per la maggior parte contrabbandate dal Libano e dalla Giordania, ma anche dai territori dell’Autorità Palestinese). Questo oltre alla individuazione e la chiusura di 5 laboratori di produzione di armi artigianali. Soluzione di 233 casi criminali, che costituiscono più del 30% dei casi indiziati, 29 atti di accusa consegnati in tribunale (con l’arresto degli imputati fino al completamento del percorso giudiziario), oltre a 46 atti ancora in corso di indagine. Con la collaborazione delle autorità fiscali sono iniziate pratiche di indagine su decine di agenzie di cambio, con la confisca di decine di milioni di shekel illegali e un serio “prosciugamento economico” delle fonti di finanziamento della malavita. Questa è solo una selezione parziale dei dati ufficiali comunicati alla stampa. “La lotta contro la delinquenza nella società araba non è una corsa a breve distanza, ma una lunga e faticosa maratona costellata di successi ma anche di delusioni. Lo sforzo continua, senza alcun rilassamento, comunica il ministro Bar Lev.

Parallelamente alla lotta contro la delinquenza (che alimenta la cronaca) il lavoro intensivo sul piano economico, sociale, culturale, progettuale ed edilizio registra non minori realizzazioni e inizi promettenti, che influiscono sensibilmente sui tessuti sociali, ma richiedono tempi più lunghi per essere riscontrati sensibilmente nella vita quotidiana.

Si spegne la luce del laboratorio

30/6/2022, La Knesset approva la legge sullo scioglimento del 24° parlamento israeliano. Yair Lapid succede a Bennet come capo del governo di transizione.

Nonostante Netanyahu stesso fosse stato il primo a corteggiare Mansour  Abbas per salvare in extremis il suo governo (e il suo processo) dopo 4 giri di elezioni non risolutive, è troppo comodo cambiare di nuovo la terminologia del dialogo politico e marchiare il partito Ra’am di Abbas come “cellula islamica antisionista”, svilendo la sua partecipazione alla coalizione governativa come “esperimento fallito”.

Non “esperimento” e non “fallito”. Semplicemente spenta  di colpo la luce al laboratorio, se si vuol rimanere nella metafora.

Il successo indiscutibile della gestione di Bennet di un governo eclettico sulla base del dialogo tra diversi, è stata una dimostrazione di maturità civica dimenticata da anni, che ha fornito una boccata di ossigeno alla travagliata vita politica del paese. È inaccettabile gettare alle ortiche con indifferenza la coraggiosa svolta di reinserimento dei partiti arabi nel contesto politico democratico.

L’ossimoro impegnativo della Carta d’Indipendenza “Israel ebraica e democratica” è arrivato a un bivio pericoloso: a detta di non pochi commentatori politici le prossime elezioni saranno impostate sulla contrapposizione “Israel ebraica” o Israel democratica”.

Riuscirà il blocco di Lapid ad impedire che l’ideale sionistico di generazioni si infranga sugli scogli accidentati e viscidi di una troppo manipolata propaganda manichea e oscurantista?

La risposta non si rivelerà solo attraverso i risultati delle elezioni del primo novembre. È iscritta indelebilmente nell’impegno civico della prassi quotidiana degli israeliani di buona volontà.

(segue)


Photo credits: “Arab Jewish partnership” by LisaG in the world is licensed under CC BY-NC 2.0.